
Domenica sorseggiando una birra rossa con la mia amica Laura, dopo aver visto il film di Gabriele Muccino A casa tutti bene, mi ritrovavo orgoglioso di essere italiano. Sempre nei film americani, dopo poche battute, comprendi chi sono i protagonisti e sai che tutte le avversità che si presenteranno, spesso improponibili nella realtà, saranno superate, e i due vivranno felici e contenti. In tutti i film americani forse no, ma nella stragrande maggioranza delle pellicole direi di sì. Nella pellicola di Muccino (come in quelle di molti altri nostri registi) la felicità non è mai scontata, pur se la si ricerca con fatica. Gli imprevisti della vita, mai sovrannaturali, ma legati alla quotidianità: problemi con il lavoro, una malattia, un incidente, un’amante che ci ha coinvolto, lo scorrere del tempo che ci muta fisicamente, lo scoprire come l’avvenenza e l’energia dei vent’anni se ne vadano di lustro in lustro, con ritmi diversi da persona a persona... Ecco! Tutte queste cose sono di ostacolo a quel “vissero tutti felici e contenti” che tanto spesso appare nelle pellicole d’oltre oceano.
Ascari e schiavoni – il razzismo coloniale a Venezia, è una mostra allestita da ISTRESCO (Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea di Treviso) preparata per Ca’ Foscari nel 2017, ma come precisano gli organizzatori, “Treviso non è stata immune alla retorica coloniale che diffondeva parole, stereotipi e modi di pensare imperiali…” ed ecco che è stata riproposta anche nella Marca. L’esposizione è fruibile senza costi sino al 12 febbraio, dentro Palazzo dei 300, nel cuore della città. L’obiettivo è aprire spazi di riflessione su aspetti dimenticati e volutamente rimossi, quali quello della conquista coloniale italiana. Le ragioni di quest’oblio sono stati ricordati dalla Dottoressa Francesca Meneghetti, (rif. 1) parlandoci del campo di concentramento di Treviso (altrimenti detto di Monigo, che è un quartiere del capoluogo veneto). Gli Ascari
Sabato 27 gennaio, Palazzo dei 300 (Treviso) la sala è gremita e alcune persone sono costrette a rimanere in piedi, il tema proposto dall’associazione ISTRESCO è Il campo di concentramento di Monigo, una ricerca ancora aperta. Molti gli oratori presenti, alcuni provenienti dalla ex Jugoslavia, ma il presente articolo focalizzerà solo una delle esposizioni, quella della ricercatrice storica Francesca Meneghetti. A tre km dal centro di Treviso, v’era un campo di concentramento, precisamente dentro l’attuale caserma “Cadorin”, tale campo fu operativo per un periodo che va dal 1° luglio del 1942 al 8 settembre del 1943 (rif. 1) ed in questo lasso di tempo vi transitarono più di ventimila persone. La popolazione stabile dentro il reticolato oscillava dalle 2.500 alle 2000 persone, un piccolo comune dentro il capoluogo della Marca, eppure nessuno ne ha mai parlato per diverso tempo, e nessuno pare ricordare nulla. “Come mai”? è la domanda che si pone la ricercatrice.
Ponti di amicizia – La vita dopo la Shoah è il titolo della conferenza tenutasi a Treviso nella Sala Verde di Palazzo Rinaldi il 19 gennaio scorso. Tra i numerosi relatori, anche troppi a parere dello scrivente, v’erano sorprendentemente due marocchini, Fathia Rouissam e Abdallah Kharzaji. L’episodio storico che ha dato spunto all’incontro vede protagonista il Re marocchino Mohammed V che negli anni ’40 governava un territorio influenzato dalla Francia, Francia che vene invasa dai nazisti e che vide nascere la Repubblica di Vichy dove Henri Philippe Omer Pétain faceva quel che volevano i tedeschi. In questo contesto si deve comprendere che cosa significasse la richiesta da parte del politico francese al sultano marocchino di consegnare i nomi dei sudditi ebrei presenti nel suo territorio. L’idea era chiara, da quella lista si sarebbe avviato il processo di deportazione verso i campi di lavoro e di sterminio. La replica del regnante islamico fu “In Marocco non ci sono sudditi ebrei, ma soltanto sudditi marocchini” e quella lista non venne mai consegnata nonostante le ripetute pressioni dei filonazisti francesi. (rif. 1)
A palazzo Rovarella, in centro Rovigo, termina il prossimo 21 gennaio la mostra sulle Secessioni europee – l’onda della modernità (rif. 1), movimenti artistici che cercarono di rinnovare il mondo dell’arte e della Pittura soprattutto nel centro Europa agli inizi del XX secolo. Ho ritenuto veramente interessante l’esposizione che rappresenta un’idea di arte assai differente rispetto a quella più conosciuta dell’impressionismo; in particolare sono rimasto felicemente sorpreso da ciò che, a mio avviso, risulta protagonista della mostra, la rappresentazione della donna. Sono molte le immagini, dipinti e disegni, dove protagonista è il gentil sesso, definizione in questo caso, particolarmente erronea. La mia percezione, girovagando per la mostra, è di una figura, quella della donna, dove più che la gentilezza emerge l’idea di una donna forte. Forte della sua eleganza, forte della sua sensualità, elemento che emerge in molti lavori esposti, forte del suo fascino, forte del mistero di cui è espressione. Quest’ultimo aspetto caratterizza soprattutto l’arte cecoslovacca, dove non mancano riferimenti esoterici che sono trattati con forza.
