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20260503 VM la ragazza dal pigiama1977, (Wikipedia però indica il 1978 - rif. 1); Flavio Mogherini dirige La ragazza dal pigiama giallo; è per l'appunto un giallo anche se atipico, di cui non conosco l’autore del soggetto: non lo trovo scritto in nessun sito, ma di cui conosco gli sceneggiatori che sono lo stesso Flavio Mogherini e lo spagnolo Rafael Sánchez Campoy. Spesso mi confronto con i critici di Davinotti.it, ed oggi voglio iniziare riproponendo proprio l’opinione di Marcel Davinotti jr. (rif. 2) il quale è particolarmente critico assegnando solo una monetina (un pallino) a questo lavoro. Il giudizio sintetico con cui riassume la sua analisi è “Scarso, ma qualcosina da salvare c’è”. Mi corre l’obbligo di anticipare che Marcel Davinotti non è l’unico del sito ad avere un’opinione modesta sul lavoro

che sto recensendo, tanto che altri tre opinionisti, che per altro sempre leggo con interesse perchè li considero acuti, condividono la collocazione di quest'opera negli ultimi gradini di un'ipotetica scala. La ragione per cui inizio dalle parole di Marcel jr. è semplice, l’opinionista ha un’invidiabile penna che con brevità riesce sempre a catturare gli aspetti essenziali con una capacità di riassunto strepitosa, permettendomi oggi l'agio di poter scrivere su altri aspetti, visto che una sintesi è stata già redatta da lui. 

Marcel MJ Davinotti jr. :“Curiosa commistione tra giallo e film sentimentale ambientata in un'inedita cornice australiana, con un cast di vecchie glorie (Mel Ferrer - che interpreta il professor Henry Douglas- addirittura Ray Milland in un ruolo piuttosto centrale - l’ispettore Thompson) e giovani speranze italiane (Michele Placido - che interpreta Antonio Attolini - e Dalila Di Lazzaro - che interpreta Glenda Blythe) orchestrato da un Flavio Mogherini decisamente poco ispirato. Inizialmente i due differenti generi non sembrano affatto compenetrarsi: da una parte seguiamo le indagini (condotte da Ray Milland, ex commissario con poca voglia di starsene in pensione) seguite al ritrovamento, sulla spiaggia, del cadavere di una ragazza (irriconoscibile causa ustioni e con indosso il pigiama del titolo), dall'altra le avventure erotico-sentimentali di una giovane immigrata olandese (Di Lazzaro) dai facili costumi che intrattiene rapporti con uomini di una certa età (Ferrer) o suoi coetanei (Placido) all'insegna di una stanca lascivia. Solo nel secondo tempo capiremo come le due vicende, grazie a un montaggio originale che rappresenta l'unico vero motivo di interesse del film, vengano collegate. Nel frattempo ci siamo però sorbiti l'ennesima dimostrazione di quanto la regia di Mogherini sia incapace di mantenere desta l'attenzione: il film scorre piatto tra gli sguardi conturbanti della Di Lazzaro (che peraltro si mostra meno dello sperato), la recitazione trasognata di Placido e le deludenti musica di Riz Ortolani. Il solo Ray Milland non può purtroppo salvare il carrozzone, che deraglia tra erotismo gratuito, formalismi stucchevoli e una Sidney che accentua la vacuità dell'insieme.”

Prendo subito le distanze da questa presentazione giacchè io, al contrario dell'illustre opinionista sopra menzionato, a questo lavoro riconosco molti meriti. Anzitutto nella pellicola sono presentati una moltiplicità di personaggi che si intrecciano. Talvolta costoro sono legati all’indagine per omicidio, altre volte sono correlabili alla trama sentimentale della protagonista, quando non sono proposti solo come mere comparse, arricchendo e variegando il paesaggio sociale dove si svolgono i fatti. E’ vero che ci sono due filoni che alla fine lo spettatore potrà congiungere, la vita della protagonista, antesignana della filosofia arcobaleno, o, se preferite, seguace ante litteram delle modalità liquide spiegate da Bauman (vedi il rif. 3). Tanto per esser chiari costei si accoppia con chi gli pare, quando le pare, e il regista ci porta a conoscenza del fatto che spesso la ragazza scorda dove ha lasciato le mutandine, giusto per togliere ogni sospetto allo spettatore sulla di lei “disinvoltura”. E c'è poi l'aspetto del thriller; chi osserva il film vuole scoprire cos’è accaduto a quel cadavere rinvenuto con un pigiama giallo addosso.

