Partenope in latino Parthenŏpe: “E’ cosa nota che la città di Napoli è stata fondata dai Greci nel VIII secolo a.C. in seguito alla seconda colonizzazione greca. D’altra parte, il mito racconta della greca Partenope (dal greco “vergine”) come fondatrice della città. I miti sono tanti e diversi tra loro, ma una cosa che accomuna tutte le varianti è che Napoli è stata fondata con amore e per amore”. rif. 1. Napoli è quindi stata fondata dai greci i quali sono ricordati per aver fondato la filosofia ed è bene sapere cos’è la filosofia.
Filosofia
"La filosofia è una parola composta da φιλεῖν (phileîn), "amare" (amicizia), e σοφία (sophía), "sapienza" o "saggezza", ossia "amore per la sapienza". (rif. 2) segue così la descrizione proposta da wikipedia: “... è un insieme di ragionamenti e processi logici (deduttivi o induttivi) che cercano di spiegare la natura e la realtà nella loro vera essenza, ricercando dunque domande di fondo che possano avere una risposta….”
Vi è un mito che narra della filosofia e tira in ballo “Amore”, l’ingrediente che nella prima definizione pare sia alla base di Napoli e della “napoletanità”.
“Amore si trova a metà strada tra sapienza e ignoranza.
Nessuno degli dei è filosofo, perché loro la conoscenza già ce l’hanno.
Non aspirano a diventare saggi e non si adoperano in cose filosofiche neppure gli ignoranti.
Non sono filosofi né i primi né i secondi, ma soltanto coloro che si trovano a mezza strada tra i due.
Amore è tra costoro.
Il Sapiente conosce le cose belle e l’amore è amore delle cose belle.
Ne consegue che Amore è filosofo”.
Questo mito introduce un argomento determinante nella ricerca filosofica, il tema del “bello” (La parola καλός - Kalos significa "bello") rif. 3. Qui si deve calare l’idea di bellezza nel significato della grecia antica dove “il bello” non è legato solo all’estetica, quanto ad un’idea più complessa; Kalos è bello in un contesto di armonia! Brevemente: una cosa per essere bella deve essere anche "buona", utile. Funzionale o se vogliamo, “giusta” per lo scopo in cui è al mondo. La bellezza è legata all'essere funzionale, diremmo noi oggi, un bello scudo non è quello dove è dipinta Moana Pozzi nuda, è quello che resiste ai colpi del nemico nel duello. Una bella vela è quella che non si strappa durante la tempesta, non quella colorata di un colore gradevole.
Bello, buono, giusto e vero sono concetti che stanno legati, che sono parte del kalos. La “bella persona” non è solo (e forse non tanto) esteticamente intrigante, ma si comporta bene con gli altri (è in armonia con la collettività, potremmo dire), con la Polis, ne rispetta le leggi e, oltre ad essere lei in equilibrio, è elemento di equilibrio per gli altri. Questa è una bella persona. In tal senso utile è la provocazione del massimo filosofo per molti: Socrate, noto in tutta Atene per la sua “bruttezza”. Aveva gli occhi sporgenti e molto grandi, narici spropositate e i contemporanei lo descrivevano come un Sileno (da internet: “dall'aspetto di un anziano calvo, corpulento e peloso era spesso raffigurato con attributi animaleschi”.)
La gara di bellezza di Socrate
Rif. 4 “Un giorno, brutto e trasandato come si presentava di solito, fu sfidato a un concorso di bellezza dall’amico Critobulo. «Partecipo, d’accordo – rispose – ma dimmi: che cosa intendi per bellezza? Credi che il bello si trovi solo nell’uomo o anche in altre cose». «Anche nel cavallo, nel bue e in molti oggetti inanimati – rispose – . Uno scudo può essere bello, e una spada, un’asta». «Cose così diverse tra loro, com’è possibile che siano tutte belle?». «Se sono ben fabbricate rispetto agli usi per i quali le acquistiamo o se sono per natura adeguate a ciò di cui abbiamo bisogno, queste cose sono belle». (vedi quanto specificato sopra NdR).
