Geraldina Roberti è docente presso l’Università dell’Aquila ed è una sociologa, a lei riassumere l’idea di società liquida creata da Zygmunt Bauman (Poznań, Polonia 19 novembre 1925 – Leeds, 9 gennaio 2017) (rif. 1) studioso vivace autore di svariati testi (rif. 2 il video che riassumo). Inizia subito ad occuparsi della modernità, Bauman e presto la sua analisi entra nel campo del consumo che è un aspetto determinante nel concetto di liquidità. Liquidità è antitetico a solidità. C’è stato un momento in cui la società capitalistica era solida, aveva solidità, ora al contrario è liquida ed in quanto tale non ha una forma precisa. Il liquido prende la forma di ciò che lo ospita, al contrario del solido. Il liquido aggira gli ostacoli e entra nelle pieghe, arriva ovunque, basta che gli si presenti un varco, per quanto piccolo. Concetto
importante nel liquido è il tempo unitamente all’idea di movimento perché ciò che è liquido non si ferma, tendenzialmente. (E’ vero che può esserci acqua ferma, ma in tal caso è acqua stagnante, acqua destinata a sparire, maleodorante, acqua che non gode di buona salute - non è un concetto della Roberti ma è l’idea che mi son fatto io ndr).
Il liquido tende a muoversi continuamente, ecco perchè esso è legato al tempo, con lo scorrere del tempo il liquido si sposta, da qui va a li. Al contrario il solido occupa lo spazio, è legato allo spazio, il liquido invece opera nel tempo ed il tempo è l’elemento che più conta nella società attuale. Spazio e tempo sono le due categorie più stressate dalla modernità. Torniamo a spiegare perché nella società liquida ci si muove: perché il fermarsi, per perseguire degli obiettivi importanti, apprendere un lavoro mettendo magari quella passione e affinando l’esperienza necessari (come documentato nella mostra Mastro Venezia dal sottoscritto - rif. 3) oppure, entrando nel campo dei sentimenti puntando su una relazione affettiva, nella nuova società odierna, è visto come un precludersi infinite altre opportunità. La relazione stabile, il conoscersi un po’ per volta è visto come uno spreco di tempo.
Tornando al mondo del lavoro questa società sconsiglia l'impegno nel lungo periodo: cosa mi specializzo a fare se poi io devo essere flessibile? Non so che fine farà la mia impresa e non so se quel settore sarà ancora operativo nel mio paese! Il laureato finisce per fare le consegne in bicicletta, o, e questo ostacola la vita affettiva “stabile”, va a fare il banconista di un pub in inghilterra per perfezionare la lingua che non si sa quando e se gli servirà, posto che dall’Inghilterra dovrà andarsene chissà dove, li dove gli offriranno un lavoro “decente”. Investire nei sentimenti anche volendo, in questo contesto è praticamente impossibile. Tutto spinge a non fermarsi a non mettere radici, (ecco che si comprende anche perché c’è stato un momento in cui c’era una società solida, una società dove ci si fermava, come fermi sono le rocce, i scogli su cui sbatteva indomito il mare), ora ci si muove: liquidità!
Bauman individua un soggetto che tra gli altri favorisce questo stato di cose, ed è la crisi dello stato nazionale. Lo stato ha confini precisi, leggi precise, una lingua ben definita, oggi a decidere sono organismi sovranazionali e i confini non esistono più, per gli uomini, per le idee, e soprattutto per le merci. Tutto scorre, tutto si muove. C’è un nome per spiegare tutto ciò: globalizzazione! Questo mina l’identità del soggetto (su Qzone si è parlato di identità in un precedente articolo - rif. 4).
