Il regista di questa pellicola che uscì nelle sale nel 2003, (rif. 1) forse provocatoriamente il giorno di San Valentino, è Gabriele Muccino, reduce dall’immenso successo de L’ultimo bacio (del 2001 - rif 2). Le aspettative furono alte ed a parer mio Gabriele confermerò di che stoffa era fatto, anche se, alla fine della mia recensione, non mancherò di riportare alcune voci critiche. Soggetto e sceneggiatura sono dello stesso regista, quest’ultima sfruttando la collaborazione con Heidrun Schleef.
La Trama
La trama è semplice ed analizza una famiglia tipo della media borghesia romana, dove il capofamiglia, Carlo Ristuccia (interpretato da Fabrizio Bentivoglio) svolge senza passione la professione di assicuratore. E’ chiaro che si è dovuto adattare a quel lavoro che non lo stimola, ma in qualche modo bisogna pur sbarcare il lunario... Non pare migliore è la situazione della moglie Giulia (interpretata da Laura Morante) che fa l’insegnante, ma in cuor suo vorrebbe riprendere con il teatro. Giulia vive con difficoltà il ruolo di madre, e non le è semplice imporsi sui figli, anche perchè è sola nel compito genitoriale in quanto il marito pare disinteressarsi dei problemi di casa, avvolto com’è nella sua bolla di apatia. Gli eredi Ristuccia sono Valentina, una splendida ragazza che a breve compirà diciotto anni, molto ambiziosa, sicura di se al punto tale da risultare strafotente. Sa di essere avvenente e ha deciso di puntare al massimo che per lei è lavorare in televisione. Il fratello, un anno più più vecchio, (dovrà festeggiare i diciannove anni), al contrario è travolto da mille insicurezze, nello scorrere del film si intuisce che la sua priorità è trovare una sua collocazione nel mondo. Al momento si sente come invisibile, forse perché non riesce a sfondare nel cuore di Ilaria, (interpretata da Giulia Michelini) di cui è innamorato.
La prima scena del film è emblematica: suona la sveglia e ognuno della famiglia si alza e deve affrontare la giornata cercando di dare un senso alla propria esistenza, ed è questo il vero problema e se vogliamo è il fulcro del film: dare senso alla propria esistenza in un mondo dove è la monotonia a farla da padrona. Il regista, è questa la mia chiave di lettura, analizzando in profondità i singoli membri della famiglia Ristuccia, sta presentando problemi che possono attanagliare molti italiani e le difficoltà di questa "casata", con qualche correttivo, possono narrare le difficoltà di molte altre famiglie. In sintesi si dettaglia il particolare per narrare del generale, per narrare dell’Italia di inizio terzo millennio.
Il racconto ha ritmo, le immagini si susseguono velocemente e la telecamera si sposta con frenesia da uno all’altro dei quattro protagonisti sopracitati, i quali a loro volta, trascinano lo spettatore a conoscere altri soggetti della loro cerchia, anch’essi con i loro problemi, e così, quasi inavvertitamente, il narratore illustra un quadro sociale più complesso la cui descrizione non contempla più una singola famiglia, ma tutta una realtà, quella della media borghesia romana e perchè no? Italiana. Per costruire questo “quadro” lo spettatore dovrà fare lo sforzo di ordinare i singoli frammenti proposti dal regista in ordine sparso, quasi fossero tessere di un puzzle, e associarle ordinatamente una a fianco all’altra, andando a costruire un disegno leggibile e poter finalmente comprendere a cosa ambisce ciascuno della famiglia Ristuccia, facendosi una propria idea del perchè non il protagonista non raggiunge questi obiettivi.
Uno dei temi prioritari nel cinema di Muccino è quello dei sogni, era apparso anche ne L’ultimo bacio e qui viene riproposto con forza: Carlo aveva iniziato a scrivere un romanzo anni addietro, progetto che era stato riposto in un cassetto. A ricordarglielo è Alessia (Monica Bellucci) occasionalmente incontrata, con la quale in passato aveva avuto una relazione. Anche Alessia non vive con gioia la vita famigliare, è sposata ed ha due figli, ma pure a lei il tran tran della vita coniugale ha tolto brio, l'ha imbruttita interiormente. Così, di comune accordo, i due tornano a frequentarsi ridando energia una all’altro, grazie anche ad una buona intesa sessuale che si riaccende in modo spontaneo e travolgente. Questo slancio di vita cozza però in modo pesante con gli equilibri di chi sta loro attorno, Alessia ha una famiglia con un marito e dei figli piccoli, la sua presenza è ancora necessaria, e questa sua scelta verso “la libertà”, si intuisce porterà a degli sconquassi.