«Bene – chiese allora Socrate – sai perché abbiamo bisogno degli occhi?». «Per vedere». «Se è così i miei occhi sono più belli dei tuoi». «E perché?». «I tuoi guardano dritto innanzi a loro. I miei, invece, sporgenti come sono, guardano anche di lato». «Dunque, gli occhi più belli sono quelli del granchio?». «Certo». «E che dire del naso, è più bello il mio o il tuo?», soggiunse Critobulo. «Gli dèi ce l’hanno dato per odorare – risponde Socrate – . Le tue narici guardano verso terra, le mie verso l’alto e possono così accogliere gli odori da ogni dove».
E via dialogando, finché Critobulo si arrende e, ammettendo lo svantaggio, chiede che si voti pensando di avere la peggio. A perdere, invece, è ovviamente Socrate. Ma da questa testimonianza di Senofonte, suo grande ammiratore, avrete capito quanto Socrate era ironico e spiritoso”.
Sintesi finale, sempre recuperata dalla rete: I Greci non attribuivano alla bellezza un significato puramente esteriore. Bellezza era, secondo loro, il risultato di una perfetta armonia tra qualità spirituali (intelligenza, equilibrio e saggezza) e qualità fisiche. E Frine si poteva dire bella appunto perché possedeva tutte queste doti.
Il film di Sorrentino
Perchè tutte queste precisazioni, queste nozioni introduttive? Perché il film di Paolo Sorrentino, opera di cui oltre che il regista ne è sia l’ideatore del soggetto che lo sceneggiatore, definito da wikipedia come : “drammatico, commedia, grottesco” (rif. 5) altro non è, a mio personale giudizio, se non un film che narra del percorso filosofico della protagonista Parthenope, magnificamente interpretata da Celeste Dalla Porta.
Preciso subito che questa chiave di lettura è mia personale e non la troverete in nessuna altra recensione (o per lo meno io non ne ho incrociate), detto ciò ritengo sia decisamente un film che parla di filosofia, e nello specifico affronta a più riprese il tema della bellezza. L’introduzione torna utile: la bellezza è uno dei temi filosofici.
Bellezza intesa non solo in senso greco antico, ma anche fondendo concetti più attuali; ed ecco che, in questa pellicola, si valorizza la bellezza femminile, e si "tocca" anche il concetto di seduzione. La Parthenope del film incarna tutti questi concetti, sforzandosi di di essere lei bella in senso antico (Kalos) ma anche moderno (è una ragazza che sa sedurre) ma che cerca di cogliere la bellezza di ciò che la circonda, inclusa la sua Napoli.
Come fa il filosofo a “catturare” la conoscenza, che poi è la sua meta finale? Attraverso l’osservazione, ma anche attraverso il dialogo. Diremmo oggi mediante lo studio! Parthenope a ben guardare questo fa per tutta la pellicola: osserva una realtà intrisa di bellezza e di contraddizioni qual è Napoli. Studia (si laurea a pieni voti in antropologia) ma, non contenta di ciò che legge nei testi, cerca costantemente il dialogo. Ci fu un filosofo che scrisse “Non ci sono belle risposte, ci sono buone domande”! Chi osserva il film a più riprese si troverà di fronte al tema “risposta”/“domanda”. Per tutta la pellicola Parthenope è attratta da chi, pare a lei, possa insegnare qualcosa, indipendentemente dal suo ceto sociale, dalla sua età e dalla sua avvenenza fisica (estetica).