Qui la Roberti inserisce un ulteriore concetto per spiegare questo processo verso l'individualizzazione che ammanta i singoli individui nella società liquida, ed è il concetto di postmodernismo (rif. 5) , vocabolo elaborato da Jean-François Lyotard (Versailles, 10 agosto 1924 – Parigi, 21 aprile 1998 - rif. 6) - Lyotard nella definizione di postmodernismo afferma che non vi sono più le grandi narrazioni collettive, le ideologie cui orientarsi e in cui riconoscersi. Ad esempio, a partire dal settecento gran parte dell’umanità crede nella scienza, e di conseguenza nella bontà della ragione. Poi però quando il risultato della ragione e della scienza ha espresso tutta la sua forza ecco che in Europa, proprio lì dove tale idee e tale credo s’era più radicato, sorgono due sanguinose guerre mondiali, si scopre la realtà di Auschwitz. In seguito altri fenomeni segnano l’anima collettiva: la bomba atomica illumina il cielo di Hiroshima, nell’altro campo di ideali a fianco dei Gulag compare Chernoby. Ovunque vi sono problemi ambientali, si constata la distruzione della biodiversità… Questo è il frutto della scienza e della società “razionale”.
Una parte della popolazione credeva nell’ideologia del marxismo, credeva nel comunismo, ma il muro è crollato, e c’è poco altro da aggiungere a riguardo. D’altra parte l’idea stessa dei partiti è tramontata, basta guardare in Italia che è successo, ma anche la religione è in crisi, e se pure “Dio” è stato un punto fermo per secoli, ora per molti pure questo si sta dissipando. Qualcuno tempo fa disse che “Dio è morto”, e Lyotard e Bauman al suo seguito, ci dicono che con questo malessere dell’assoluto, anche questo punto di riferimento, quello religioso, viene meno se non per tutti, sicuramente per molti. Lo stato abbiamo detto è saltato, la razionalità, abbiamo spiegato è vista ora con sospetto, la religione è in crisi in cosa deve credere l’individuo? Deve credere e puntare in se stesso, ecco perché oggi più che mai si va verso l'individualizzazione. Questo fenomeno si lega con forza ad uno dei protagonisti di questo modello socio economico, il consumo!
Un testo di Bauman ha un titolo che ben illustra il suo pensiero Consumo dunque sono (Laterza, 2008 che in inglese s’intitola Consuming life facendo intuire che in questo modo si consuma la vita). Bauman ripesca anche un paio di concetti freudiani nella sua analisi, il concetto che afferma l’individuo essere posto di fronte ad una scelta. Da un lato il principio del piacere contrapposto al principio di realtà, o se si preferisce il principio di libertà contrapposto a quello della sicurezza. Nella società solida, dove stato, ideologie e religioni avevano peso, l’individuo rinunciava a una fetta di libertà (e/o al piacere), per avere sicurezza. La sicurezza era determinata anche dall’appartenenza, nel riconoscersi in quel gruppo religioso, in quel partito politico, nei valori nazionali. Queste appartenenze erano sicuramente limitanti sotto alcuni aspetti, ma ti facevano sentire parte di qualcosa. Non eri solo! Oggi, non è più così, nella società liquida, come spiegato sopra, l’individuo è isolato, è sconnesso da altri gruppi, da ideologie, da narrazioni che lo accomunano ad altri, è persino single perchè è difficile avere una relazione (men che meno matrimoniale, altra istituzione in grande crisi). L’individuo è solo! Sigmund Freud, dicevamo, contrapponeva il principio di realtà al principio del piacere, ecco che la mancanza dei riferimenti sopra citati spinge l’individuo dal principio di realtà al principio di piacere, e quindi lo spinge verso consumo.
Si parlava del principio di sicurezza contrapposto a quello di libertà e l’individuo oggi apparentemente sembra più libero, anche i media aiutano a trasmettere questa idea: siamo liberi, siamo più liberi, possiamo andare all’estero, possiamo viaggiare in tutta Europa senza la barriera della moneta, del passaporto, in un certo qual modo anche gli stranieri è giusto che vadano dove ritengono più opportuno… Questa è la narrazione generalizzata! Ma è proprio così? Bauman ci dice che di fatto il singolo oggi è molto più confuso, è sradicato, e la sua solitudine, di fatto, lo rende più fragile. Ancora una volta è il consumo a dover riempire questi vuoti ma il mondo dei consumi, per sua natura è fatto di cambiamenti, di novità e quindi con il consumismo si riempie poco, direi nulla! Un oggetto oggi è alla moda, ma domani è la dimostrazione stessa di come tu sia obsoleto, basti pensare ai cellulari. E così si è sempre costretti a rincorrere l’ultimo oggetto, andando a dissipare il bene più prezioso che abbiamo che è il tempo. Lo dissipiamo per recuperare le risorse che ci permettono di acquistare l’auto di ultimo grido, per pagarci il chirurgo che ci ha rifatto i seni o liposuzionato, per andare in vacanza nella località che ora è di tendenza, per acquistare l’ultimo cellulare che telefona come quello ancora utilizzabile che abbiamo in casa nascosto in chissà quale angolo, ma che non ci restituisce l'immagine di cui abbiamo estremo bisogno! Con gli acquisti, con il consumo, non si riempiono questi vuoti.