A Treviso il 23 dicembre alle h 21,00, presso l’elegante auditorium dell’Istituto Stefanini la compagnia artistica Artescalza proporrà lo spettacolo teatrale Hands off (giù le mani).
I testi sono scritti da Claudia Rossetti e Stefano Bergamin*, l’opera che verrà presentata da Carla Povellato vede anche la collaborazione dello storico gruppo Amissi de la poesia - el Sil. Per saperne di più intervisto Evelyn Tognazzi, una delle colonne portanti della compagnia artistica. “Si tratta di una performance che nasce per manifestare contro la violenza sui minori, stanchi di apprendere inermi, quasi quotidianamente, attraverso le notizie dei TG, di episodi di violenza che vedono il mondo dell'infanzia protagonista innocente. Il messaggio che Artescalza vuole trasmettere non è di pace, bensì funge come monito per sensibilizzare le persone comuni e far loro comprendere che talvolta capita di scivolare in episodi di violenza. Noi vorremmo che il pubblico che assisterà allo spettacolo ritorni nella sua abitazione con la coscienza che esiste un modo per fermarsi prima di cedere al gesto violento e consiste nell’ascoltare la piccola creatura con la quale stiamo interagendo. Gesti come il gioco, la danza, sono meravigliosi perché oltre ad arricchire il bimbo infondono anche nell'adulto un senso di benessere per aver creato un momento felice che il bimbo si porterà con se per il resto della vita, garantendogli un futuro migliore e sereno. Si tratta quindi di una sorta di monito per un risveglio consapevole della coscienza dell'adulto verso il mondo dell'infanzia”.
5 idee di fotografia è il titolo della mostra visitabile gratuitamente sino al 1 gennaio 2018 presso la prestigiosa sede del Palazzo dei 300 in centro Treviso. Non ho gli orari della mostra, ma so chi l’ha organizzata: l’associazione Venetofotografia (rif. 1 / 2) un vivace gruppo che promuove l’arte fotografica con incontri e mostre spesso di altissimo livello. Ogni giovedì in Piazzetta San Parisio nr 3 (centro città, naturalmente) i simpatizzanti si ritrovano per parlare di foto. L’ingresso è aperto a tutti senza spese e non è raro vi sia un incontro con un fotografo affermato che illustra i suoi segreti. Tornando all’esposizione del Palazzo dei 300 sono cinque gli artisti che propongono le loro opere: Livio Prandoni, con scatti dove protagonista è la città, da un lato, e la sperimentazione fotografica, dall’altro. Le immagini del suo lavoro La città sfuggente, si distaccano infatti del vecchio concetto di fotografia che vuole il soggetto perfettamente a fuoco, al contrario effetti “particolari” sono volutamente presenti nell’immagine.
Ieri sera a Libroportico di Carbonera il relatore invitato a dialogare di fotografia è stato Fabio Fuser. L’artista nasce come cineoperatore e dopo una carriera di video produzioni ricca di soddisfazione ha deciso di voltar pagina e si è dato alla fotografia. Le prime immagini proposte risalgono al 2014. Il tema approfondito dal relatore è stato il reportage musicale: come approcciare quando ci sono concerti o esibizioni sonore? La seduta è stata molto tecnica, parecchi consigli sono stati elargiti dal fotografo che sposa la filosofia della condivisione, la foto, è sua opinione, non si limita ad un insieme di trucchi o di regole geometriche, ma richiede una personalità ed una sensibilità soggettive. Ogni foto è il risultato di un vissuto che ci permette di vedere il mondo in modo unico e che non può mai esserci scippato o copiato.
Ponzano Veneto, venerdì 3 novembre, sala del palio nella Casa dei Mezzadri, l’Amministrazione Comunale è orgogliosa di proporre il suo concittadino, Stefano Lecca nella presentazione del suo primo libro: Comunicare per vendere, (Ed. EBS Print). La sala è gremita e la serata è imprerniata nel colloquio tra Guido Bertolazzi, brillante presentatore dell’evento, e l’autore del testo. Di che cosa parla il libro? E’ una carrellata, con presentazione storica, dei principali mezzi di comunicazione utilizzati dagli agenti e rappresentanti di commercio, per proporsi e proporre i loro prodotti. Da libro tecnico diventa testo interessante per la persona comune perché nell’era della comunicazione gli strumenti utilizzati dai professionisti sono poi anche quelli utilizzati da ogni cittadino, anzi, si assiste ad un interscambio tra il media che nasce, come nel caso di facebook, per relazioni “private” (in origine questo social voleva rimettere in contatto gli studenti di una stessa università americana tra di loro) e il mondo degli affari.
SANPAOLO#arte, un quartiere di Treviso (viale Francia, 12) propone una mostra fotografica, dove espone Enrico Colussi. Protagonista delle foto è Treviso, ma non la Treviso borghese ricca, benestante, quella terra “gioiosa et amorosa” descritta dal poeta medioevale. La sensazione che provo osservando le immagini di Treviso è di una città in decadenza, dove ci sono edifici abbandonati, chiusi da catene e lucchetti, dove la gente fruga nei cassonetti delle immondizie, dove regna sovrana la solitudine, problema che investe vecchi e giovani, benestanti e meno, italiani e stranieri, a giudicare dagli scatti. Nella sala v’è anche qualche immagine di Ettore Bragaggia, un fotografo che riprendeva la città prima degli anni ’50.
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