Non ha senso, a mio avviso, mettersi a narrare della trama, chi era Parthenope, di chi era figlia, del fratello e via di questo passo… Sono notizie marginali: la cosa importante per chi osserva il film è porsi a fianco della protagonista e capire come questa si orienta nel mondo, cosa fa per cogliere la bellezza in ciò che la circonda. Come si rapporta sul carpire "conoscenza". Non credo sia un caso se Parthenope studia antropologia, che è: definizione di wikipedia (rif. 6) “ (dal greco ànthropos, "uomo", e lògos, "discorso, dottrina", quindi letteralmente: "studio dell'uomo"). L’antropologia si occupa di tutto ciò che riguarda l’umanità, le leggi, la cucina, la religione, i riti, l’economia, la lingua… Si occupa della connessione tra una certa società (cultura) con il territorio di cui è elemento risultante e nel contempo elemento di modifica dello stesso. E’ Napoli a generare Parthenope e sono gli occhi della protagonista che ci svelano molte cose su questa città.
Mi permetto ora di aggiungere un'ulteriore elemento di riflessione: la ricerca della protagonista passa attraverso l’incontro e “l’approfondimento” di archetipi. Anche qui non ritengo importante descrivere le loro storie, ma prioritario è per me il loro messaggio simbolico. C’è il professore (Devoto Marotta interpretato da Silvio Orlando), il Cardinale (Cardinale Tesorone interpretato da Peppe Lanzetta), l’attrice (decaduta) Flora Malva interpretata da Isabella Ferrari e l’attrice in auge (Greta Cool interpretata da Luisa Ranieri). Particolarmente importante è lo scrittore (o se preferite l’ubriaco - John Cheever interpretato da Gary Oldman). Molto importante ai miei occhi è pure la figura del ricco, di cui non sono riuscito a capire l’attore. Vi è poi il malavitoso e … lascio allo spettatore divertirsi nel individuare altri archetipi e cogliere gli insegnamenti che questi possono aver trasmesso. Per meglio farmi comprendere associo questi personaggi a quelli che il lettore de Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry incontra nel suo romanzo.
Sono veramente dispiaciuto nel non poter scrivere chi ha interpretato “il ricco” che è protagonista di una scena decisiva nello svelare che tipo di donna sia Parthenope: costui invita la ragazza in elicottero, la lusinga con cibi raffinati, ma alla fine, da buon “ricco” cerca di “comprare” la giovane che però non si prostituisce. Per denaro (e per il potere che il denaro permette) lei non si concede; lo fa solo se c’è amore (o magari si accontenta di una semplice attrazione, ma ecco la novita: Parthenope non è attratta dai soldi). Provocazione: Berlusconi con una donna così non avrebbe avuto molta speranza!
Attenzione: Parthenope sa di essere bella, e sa di aver potere sui maschi, ma rifiutando il ricco, si presenta agli occhi dello spettatore come l’antitesi delle donne che oggi vanno per la maggiore, come l’opposto delle veline, letterine, paperine etc etc splendidamente rappresentate dalla Valentina (Nicoletta Romanoff) in Ricordati di me (di Gabriele Muccino - rif. 7, recentemente recensito in questo sito).
In sintesi: da chi è attirata Parthenope? Da chi ha conoscenze da elargire, come lo scrittore o come il Vescovo, come il Professore. Ritirando in ballo il Cavaliere, lei lo avrebbe, forse, frequentato non per il suo denaro, ma per capire come si muovono i gangli della politica. Ancora: questo modo di approcciare di Parthenope è un ulteriore ed evidente richiamo alla grecità e più precisamente con il concetto di paidéia; (che significa formazione o educazione), riferendosi non solo all'istruzione scolastica dei fanciulli, ma anche al loro sviluppo etico e spirituale al fine di renderli cittadini perfetti e completi. Ritorna il concetto di armonia la cultura trasmessa dal “sapiente” deve favorire loro gli strumenti per un giusto inserimento nella società.