La Roberti per spiegare questo concetto ci parla anche di Abraham Maslow (rif. 7) che sosteneva i consumi fossero determinati dai bisogni. Alla base della piramide c’erano i bisogni primari e via via si andava su bisogni meno esistenziali per la realizzazione fisica ma preponderanti per l’equilibrio psichico. Ci dice la Roberti che se io ho fame (bisogno primario) non penso di acquistare un libro e mettermi a leggerlo, mi compero un piatto di pasta; solo a pancia piena posso considerare di leggere qualcosa (e acquistare un libro). E’ il bisogno che determina il consumo. Questo una volta, oggi l’acquisto non è più determinato dal bisogno, come sosteneva Maslow, bensì dal desiderio, o addirittura dal capriccio. Bauman evidenzia quindi come anche la durata del desiderio che è già di per se effimera, viene sostituita dal capriccio che è un istinto momentaneo. Cammino per strada, o sono davanti al mio computer è quando vedo quell’oggetto, devo farlo mio all’istante, pur se non ne ho bisogno, giusto per appagare questo capriccio che mi è sorto impetuosamente. Chiaro che quell’acquisto non incide per nulla sulla mia felicità e sul mio equilibrio duraturo. Si è passati quindi dall’etica del lavoro (chiaro riferimento agli studi di Max Weber - rif. 8) all’estetica del desiderio.
Che cosa comporta tutto ciò? Che se il lavoro mi collocava in un mio spazio ben preciso, ero un banchiere, ero un manovale, un bracciante, ora nella libera società liquida sono io che decido chi voglio essere, (si pensi anche alla autodeterminazione sessuale, posso decidere di essere considerato donna pur essendo uomo e viceversa), bene, se però io decido chi voglio essere, in base anche ai miei desideri, questo mi investe di una enorme responsabilità: non è più colpa degli altri se sbaglio la scelta!
Nella società liquida non sono più ciabattino o contadino perché lo era mio padre prima di me e mio nonno prima di lui… io sono ciò che voglio essere. E se non sono nessuno perchè non trovo un mio spazio, un lavoro, un’identità, è solo colpa mia! Siamo nella società della precarietà lavorativa, della flessibilità e sono io che (pare) scelgo ciò che voglio essere. Ancora non c’è più la religione che giustifica la mia posizione, (sei povero per volere di Dio, ma Dio ricompensa i poveri etc. etc.). Non c’è più il partito a darmi una via d’uscita, (stiamo lavorando per la rivoluzione, per favorire il liberismo, per ottenere l’indipendenza e una volta ottenuto quella, un domani prossimo, tutto cambia...). Ora ciò che sono dipende da me, mia è, in definitiva, la responsabilità del fallimento.
Ed ancora in che modo il consumo diventa una mia scelta identitaria in questa società liquida? Si pensi alla scelta di un’auto: se prendo una Ferrari sto dando di me la visione agli altri di una persona arrivata, sportiva, giovanile, mentre se prendo una Mercedes do più l’idea di essere una persona sempre di successo, ma più pacata che ha una sua solidità. Trasmetto attraverso l’immagine di quel bene una proiezione di come io voglio essere (in questo processo è chiaro che l’immagine che i pubblicitari danno dei vari prodotti sono sposati da chi poi li acquista; che un panzone calvo voglia apparire sportivo solo perchè siede su una Ferrari è un'idea sua, la realtà è un altra!). Altro esempio: se io acquisto biologico etico e sostenibile sto dando anche indicazioni di quali sono i valori che mi muovono.