Tuttavia le vicissitudini di Alessia sono uno di quegli aspetti di sfondo cui accennavo poc’anzi che si interfacciano al racconto principale che mantiene il focus sulla famiglia Ristuccia. E’ c’è poco da intuire circa l’impatto che la scelta di Carlo ha su Giulia, la donna che già era insoddisfatta di suo, ora si vede crollare il mondo addosso, cerca di rimanere in piedi, ma tutti i suoi equilibri sono saltati e se Giulia aveva già dato segni di isteria, ora si muove e parla in modo sconclusionato, quasi fosse una pazza. In un dialogo si intuisce qual è il problema che sta alla base della crisi della coppia: “... Io traboccavo di sogni, prima di conoscerti” afferma Carlo e la moglie replica che anche lei ne aveva di sogni e di progetti da realizzare. Il film procede evidenziando come Carlo, stimolato dalla frequentazione con Alessia, trovi la forza per ritornare ad inseguire il proprio sogno e per diventare scrittore manda a quel paese finanche il lavoro di assicuratore che lo prosciuga di energie vitali.
Giulia dal baratro della sua disperazione capisce che la scelta del marito di abbandonare il lavoro rischia di avere gravi ripersussioni sugli equilibri economici della famiglia e per trovare un po’ di luce, un suo equilibrio, e dare un senso alla sua esistenza che vede frantumarsi cerca rifugio nel teatro e si aggrappa al regista (interpretato da Gabriele Lavia) l’unica persona che pare credere nelle sue qualità, finendo pure per dichiararsi allo stesso, andando a scoprire però che lui è gay. La donna capisce che il marito sta per abbandonarla e si rende conto che la famiglia che ha costruito sta andando in direzione opposta a quanto auspicava. In questo contesto come reagiscono i figli? Paolo, (interpretato da Silvio Muccino) pare distaccato e disinteressato dalle vicende famigliari, lui trova parziale supporto dalle amicizie, numerose e sincere, ma che non gli bastano per sentirsi realizzato.
Rimanendo nel tema dei sogni, Paolo pare debba ancora decidere quali chimere inseguire giacché, prima di prefissarsi un obiettivo, bisogna stabilire chi siamo, e solo in seguito si può puntare ad una qualsivoglia meta. La figura di Paolo a me suscita simpatia perché il ragazzo, che pare uno sbalestrato, a mio modo di vedere sta vivendo con coerenza la sua età e ci sta che un adolescente (più giusto dire giovane) si ponga domande su di sé e sul senso della sua esistenza. Questa non è certo la situazione di Valentina, la sorella più giovane (Nicoletta Romanoff) che ha deciso il suo obiettivo: vuole fare televisione. L’ambizione di Valentina è condivisa da molti giovani ed il regista lo ribadisce focalizzando il gran numero di ragazze, spesso accompagnate da madri altrettanto ambiziose, (se non più delle loro stesse figlie), ai provini, per accedere a ruoli quali veline, letterine, vallette e similari.
Nel descrivere questo ambiente, quello della “televisione commerciale”, volendo sintetizzare con una definizione il mondo cui ambisce entrare Valentina, l’autore non manca di sferrare delle critiche pesanti: una scena chiave è quella in cui ad Elena (Elena è l’amica/complice di Valentina, interpretata da Silvia Cohen) viene chiesto, dopo che la stessa ha cantato e ballato, di camminare per essere osservata di fronte e di retro. Una volta visto il suo fondoschiena il comitato di selezione la depenna senza esitazione, il messaggio è chiaro: per fare "quella televisione" (che poi forse è tutta la televisione) non servono abilità e capacità specifiche, bisogna avere fisico e un bel culo è più importante di saper cantare, saper ballare o aver studiato. Tutta la scena del provino in effetti può essere paragonata al mercato del bestiame dove “gli acquirenti” valutano la merce in base alla loro apparenza, sotto gli occhi consensuali dei genitori che accompagnano le loro figlie convinti che “la carne” da loro portata al mercato sia la migliore sulla piazza.
Giulia anche in questo contesto pare spaesata, la sua idea di “essere attrice” è diversa da quel che vede attorno a lei, e si sente fuori luogo, una volta in più. Non è così per Valentina (e per Elena) che sanno cosa può aprire loro le porte del successo: la disponibilità a concedersi (anche carnalmente) alle persone giuste. Il loro slogan è “Le brave ragazze vanno in Paradiso, io voglio arrivare dappertutto…!" Valentina approderà al successo, perché sviluppa la strategia giusta che è quella di individuare queste persone e dimostrarsi disponibile accettando tutti i compromessi di cui sopra e sfoderando una dose di cinismo che la vedrà sbarazzarsi pure dell’amica quando l’avrà ritenuta inutile per raggiungere il suo scopo.