La presente definizione non spiega che i giovani (solo maschi nella Grecia del V secolo a.C.) per avere queste nozioni si concedevano anche carnalmente ai loro mentori, in un istituto noto con il nome di pederastia (a tal proposito molto interessanti sono alcuni video di Eva Cantarella vedi rif. 8 cui rimando il lettore che volesse approfondire). La pederastia, per come l’ho compresa io, era una sorta di scambio: io giovane cedo le mie grazie a te, adulto, che mi insegni come stare al mondo (o se preferite, io adulto insegno a te quel che so, ma tu, in cambio della mia conoscenza, mi devi dare “piacere(?)/ Amore(?) - resto nel vago perchè oggi non possiamo catalogare quato scambio).
Devo fare una precisazione da economista quale mi reputo: la conoscenza non ha prezzo! Così come non ne ha l’amore! Scambiasri questi valori non è quindi un operazione riconducibile alla prostituzione dove il vil denaro compra, ( “pesa”) l’oggetto dello scambio. Il mercato dice che “Tizia” vale 10 e “Sempronia” vale 100, dieci volte tanto: Nella pederastia Platone si concede a Socrate (alcuni lo sostengono) allo stesso modo in cui può farlo Alcibiade, ma non è che uno valga (come amante) più dell'altro. Detto in altre parole non ci è dato sapere se il grande filosofo preferisse l’uno o l’altro, entrambi avevano la possibilità di frequentare il maestro ed ambedue attinsero dalla fonte ciò che era loro possibile attingere. Se uno diede al maestro mille baci, mentre l’altro solo una carezza, sono cose irrilevanti, proprio perchè non pesate sulla bilancia del “mercato”. Ancora, Socrate diede loro un valore inestimabile, la sua conoscenza, e loro lo ricompensarono con una cosa altrettanto inestimabile: la loro giovinezza.
Parthenope vuole conoscere: ecco che frequenta molte persone sia per comprendere se stessa, ma soprattutto per capire com'è la società che la circonda. Attraverso la conoscenza tenta di cogliere la bellezza, tutto ciò nel contesto che l’ha vista nascere e crescere: Napoli!
Qui però servono due ulteriori concetti da spiegare per chiudere la recensione su questa pellicola. Il primo è necessario al lettore “polentone” (settentrionale) quale sono io, e ci porta lontano dalla filosofia greca, per entrare in contatto con un pensatore più recente: Immanuel Kant! Kant si occupò del tema della bellezza sviluppando il concetto di Sublime. Sublime dal latino sublimis, der. di limen ‘soglia’, col pref. sub- ; propr. “che giunge alla soglia più alta”. Ho scritto a riguardo (rif. 9) e volendo riassumere in poche battute questo concetto dico che Kant distingueva la bellezza dall’impatto immediato, quella della rosa ad esempio, dal sublime che porta l’osservatore al confine tra il bello ed il terrificante.
L’eruzione del Vesuvio, ad esempio, è stato un evento terribile, fonte di terrore agli occhi di chi osservava, eppure, alcuni di essi, potevano scorgere in quella forza immane, devastatrice, una sensazione di bellezza. La ragione (ed è attenzione, un'analisi razionale) è combattuta nel trovare bello ciò che è terribile. Ecco perché vi è il concetto di “confine”, vi sono fenomeni che portano la ragione allo stremo e la ragione e il "percepire" è su di un limite (un confine, appunto) dove alla bellezza fa spazio la paura.
Un cielo stellato è bello (nel senso di sublime) perché una certa mente che lo osserva (e v’è una scena del film dove Parthenope osserva il cielo), si rende conto che questi astri sono infiniti, non si possono contare. Di fronte a questa constatazione ci si spaventa, ci si sente piccoli, ma nel contempo si prova ammirazione, stupore, piacere! Vengo a Napoli dove la bellezza spesso è incastonata in situazioni contraddittorie, dove tra la meraviglia per il bello, e il disturbo causato dall’orrore basta, un passo.
Perché questa precisazione che tira in ballo Kant? Perchè sino ad ora si è parlato di bellezza in senso greco, fatta di armonia, (bello, buono e giusto, ricordate?) ma Napoli è la terra dell’ingiusto, del disarmonico… e, ci dice il regista, del sublime! Pare una contradizione, ma la trama ed il succedersi delle immagini inequivocabilmente di bellezza ci raccontano!