Attraverso l’acquisto (il consumo) sto dicendo agli altri a quale gruppo, io ho scelto di appartenere. Ecco perchè “consumo dunque sono”. E però può un bene rappresentare la mia essenza? Certo che no, è però nel affannarsi a cercare il denaro per acquistare questi “status simbol” che collocano in questo o quel contesto sociale, l’individuo spreca la sua vita (il titolo originario del suo libro: Consuming life)! Credo debba ringraziare Geraldina Roberti per avermi chiarito l’idea di società liquida del sociologo polacco cui do la parola recuperata in un paio di sue conferenza. (sempre da me riportate e sintetizzate) che potranno aiutarci ad intuire le sue perplessità e le sue eventuali risposte cui aggiungo delle riflessioni sul tema dell'identità recuperate da facebook.
Festival delle generazioni a Firenze 15/10/2016
Legame tra paura e cambiamento generazionale.
Non sarà un virgolettato, ma un riassunto adattato; chi volesse attingere all’originale veda il rif. 9 - Eventuali mie osservazioni le evidenzierò con altro stile di scrittura, come avete già visto nelle righe precedenti. E’ molto importante poter esprimere le proprie opinioni (E’ l’anno 2016 e questa è l’affermazione con cui introduce la sua conferenza. Ben prima che l’azione di censura nei social diventasse massiccia - rif. 10/11). Il tema è il legame tra paura e cambiamento generazionale. La paura accompagna l’esistenza umana dall’inizio della sua storia. Noi siamo diversi dagli animali non perchè anche loro non vivano questa sensazione, ma perchè contrariamente a noi, loro, gli animali, sono molto più bravi a percepire il pericolo ed a reagire. L’uomo al contrario, non sappiamo se questo sia un vantaggio o uno svantaggio, ha l’immaginazione con cui può pre vedere che pericolo ci potrà capitare (e porvi rimedio).
L’uomo dalle sue origini ha coscienza della sua mortalità, viviamo sempre con la costante paura di morire. Blaise Pascal aveva ben individuato come oscilliamo tra consapevolezza dell’immensità dell'universo, la capacità di intuire l’infinito, da un lato e il nulla dall’altro. L’uomo che comprende questi opposti che ammira la vastità dell’oceano, l’imponenza delle montagne comprende di converso la sua mediocrità, la sua piccolezza. Ci interroghiamo quindi: "Perchè siamo qui ora"? Queste domande, che sono strettamente correlate all’idea di paura che ho espresso poc’anzi, generano delle risposte che sono strettamente correlate con il nostro percorso culturale.
L’uomo è un animale culturale e grazie alla sua cultura, da un lato, trova il modo per convivere con questi interrogativi, ma dall’altro trae energia da queste paure per affrontare la sua esistenza, andando anche a generare opere d’arte quali Firenze ne è uno dei luoghi più rappresentativi al mondo. (Bauman ci dice che si può sublimare queste energie). La paura quindi viene affrontata anche grazie alla propria cultura che ci da gli strumenti per fronteggiarla. Va ora precisato che le paure cambiano da generazione a generazione. La mia generazione, ad esempio, vedeva un testo quale 1984 di George Orwell come una Bibbia che sapeva riassumere i nostri principali timori di allora. Il totalitarismo, l’essere costretti alla schiavitù. Nel testo v’era ben espressa l’idea che poteri occulti potessero manipolare le nostre volontà, gli individui erano costretti, obbligati, a guardare la televisione e lo slogan era “il grande fratello ti guarda sempre”!
Che legame c’è tra queste tetre previsioni (valuti il lettore quanto si siano realizzate) e quel che vi voglio dire? Che io ho visto nascere e crescere la generazione del 1984 e questi timori non sono affatto avvertiti. (Aggiungo io che alcuni tra i miei coetanei, i sessantenni, li percepiscono e qualcuno di essi ne è sgomento, mentre i giovani, che io sappia, vivono serenamente questi “controlli”). Mediante il cellulare e anche grazie alle carte di credito, vi è qualcuno che registra dov’è ognuno di noi. Le banche dati registrano e conservano ogni nostro spostamento eppure nessuno di noi è preoccupato! Il protagonista del romanzo di Orwell era terrorizzato da un simile controllo ed invece la nostra società pare approvi l’esatto contrario. Questo è estremamente interessante a mio parere. Oggi essere visti, essere notati credo sia la risposta che cerchiamo per sopperire al senso di pochezza cui accennavo prima.