E’ giusto ora precisare che Gabriele Muccino riesce a trasmettere al pubblico un'idea estremamente negativa di questo mondo televisivo, non solo perché sono programmi vacui, ma anche perché è un ambiente dove molte persone (troppe lascia intendere), per raggiungere il successo devono sacrificare valori e relazioni importanti. La figura di Stefano Manni (interpretato da Enrico Silvestrin), brillante uomo di successo visto da fuori, se meglio conosciuto è la figura di uno “sfigato”, profondamente solo, circondato da arriviste, quale appunto è Valentina, costretto a ingerire alcool e droghe per far fronte al vuoto interiore. Insomma, a ben guardare tutta la folla di ragazzine (accompagnate per giunta dalle loro mamme) che si accalcano e sperano di entrare in quel mondo dorato, alla fine non sanno che se va bene loro stanno entrando in un incubo, giacché per accedere a quello che pare un Eden, si deve scendere a compromessi, si deve vivere in balia alla precarietà dove il nuovo è sempre pronto a sostituire il vecchio.
Se Carlo respinge in cuor suo la monotonia del suo lavoro, in quel mondo, per contro, tutti sono sempre appesi ad un filo, l'audience del pubblico può sempre lasciare tutti a casa da un momento all’altro e registi e produttori devono sempre scovare nuovi volti per non annoiare i propri telespettatori, altrimenti sono loro a finire nel dimenticatoio, e una volta scesi dalla giostra, il rischio è non risalire più. In quel mondo certezze non ce ne sono, al contrario di quello dei lavori comuni quali lo studio assicurativo dove lavora Carlo, e anche per questo, per rimanere sempre sorridenti e far fronte a questa realtà schizofrenica, in quel mondo dello spettacolo girano sostanze allucinogene che aiutano ad affrontare la realtà. Qui sorge un interrogativo: i valori veri quali sono? La monotonia che ammanta Carlo, non va bene, la precarietà dello spettacolo, neppure... che cosa si cerca? Non parliamo poi di temi quali la famiglia, la fedeltà e... (ed altri aspetti che sbucano a piacere dello spettatore).
Il film in tal senso non dà una risposta, anche se la figura di Paolo può esserci di aiuto: stimolato da Ilaria, inizia una ricerca per capire cosa sia l’infibulazione. Il messaggio potrebbe essere che per amore uno cerca di migliorarsi, Paolo infatti è innamorato di Ilaria e si sforza di crescere per poterla conquistare. L’amore quindi potrebbe essere una forza benevola. Un valore assoluto? Vi è un’altra scena che vede sempre protagonista Paolo a lasciare aperto l'interrogativo: il ragazzo è disperato perchè con Ilaria non sta sfondando e per alleviare la sua sofferenza Matteo, il suo migliore amico (interpretato da Andrea Samà) chiede alla propria ragazza (interpretata Maria Von Ritchie Lopez) di baciarlo, onde dare a lui un po’ di sollievo. La giovane controvoglia lo asseconda.
Si direbbe, riprendendo il discorso di poc’anzi, che per amore si cresce, ma per amore si accettano anche compromessi discutibili, com’è il caso della ragazza che si sacrifica solo per volere del suo amato. Se il gesto di Matteo è di vera amicizia nei confronti di Paolo, nel contempo al sottoscritto pare anche che la propria ragazza sia stata trattata come un oggetto. Il fatto che la stessa accetti, pur imprecando, la dice lunga su come per amore si possa fare qualsiasi cosa, talvolta anche quella sbagliata. Per la cronaca Paolo rifiuta di baciare la giovane dimostrando che quando si è innamorati l’amata è unica ed insostituibile.