L’ultimo elemento filosofico cui voglio far riferimento è quello del mito, ovvero di storie e personaggi fuori dalla logica che colpiscono l’immaginario e servono per capire la realtà. Così io spiego certe situazioni nel film che paiono grottesche. Spiegare i miti e cosa soggettiva, e complessa. Quindi mi fermo, accennando al figlio del professore, figura mitica (e grottesca) o all’incontro, altrettanto grottesco, avvenuto durante il funerale di uno dei protagonisti del film, il fratello di Parthenope, morto suicida. Questo corteo fatto di gente ben vestita, che viveva con abbondanti lacrime un dramma che tutti avrebbero preferito evitare, vedono la loro splendida carrozza tirata da eleganti cavalli fermarsi di fronte ad un orribile macchinario, una sorta di mostro moderno che interrompe loro il percorso.
E’ la conferma (è il simbolo) che a Napoli è arrivato il colera! Ad una morte singola voluta dal protagonista (questo è il suicidio) si contrappone il pericolo di una morte imperscrutabile, voluta da chi? Forse dalla divinità! Questa falcerà ricchi e poveri, indiscriminatamente, e, soprattutto, indipendentemente dalla loro volontà! Questa morte colpirà centinaia, migliaia di persone. Il grande dramma del suicidio, di fronte a questo scenario diventa poca cosa, senza contare che ognuno dei presenti, più che piangere il defunto, ora deve cercare di non venir colpito dal vibrione, che li porterenne ad un incontro ravvicinato con chi non c’è più!
…Mie sensazioni scrivevo nel titolo, relativamente al film di Sorrentino, proprio perché è la traccia filosofica a permettermi di dare a quest’opera una collocazione, ma tale percorso è una chiave interpretativa personale. La mia limitatissima, (quasi inesistente) conoscenza cinematografica, non mi permette di comparare il tema della ricerca filosofica che ho intravisto in questo film a nessun'altra pellicola. La smania di conoscenza era ben incarnata in Guglielmo da Baskerville (interpretato da Sean Connery) ne Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud del 1986), ma in quel caso non si può parlare di ricerca filosofica, quanto di un conflitto tra voglia di conoscere e religione. In Parthenope la questione è liquidata in modo quasi blasfemo e riconducibile ad autori illuministi quali il Marchese De Sade che derideva la religione, i suoi sacerdoti e chi vi credeva.
Con meno violenza rispetto alle opere del “Divin Marchese”, Sorrentino una certa critica alla religione la ripronone, e d'altra parte come non ricordare che Socrate, l’uomo che segnò per taluni la nascita della filosofia, fu posto a morte proprio perché distoglieva i giovani dalle verità religiose infondendo loro dubbi inopportuni? (E' questo il tema de Il nome della rosa) Sorrentino alcuni dubbi sul clero li scaglia, ma non sarei obiettivo se non riconoscessi al regista una certa religiosità; in alcune scene il sospetto è che lui creda in qualcosa di soprannaturale, in una divinità che non è quella celebrata dalla Chiesa Cattolica (rappresentata dal Cardinale), ma a Napoli i miracoli ci sono.
Tuttavia, ritornando sul discorso delle comparazioni cinematografiche, se sulla ricerca filosofica non ho film da affiancare, sul tema della bellezza ho ben due riferimenti cui fare richiamo. American Beauty del 1999 scritto e ideato da Alan Ball e diretto da Sam Mendes, vincitore di 5 premi Oscar, e soprattutto La grande bellezza del 2013 co-scritto e diretto dallo stesso Paolo Sorrentino, pure vincitore di un Oscar, segno che a questo regista il tema della bellezza sta molto a cuore e su come narrarla ha fatto molta ricerca.