Se Cartesio diceva “Cogito, ergo sum” (Penso dunque sono) oggi si direbbe la frase sottoscritta da tutti è “sono visto, sono controllato dunque esisto”! La nostra società teme la solitudine; il 60% degli abitanti di Stoccolma vive da solo ed in tal senso Zuckerberg con facebook sta facendo un grande lavoro, ci solleva da questo problema grazie a delle connessioni, a delle “relazioni” virtuali. Il punto è che noi viviamo due vite, quella on line, su facebook ricca di relazioni e di legami che si creano velocemente e si possono anche interrompere altrettanto velocemente, e la vita reale dove le cose sono più complicate. Anche per questo forse abbiamo perso fiducia nel futuro, non abbiamo più la convinzione che le cose possono cambiare in meglio, che noi possiamo essere protagonisti in tale evoluzione. (Al minuto 39’,40” Bauman afferma che le case farmaceutiche ci mettono di fronte a degli obblighi nuovi e questo dal punto di vista sociologico va inteso come una nuova ideologia - evidenzio che il video è registrato nel 2016! Chissà che cosa direbbe oggi a seguito dell’obbligo vaccinale!)
Chiude ricordando i tre punti indicati da Papa Francesco al ritiro del premio Carlo Magno assegnato a chi più si è prodigato per favorire l'Unità Europea (6 maggio 2016). Le priorità evidenziate dal pontefice sono un maggior dialogo, dove comprendere le affermazioni degli “altri” è importante. Considerare le disparità economiche tra i vari popoli e tra le persone all’interno di una stessa società. La forbice è eccessiva e genera disuguaglianza. Per finire dare importanza all’istruzione. Si congeda da Firenze, Bauman, ricordando un millenario adagio cinese: “Chi pensa all’anno a venire semina il grano. Chi pensa ai prossimi dieci anni pianta un albero. Chi pensa al futuro istruisce le persone”.
Consumo dunque sono. - Festivalfilosofia 2012 - Modena.
Gli esseri umani sono da una parte, le cose sono dall’altra. Charles Sanders Peirce (rif. 13) definisce le cose “tutto ciò di cui si può parlare e pensare”. I nostri pensieri, le nostre discussioni sono ciò che possono definire le cose. Noi creiamo le cose proprio perché ne parliamo. L’essere umano ha delle necessità, dei desideri, ed ha una capacità d’azione per soddisfare queste necessità, per appagare questi desideri. E’ questa una distinzione tra le cose e gli umani: le cose non pensano e non agiscono, mentre noi umani pensiamo e agiamo: non siamo delle cose! Le cose hanno un significato perché NOI diamo loro un certo significato che possiamo anche plasmare, modificare. Le cose sono importanti o superflue, necessarie o inutili perchè noi decidiamo che questa sia la classificazione da attribuire alle cose che obbediscono silenti e accettano il nostro giudizio.
Da un lato vi sono le persone che pensano e ordinano, dall’altra vi sono le cose che ubbidiscono, vengono usate. La cultura del consumismo ha modificato il significato che diamo agli oggetti, se entriamo nei supermercati siano travolti da oggetti che soddisfano le nostre necessità o i nostri desideri. Sono “User-friendly” e lascio in inglese questa parola perché voi siete gli user (gli utenti) e friendly, amichevole è il prodotto, l’oggetto. Questi beni esposti sono lì per soddisfare i nostri bisogni, per renderci felici e quando un oggetto non risponde nel modo voluto, lo accantoniamo, lo restituiamo al negoziante. Il potere sta tutto in un’unica parte, quella del soggetto che senza alcun giudizio morale agisce, accantonando o restituendo l’oggetto che subisce silente.