Mi sono dilungato su questo episodio, marginale nella trama del film, per spiegare come l’intera pellicola sia un cesello di piccoli dettagli che si incastrano, e proprio per questo a mio avviso è un capolavoro. Ottima è la recitazione da parte di tutti, la musica è proposta con attenzione e con una bella alternanza di ritmi, la fotografia è ficcante e ricca di primi piani. Credo sia giusto ora approfondire un po’ le varie recitazioni, Bentivoglio non mi ha sconvolto, e però è probabile che il suo personaggio pacatamente stralunato sia stato creato come contraltare alla compagna Giulia. La ritrosia che provo verso Carlo forse più che una critica verso la recitazione dell’attore è dovuta all'antipatia che mi suscita il suo personaggio. Giulia Ristuccia è invece interpretata molto bene da Laura Morante che, al contrario del compassato marito, altera crisi di nervi a momenti di vera e propria isteria, trasmettendo agitazione anche allo spettatore del film che vorrebbe abbandonare la sedia del cinema per farle avere di persona un forte tranquillante…
La menzione particolare però spetta alla recitazione di Nicoletta Romanoff che ai miei occhi è risultata superlativa. Di belle donne nel film ce n’erano più d’una, ma tra le attrici protagoniste lo scettro era conteso dalla giovane esordiente e dalla ormai affermata Monica Bellucci; bene, a mio avviso non c’è stata partita, la Bellucci ha svolto il suo compitino, mentre la giovane ha saputo colpire lo spettatore in ogni fotogramma in cui è apparsa non solo per una fresca avvenenza, ma anche per come ha saputo interpretare il suo personaggio. Va detto che hanno giocato a suo favore anche anche alcune scene cult che l'hanno vista protagonista. La prima che voglio ricordare è quella dove pattina nel corridoio di casa con movenze maliziose e un fisico che scuote molti animi maschili.
La seconda è la corsa liberatoria che la ragazza fa dopo aver saputo che è entrata come valletta nel programma televisivo per cui tanto si era impegnata. Per tutto il film la ragazza è parsa stronza, cinica, sexy ma estremamente antipatica; in questo specifico frangente la si scopre una ragazzina che corre felice perché ha coronato il proprio sogno. La sua corsa sprigiona un'energia che contagia chi osserva il film che si immedesima in questa gioia. Voglio dedicare una parentesi a Nicoletta Romanoff (rif. 3) sulla quale avrei perso una scommessa; dopo averla vista al cinema in questo lavoro ero pronto a scommettere in una sua luminosa carriera come attrice, cosa che non è avvenuta, almeno ai livelli da me attesi. Ciò non toglie che, rivedendo il film recentemente, la sua recitazione mi è parsa brillante come me la ricordavo e per me la sua resta una grande interpretazione all’interno di un gran pezzo di cinema della storia italiana. Nicoletta è una donna di indubbio interesse anche per la sua storia personale: discendente dello Zar Nicola I e Caterina di Russia (da parte materna); non contenta ha legami di parentela anche con Elena del Montenegro, moglie di Vittorio Emanuele III re d’Italia.
Detto ciò, da reppublicano convinto, devo ora ricordare un’altra scena cult del film, quella dove la ragazza irrompe senza bussare, come suo solito, per scoprire il fratello che si masturba guardando un calendario di Nina Moric. Quello che cerco di trasmettere al lettore mediante la descrizione di situazioni specifiche è che il film è un susseguirsi di dettagli che narrano molto più di ciò che la mera narrazione comporta: Paolo che seduto sul bagno cerca di darsi piacere, in un attimo ci racconta di tutto un periodo della vita di ogni giovane, quello dove si vorrebbe abbandonare l’infanzia per diventare adulti, cosa più facile a dirsi che a farsi.
Arrivo ora velocemente alla conclusione per lasciare poi spazio ad altre opinioni. Il finale rimane aperto, la famiglia non salta per aria causa un incidente che impedisce a Carlo di scappare con Alessia, ma i due si rincontrano e le aspirazioni che erano rimaste sepolte come brace sotto la cenere potrebbero riaccendere un fuoco distruttivo. La voglia di evadere di Alessio e Carlo sono rimaste intatte, anche se ora lo spettatore ha il sospetto che le capacità di scrittore dell’uomo siano limitate e che sia una sorta di illusione anche la relazione tra i due. Due elementi mi inducono a ritenere effimera questa relazione, il primo è che ambedue non si ricordavano la ragione per la quale si erano lasciati (sfido chiunque abbia avuto una grande storia d’amore a non ricordarsi cosa abbia interrotto il loro sogno), ma oltre a ciò va detto che è sempre il caso che riavvicina questi due “grandi amanti”, non è come per Paolo che cerca di far l’impossibile per conquistare la sua Ilaria, qui no, sono le circostanze che li avvicinano e li separano. Parlando di sogni e di illusioni questi due pensano di vivere una grande storia d’amore, ma sono, appunto, degli illusi.