Nella grecia antica l’idea di arte veniva tradotta con il vocabolo téchne: "arte" nel senso di 'perizia', 'saper fare', 'saper operare'. Paolo Sorrentino è sicuramente un artista perché sa adoperare la macchina da presa, e nel film vediamo che le immagini si fondono in modo armonico con la recitazione degli attori, (e qui mi tolgo il cappello per l’interpretazione di Celeste Dalla Porta) con le musiche e con le sensazioni che han cercato di trasmettere. Spesso la protagonista veniva inquadrata con la sigaretta in mano quasi a far respirare allo spettatore il sapore del tabacco, e l’idea di trasmettere i profumi emerge anche da altre scene, quali quelle dove un ragazzo annusa la lingerie della protagonista. Insomma, Sorrentino per raccontarci della bellezza ha cercato di attivare nello spettatore non solo la vista, o l’udito (la canzone di Cocciante “Era già tutto finito” mi ha commosso) ma anche sensi lontani dalla cellulosa quali il tatto e l’olfatto. Non è facile e richiede grande “téchne”, (grande capacità); a Paolo Sorrentino queste virtù vanno riconosciute!
Sono in chiusura e non so se un tale film potrà piacere o meno, una cosa è certa, non è un film fatto per compiacere il mercato cinematografico, ma è un film fatto per esternare qualcosa che il regista sentiva di dover dire. A me è piaciuto. Non solo, ho speranza che Parthenope sia d'ispirazione come modello per molte donne, (italiane soprattutto): ce ne sarebbe immenso bisogno! Nei tempi delle veline, delle letterine, dei “grandi fratelli” figure come quelle della donna che ricerca la conoscenza pur essendo una splendida ragazza com’è Parthenope, sgomenta.
E qui ancora una volta devo riconoscere dei meriti a Sorrentino come artista che, non solo è un ottimo artigiano cinematografico, ma cui va riconosciuta anche un'elevata valenza intellettuale, come in tempi moderni si auspica debba essere un artista. Enrico Vanzina, ad esempio, sosteneva che i film suoi e di suo fratello dovevano essere visti perché aiutano il pubblico a capire il nostro paese, al prezzo di trascurare le ore che gli studenti investono ne I promessi sposi, vecchio e inutile a suo dire… Ho già preso posizione a riguardo (vedi il rif. 10), questo film però, a differenza dei lavori dei fratelli Vanzina, merita di essere visto da qualche scolaresca, accompagnata da un corpo insegnante che sappia illustrare alcuni degli spunti che compaiono in quest’opera.
Mi si permetta di dedicare questa mia recensione al Professor Carlo Sini, l’uomo che più di altri mi ha indotto ad interessarmi di filosofia. Spero che non legga mai queste righe altrimenti rischio di venir bacchettato per aver capito poco, o per essermi espresso male, pur tuttavia lo ringrazio per avermi stimolato a percorrere nuovi confini di conoscenza, ad intraprendere nuove ricerche, come pure ritengo abbia fatto Paolo Sorrentino con questo lavoro facendo parlare per sua voce Parthenope.
Mirco Venzo, Treviso 21/11/2024 #qzone.it
rif. 1 https://www.visitnaples.eu/napoletanita/racconti-di-napoli/mito-di-partenope-3-varianti-sulla-fondazione-di-napoli
rif. 2 https://it.wikipedia.org/wiki/Filosofia
rif. 3 https://it.wikipedia.org/wiki/Kalos
rif. 4 https://studiahumanitatispaideia.blog/2014/06/05/socrate-al-concorso-di-bellezza/
rif. 5 https://it.wikipedia.org/wiki/Parthenope_(film)
rif. 6 https://it.wikipedia.org/wiki/Antropologia
rif. 7 https://www.qzone.it/index.php/q-arts/mirco-venzo/1026-ricordati-di-me-g-muccino-2001
rif. 8 https://www.youtube.com/watch?v=mV6udPBHYes&t=1447s
rif. 9 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/507-il-sublime-kant-e-l-oggi
rif. 10 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/941-sig-vanzina-la-penso-diversamente