L’oggetto viene accantonato perché giudicato inutile, viene gettarlo via, regalato ad altri è un'operazione che non richiede giudizio morale. Esiste il diritto ad usare, e gettare, eliminare! Attenzione che applicare questa logica consumistica alle relazioni può portare ad una catastrofe. Io appartengo a quella generazione che considera il mondo un contenitore dove cercare principalmente il cibo e solo eccezionalmente può regalare del piacere. Oggi al contrario cerchiamo il piacere nei negozi, nelle corsie del supermercato e la relazione tra cliente e commodity (oggetto) è una relazione pura, non ha lacci e laccioli a margine. O c’è soddisfazione reciproca o la relazione salta. La famosa frase “Fin che morte non ci separi” include in modo incontrovertibile del sacrificio, un impegno che ambedue la parti si assumono, al contrario nel rapporto puro, quello che non deve rispondere a null’altro se non alla reciproca soddisfazione (sin che ci piace stiamo assieme e se uno dei due non prova più piacere, ognuno per la sua strada) è una fonte di stress. Questo tipo di rapporto ci rende simili alle cose perché ognuno sa che può essere sostituito, accantonato in ogni istante, senza preavviso.
Nella società attuale quest’ansia è sempre presente, sempre più presente per un maggior numero di persone. Le relazioni sono molto più friabili, sgretolabili. La rete… le relazioni che si possono instaurare nel web: è facile entrare, conoscere, esser conosciuti, ma altrettanto facilmente si può uscire, e quindi essere accantonati. Si sta trasferendo la modalità di relazione tra cose e persone alle relazioni che però sono sempre poste in essere tra persone. Le relazioni si sgretolano senza il bisogno neppure più di una scusa. Si taglia e via, senza spiegazione alcuna. In passato certe azioni avrebbero agito come una lama nella nostra coscienza, rompere una relazione sarebbe stata una liberazione da un lato, ma avrebbe generato un peso dall’altro. Oggi è tutto molto più fragile, friabile, sgretolabile. Le modalità antecedenti le relazioni in rete stanno cambiando, e anche fuori dal web ci si unisce facilmente e altrettanto facilmente ci si lascia. Un sms o un cinguettio su twitter possono andar bene per salutare la controparte.
Noi abbiamo più i piedi fissi per terra, noi scivoliamo sulla superficie delle cose, non abbiamo più i piedi saldamente appoggiati a terra. Le relazioni sentimentali sono instabili, bene, si punta sempre più, uomo o donna sulla carriera. Questo però cosa comporta? Che tutti trascurano il compagno, la relazione! L'aggiornamento professionale costringe ad isolarsi a studiare quel testo, quella pratica e a fianco ai figli chi si siede per dialogare con loro per viverli? Aiutare i bimbi a fare i loro compiti o fare la vecchia classica domanda: “Com’è andata oggi a scuola”? Ascoltando magari la risposta. Si fa ancora tutto ciò nella frenetica società attuale? Bauman si risponde: “no”, non possiamo più permettercelo perché questo pregiudica la nostra carriera.
Come risolvere questi sensi di colpa? Andando per negozi ad acquistare dei regali che ci facciamo da soli per darci del benessere, per sollevare il nostro animo che sa aver fatto qualcosa di inadeguato, lo shopping affoga il nostro senso di colpa. (E’ sempre il consumo la risposta ai nostri problemi). Questi fattori si iniziano a fondere ed il modello della vita da consumatori inizia a definirsi.
La stessa natura pare indifferente alle nostre necessità, e come dice uno scienziato che stimo molto "L’obiettivo finale della tecnologia è sostituire il mondo naturale", mondo che d’altra parte ci scarica addosso uragani, temporali, e cuori che si possono infrangere… Questo mondo (reale) ha delle resistenze, non si adatta alle nostre esigenze (si pensi alla natura, ad esempio, che muta danneggiandoci). Il mondo reale non ci piace, lo vogliamo modificare. Mi chiedo, ma adattare il mondo alle nostre esigenze, “impedirci di fare fatica” significa star meglio? Siamo sicuri di questo? Certo esistono tutta una serie di prodotti che, ci dicono gli annunci pubblicitari, risolvono i nostri problemi, evitano di farci fare fatica. Bene, dietro a queste risposte esiste una filosofia di fondo: il nostro mondo è fatto solamente di desideri, e noi che siamo tutti consumatori, ci poniamo nella posizione di aspettare che i beni fruibili nel mercato, soddisfino i nostri desideri.
