LIDO DI VENEZIA – Nel fitto e variegato mosaico della 83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, la sezione parallela delle Giornate degli Autori si conferma ancora una volta il luogo d'elezione per la scoperta di sguardi cinematografici laterali, rigorosi e profondamente urgenti. È in questo contesto che ieri ha trovato spazio l’attesa proiezione di A veces me entra tristeza, otras veces rebelión, l'unica pellicola argentina presente in concorso all’interno della selezione. Firmato dalla giovane e talentuosa regista Maria Aparicio, che ne cura anche la sceneggiatura, il film si inserisce in una coproduzione internazionale tra Argentina e Spagna, configurandosi come un’opera di straordinario equilibrio formale e densità emotiva, accolta da lunghi e calorosi applausi in sala.
La narrazione si sviluppa attorno all’incontro fortuito, eppure geometricamente perfetto, tra due solitudini e due identità in transito. I protagonisti sono Eva (interpretata da una magnetica Eva Bianco) e Dante (il bravissimo Roger Foza), entrambi originari di Córdoba, in Argentina, le cui traiettorie di vita si incrociano a Madrid, all'interno degli spazi espositivi e riflessivi del Museo Nazionale Centro d'Arte Reina Sofía. Eva è una regista cinematografica, una donna abituata a guardare il mondo attraverso una lente e temporaneamente di passaggio nella capitale spagnola; Dante è invece uno storico, un ricercatore impegnato in uno studio rigoroso e appassionato sulla vita degli operai argentini agli inizi del Novecento e, in particolare, sulla complessa figura di Juan Bialet Massé, celebre per il suo epocale rapporto sullo stato delle classi operaie in Argentina nel 1904.
L’incontro tra la regista e lo storico si trasforma rapidamente in un’esplorazione condivisa. Passando diverse giornate insieme tra le strade madrilene e la quiete del museo, Eva e Dante instaurano una relazione di confronto dialettico e umano. Non c’è spazio per il melodramma convenzionale; la regista preferisce concentrarsi sull'evoluzione silenziosa e interiore dei due personaggi. Attraverso il racconto di sé, delle proprie radici comuni e delle rispettive tensioni professionali ed esistenziali, i protagonisti attivano un meccanismo speculare che, in modo graduale ma inesorabile, li condurrà entrambi verso un profondo cambiamento interiore.
Il merito principale della sceneggiatura di Maria Aparicio risiede nella capacità di trattare argomenti storico-politici complessi con estrema delicatezza. Le rivendicazioni sociali del passato, il trauma dell’emigrazione, il senso di sradicamento e le lotte sindacali dell'Argentina del secolo scorso non vengono imposti allo spettatore tramite didascalismi o retorica ideologica. Al contrario, la grande Storia viene filtrata attraverso la dimensione dell'intimità e della condivisione. Le ricerche d’archivio di Dante si riverberano nei dubbi creativi di Eva, trasformando il saggio storico in un dialogo intimo, dove il passato politico diventa una chiave di lettura per comprendere la malinconia e lo smarrimento del presente.
Visivamente, il film si distingue per una regia volutamente lenta e straordinariamente curata. Aparicio dimostra una maturità formale sorprendente, prendendosi il tempo necessario per far respirare le inquadrature e per permettere ai luoghi di farsi personaggi. La macchina da presa si sofferma con insistenza e pudore su primi piani intensi e ricchi di espressività, capaci di catturare ogni minima sfumatura nei volti di Eva Bianco e Roger Foza. La recitazione, trattenuta e naturalistica, restituisce tutta la verità di un legame che si stringe attorno alla parola e al silenzio.
Un ruolo di primissimo piano nell'economia emotiva della pellicola è affidato alla colonna sonora. La struttura musicale è interamente imperniata su una suggestiva canzone popolare, un canto tradizionale che ricorre più volte nel corso della narrazione e che veniva storicamente intonato dagli operai argentini emigrati. Questo motivo musicale non funge da semplice sottofondo, ma si eleva a vero e proprio legame identitario e filologico, un ponte sonoro che unisce la Madrid odierna alle speranze e alle sofferenze della classe lavoratrice del Novecento.
L’opera si rivela, nella sua interezza, un lavoro solido, incredibilmente scorrevole, legato e coinvolgente, capace di mantenere altissima la tensione emotiva pur rifiutando i ritmi sincopati del cinema commerciale. Un plauso va anche alla cura tecnica della post-produzione: la proiezione veneziana è stata supportata da sottotitoli in italiano e in inglese di impeccabile fattura e di facile lettura, un dettaglio non scontato che ha permesso al pubblico internazionale di fruire appieno della musicalità del dialetto cordobese e delle sottigliezze terminologiche dei dialoghi.
Al termine della proiezione ufficiale, l'atmosfera in sala è stata segnata da un lungo tributo di applausi. Di particolare spessore e interesse è stato il successivo incontro con il pubblico, che ha visto la giovane regista Maria Aparicio e i due attori protagonisti rispondere alle domande della platea. Durante il dibattito, l'autrice ha ribadito la necessità di un cinema che sappia ancora farsi custode della memoria storica, senza perdere di vista l'umanità e la fragilità dei singoli individui. A veces me entra tristeza, otras veces rebelión si candida così a essere una delle opere più complete, coerenti e poetiche di questa edizione delle Giornate degli Autori, confermando la vitalità del nuovo cinema argentino.
Catia Roman
In immagine la regista ed i protagonisti del film durante la presentazione al pubblico del film.
- La recensione approfondita in italiano di Elisa Battistini su https://quinlan.it/2026/09/07/a-veces-me-entra-tristeza-otras-veces-rebelion/.
- L'analisi politica ed estetica pubblicata in diverse lingue su Cineuropa.
- I commenti a caldo del pubblico e dei cinefili sulla scheda dedicata di https://www.filmtv.it/film/294940/a-veces-me-entra-tristeza-otras-veces-rebelion/recensioni/1067319/.