La sensazione che ne ricava lo spettatore è che anche il teatro, per Giulia, alla fine sia solo un palliativo per mascherare una insoddisfazione più profonda. In bella sostanza i sogni dei due protagonisti sono solo inganni che gli stessi si raccontano per nascondere l’opacità delle loro vite. Valentina per ora sta realizzando il proprio obiettivo, ma quanto possa cavalcare l’onda è tutto da scoprire, quel mondo l’ho descritto in precedenza, certa è invece la rabbia che affiora dagli occhi dell’amica Elena quando scopre che l’ex amica ha raggiunto “il successo”. Ad Elena rimane solo una grande frustrazione per aver inseguito la chimera della televisione. Il quadro di questa borghesia è desolante, tanto più se consideriamo che si è descritta una famiglia agiata. Temi quali disoccupazione, mobbing lavorativo, precarietà, difficoltà finanziarie o altre situazioni tipiche dei nostri tempi i Ristuccia non li conoscono. Pur con tutto ciò si è descritto una famiglia poco invidiabile.
Ora spazio ad altre opinioni iniziando da quella del regista Gabriele Muccino estrapolata nelle note di regia: " Ricordati di me è la storia di una famiglia normale in cui tutti non fanno che temere la propria normalità, in cui nessuno vuole essere nessuno. Il film è come se sollevasse il velo delle ipocrisie familiari e andasse a guardare cosa c'è sotto, cosa si nasconde dietro la routine di ogni giorno e alle tante cose non dette..." rif. 4
Marcel M.J. Davinotti Jr.: “...Non è stato il successo annunciato che avrebbe dovuto seguire L'ultimo bacio, ma il quarto film di Gabriele Muccino è comunque la conferma di un talento non comune. Dal punto di vista meramente registico Ricordati di me fila come un treno sull'onda del quotidiano, rivitalizza il cinema che fu del miglior Vanzina e dimostra che con Muccino se non altro non ci si addormenta. Di nuovo abbiamo l'alternanza generazionale de L'ultimo bacio: da una parte i due genitori (Bentivoglio e Laura Morante), dall'altra i loro figli (Silvio Muccino e Nicoletta Romanoff). Ognuno con i propri problemi, con le proprie aspirazioni: lui e lei sono sull'orlo della separazione (d'altra parte lui si trova di fronte una vecchia fiamma con le fattezze di Monica Bellucci, lo si può capire), la figlia sogna di diventare velina, il figlio di integrarsi meglio con gli amici e abbandonare il ruolo di perdente. La Morante straparla (ma è così brava a fare l'isterica che le si perdona tutto), Bentivoglio dà un altro saggio di recitazione dimessa ma volitiva. La Romanoff ha un corpo strepitoso (che finisce posseduta dal redivivo Taricone), Muccino sembra davvero che parli (come gli rimprovera la sorella) con uno straccio in bocca. Cast diretto ad ogni modo molto bene (c'è anche Andrea Roncato in un breve cameo come vecchio marpione nascosto tra i vari vip televisivi che la Romanoff frequenta) e anche se le storie sanno inevitabilmente di vecchio e il finale è tristemente moralisticheggiante, il film scorre così bene da mascherare spesso i tanti difetti”.
Gigliato74 : “Opera molto realistica, benché al limite del più cinico ed esasperato pessimismo, che graffia affondando le unghie nella carne e nel cuore dello spettatore. Un continuo graffìto di unghie sullo specchio della vita che ci circonda e che inconsapevolmente, purtroppo, spesso tutti viviamo. Onore all'abile aiuto di Avati di un tempo (il buon Muccino) che con mano astuta ed attenta non perde occasione per regalarci nuove e sempre più incisive emozioni di celluloide. Come al solito ottima la Morante nel mettere in scena ansia, disperazione e rabbia.” Chiudo con una critica negativa, quella di Parsifal68 “Vorrei trovare qualcosa di buono in questo filmaccio, ma proprio non posso. Dopo il discreto esordio de L'ultimo bacio Muccino ci propone un altro film urlato, paranoico e troppo distorsivo della pur distorta famiglia media italiana. Gli ottimi Bentivoglio e Morante non riescono a salvare un film che langue tra luoghi comuni e cadute di stile, con una Bellucci al top della sua scarsezza recitativa e un Muccino Jr. dall'irritante sigmatismo. Stupisce in positivo la Romanoff, odiosa ma ben calata nella scomoda parte. Inguardabile”.
Mirco Venzo, Treviso 29/11/2024 #qzone.it
rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/Ricordati_di_me
rif. 2 http://www.qzone.it/index.php/q-movies/916-l-ultimo-bacio-2001-g-mucino
rif. 3 https://it.wikipedia.org/wiki/Nicoletta_Romanoff
rif 4 - https://www.cnvf.it/film/ricordati-di-me/
rif. 5 https://www.davinotti.com/film/ricordati-di-me/4177