Nelle relazioni niente più corteggiamento, serve tempo, energia, impegno… per altro manco è sicuro che tutto questo sforzo vada a buon fine. Cercare una ragazza (per un uomo) richiede fatica. Molto più facile selezionare su uno schermo scorrendo con il dito le cartelle del nostro ipad le schede delle ragazze che si propongono. Ogni scheda che scorriamo ci dice le caratteristiche del “bene” che è in offerta: l’età, la carnagione, le dimensioni, fondoschiena, seno, i gusti… stiamo analizzando una scheda prodotto! Stiamo valutando una “commodity” non un essere umano. Abbiamo trasformato in oggetto, in bene di consumo, le persone. Ricordate il discorso di Charles Peirce? Siamo arrivati al punto. Oggi se una relazione non funziona, io cambio, cerco un'alternativa, senza mai sacrificare i miei desideri.
E’ amore questo? A ben riflettere l’amore è esattamente il contrario di questa filosofia. L’amore è un impegno a lungo termine, addirittura c’è chi lo definisce eterno… Chi oggi è disposto ad impegnarsi in un pegno che richiede sacrificio eterno? E’ già perchè è sacrificando i nostri desideri che magari accontentiamo il compagno/ la compagna. E così se da un lato abbiamo i prodotti che si acquistano che paiono “senza rischi”, dall'altra parte abbiamo l’amore che è l’esatto contrario. L’amore non ha nulla a che fare con le ricerche di partner su internet. Porta l’esempio Bauman di quel tipo che gli confidò, esprimendo soddisfazione, di come lui avesse incontrato in un sol giorno 500 nuovi amici in facebook; ho replicato: “Complimenti: io ho 87 anni e in questo tempo non credo essere riuscito a fare un simile numero di amici in tutta la mia esistenza”!
Ritornando a parlare d’amore oggi ci troviamo di fronte a due opzioni che paiono diverse: abbandonarsi alle pratiche sessuali come se si trattasse di un’attività di svago, un passatempo, o assumere un impegno a lungo termine. La prima scelta significa vivere senza controllo, evitare di impegnarci, si sta addirittura attenti a non innamorarsi. Ci si deve ora porre la domanda, ma è colpa di questa tecnologia, della rete, dell'Iphone, dell'ipad, dei computer se si verifica ciò? E’ colpa della tecnologia se i rapporti umani sono in crisi? Io suggerisco quanto segue: l’uso di questi mezzi presuppone che prima mancassero gli strumenti per raggiungere questi obiettivi. Questa tecnologia, questi servizi, hanno aiutato l’utente nel raggiungimento di ciò che cerca? Io credo ci sia grande confusione a riguardo, il computer è uno strumento, nulla di più.
La cultura consumistica, l’accaparrarsi i beni risolve i nostri bisogni? Il desiderio di una vita che rispetta e che viene rispettata trova risposta dentro un negozio, nella tecnologia? Il desiderio di felicità, trova nel negozio ciò che lo appaga? E’ il consumo che soddisfa tutto ciò? Così ci fanno credere, ma è vero? Siamo così impegnati nel ricercare nei scaffali dei vari negozi on line e off line la medicina che ci da la felicità che abbiamo dimenticato come si faceva una volta. Penso al bellissimo piacere del dialogo, l’aiutare l’altro, lo stare con il vicino. Condividere con gli amici! Godere della vita familiare! Essere appagati per un lavoro ben fatto, lavoro fatto da noi! (non recuperato in negozio)! Oggi i mercati ci offrono tentazioni, prodotti che sembra risolvano la nostra smania di felicità, ma non possono restituirci questi piaceri. Gli stessi politici parlano di come aumentare il prodotto interno lordo, e individuano nel P.I.L. la soluzione ai problemi sociali.
George W. Bush disse agli americani dopo l’attacco dell’11 settembre “Torniamo alla normalità, torniamo a far acquisti!” - Dopo quel trauma, per Bush la medicina era ritornare al supermercato. Produrre ulteriori beni significa sfruttare ulteriormente il pianeta, e questo per risolvere i problemi sociali e gli antagonismi… Oggi abbiamo più pane di quanto non avevamo ieri e forse domani avremo qualcosa di materiale in più rispetto a oggi. Si risolvono così i problemi? Il mio pezzo di pane (il mio bene materiale) è un po’ più grande rispetto a quello che avevo ieri, e per il resto i fiori seguitano a bocciare. Funziona così? Questa filosofia ci porta a proiezioni in cui tra trent'anni serviranno 4 o 5 pianeti per soddisfare la nostra sete di materie prime ed energia per produrre le tanto agoniate merci. Lo capite che questo è semplicemente impossibile? Il futuro di fronte a noi è buio, oscuro, spaventoso!
Noi siamo esseri umani ed in quanto tali abbiamo la capacità di riunirci, di pensare e di discutere. Attraverso il dialogo si possono trovare soluzioni, affrontando i problemi. Prima lentamente, poi più velocemente. La strada è ricordare come eravamo, cosa ci dava soddisfazione, cos'era la dignità umana. Siamo noi che possiamo interrompere quest’orgia di consumo. Oppure potrà verificarsi qualcosa di diverso rispetto a ciò che ha caratterizzato le guerre del XX secolo, quelle ideologiche: ci saranno guerre per accalappiare i beni, gli oggetti, perpetuando questo modello di società. A noi la scelta, o interrompere questa società dei consumi, o il futuro porterò conflitti feroci. A noi scegliere! (rif. 14 troverete la fonte di questa conferenza).
Intervista sull'identità (recuperata da un post su facebook)
Le comunità virtuali che hanno sostituto quelle naturali, creano solo l'illusione di intimità e una finzione di comunità. Non sono validi sostituti del sedersi insieme ad un tavolo, guardarsi in faccia, avere una conversazione reale. Né sono in grado queste comunità virtuali di dare sostanza all'identità personale, la ragione primaria per cui le si cerca. Rendono semmai più difficile di quanto non sia già accordarsi con se stessi.
Le persone camminano qua e la con l'auricolare parlando ad alta voce da soli, come schizofrenici, paranoici, incuranti di ciò che sta loro intorno. L'introspezione è un'attività che sta scomparendo. Sempre più persone, quando si trovano a fronteggiare momenti di solitudine nella propria auto, per strada o alla cassa del supermercato, invece di raccogliere i pensieri, controllano se ci sono messaggi sul cellulare per avere qualche brandello di evidenza che dimostri loro che qualcuno da qualche parte, forse li vuole o ha bisogno di loro.
Chiudo così la sintesi del Bauman pensiero. Può sembrare una sintesi lunga ma l'autore che è venuto a mancare dopo più di novantanni ha lavorato sin quasi all'ultimo respiro partorendo più di un centinaio di pubblicazioni. Questa considerazione va ricordata per "pesare" il riassunto da me proposto che spero possa essere stato utile.
Venzo Mirco, Treviso 18/06/2021 #qzone.it
rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/Zygmunt_Bauman
rif. 2 https://www.youtube.com/watch?v=evmGaTgHU7k
rif. 3 http://www.qzone.it/index.php/articoli-venzo-mirco/...
rif. 4 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-ven...
rif. 5 https://it.wikipedia.org/wiki/Postmodernismo
rif. 6 https://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Fran%C3%A7oi...
rif. 7 https://it.wikipedia.org/wiki/Abraham_Maslow
rif. 8 http://www.qzone.it/index.php/36-q-economy/766...
rif. 9 https://www.youtube.com/watch?v=KeW1ADaAxpc
rif. 10 https://www.youtube.com/watch?v=SN8UU6Lk8wU
rif. 11 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-ven...
rif. 12 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-ven...
rif. 13 https://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Sanders_Peirce
rif. 14 https://www.youtube.com/watch?v=aF95hb2C-Ac