Tutti gli attori, a mio avviso, hanno recitato in modo congruo, pur se l’impostazione del regista non ha dato loro molto spazio di espresione. Sono stati ridotti ai minimi termini i dialoghi che risultano spesso molto brevi e secchi. Non mancano i silenzi. Ciò non impedisce al fruitore del film di farsi un quadro dettagliato di tutti i vari protagonisti, che come anticipato sono molteplici, riuscendo a farsi un’idea sulla loro psicologia. Insomma, c’è ricchezza di informazioni le quali vengono trasmesse anche servendosi di una curata, oltre che variegata, colonna sonora: un plauso quindi mi sento di farlo al maestro Riz Ortolani il quale troverà il modo per farci ascoltare anche la voce di un'emergente Amanda Lear. Non meno importante è la fotografia che oltre ad aiutare lo spettore a inquadrare i personaggi e le situazioni, aiuta lo stesso ad immaginarsi l’ambientazione cittadina su cui avvengono i fatti.

La regia alterna con grande frequenza le scene e le situazioni che ora sono legate alle vicissitudini di Glenda Blythe, ora saltano su dettagli dell’inchiesta, con disinvoltura si ripassa a scandagliare i vari amanti della ragazza, per poi ritrovarsi nella scena seguente ad osservare aspetti degli investigatori (o degli indagati), in un via vai che contribuisce a rendere movimentata la visione del film obbligando lo spettatore a rimanere concentrato. Può sembrare una tecnica dispersiva, (e molte delle critiche a questa pellicola forse sono legate proprio a questo); ma è risultato anche un modo per presentare la cornice dove si verificano gli avvenimenti, la metropoli di Sydney, e più in generale l’Australia. Sia chiaro, il film non vuole essere un documentario su quei paesaggi, ma come già spiegato le immagini e la fotografia attenta e precisa, trasmettono allo spettatore un’idea di questa città lasciando intuire che si tratta di una città moderna, ricca di etnie le quali si mescolano, si confrontano e talvolta si scontrano. 

Tra le righe il film bisbiglia anche delle difficoltà che hanno gli emigranti, non solo italiani, e il regista trova pure il tempo di accennare al tema dell’aborto, che vedrà in Italia uscire la legge ad esso relativo proprio nell'epoca cui si realizzava quest'opera (il 1978), di li a poco 8 nel 1981) il referendum porterà gli italiani al voto. In definitiva questo film ha molti aspetti nel suo interno e paiono al sottoscritto tutti curati, mai lasciati al caso. Ne cito uno che mi ha colpito particolarmente: ad un certo punto il regista trova il modo di presentare la morte come uno spettacolo da esibire al pubblico. Per le poche conoscenze che ho a riguardo, ritengo la cosa sia un’anticipazione del discusso lavoro che Damien Hirst proporrà nel 1990, ovvero svariati lustri dopo, con la sua controversa A Thousand Years. (rif. 4) Non voglio anticipare di che scena si tratta per non togliere la sorpresa al pubblico, ma indubbiamente è questo uno dei momenti più sorprendenti del film. Non è l’unica scena a scuotere lo spettatore: tra le scene più incisive della pellicola citerei anche quella in cui la protagonista si concede per soldi a dei clienti trovati casualmente.

E' un momento assai scioccante, tanto da risultare una sequenza tra le più dure del genere tra quelle da me visionate. In quell’occasione merita di essere menzionata l‘interpretazione di Tito Garcia che contribuisce a rendere viscida e nauseante la situazione. Quella scena, tra l’altro, rende merito allo sguardo gelido che gli splendidi occhi di Dalida Di Lazzaro regalano al pubblico. Segnalo che la versione del film che ho visionato (e credo fosse integrale) non ha dedicato praticamente spazio al corpo dell'attrice nel mentre si prostituiva, questo ritengo sia una scelta voluta dal regista per focalizzarsi sugli occhi dell'attrice non distraendo il pubblico con immagini relative al corpo della stessa. Parliamoci chiaro, il fisico di Dalida Di Lazzaro avrebbe sicuramente distolto l'interesse modificando l'impatto della scena. Chi mi legge inizia a contare parecchi elementi di una certa originalità e ciò non significa che manchino altri elementi tipici affatto originali nel cinema di quei tempi, come dei bei nudi. Oltre alla Di Lazzaro si segnala una notevole Vanessa Vitale (che interpreta Evelina). Sui nudi devo aprire una parentesi, non sono immagini evidenziate con ecessiva insistenza, al contrario sono sempre molto fugaci, e mai esibiti con intenti lussuriosi. Sono messi li, come spezie che servono per condire un film ricco di ingredienti, e se talvolta risultano piacevoli, troveranno anche il modo di esserlo meno, come nel già citato caso in cui la morte viene esposta.

Abbiamo sin ora parlato di molte scelte (e scene) decise dal regista, ma una citazione è doverosa per Dalida Di Lazzaro che, a mio giudizio, è un ottima interprete di questo enigmatico personaggio, anche di questo bisogna rendere merito a chi le ha assegnato questo ruolo. La sintesi è che questo film è un’opera di assoluta originalità nel panorama cinematografico italiano, non solo come giallo, ma anche per com’è strutturato. E’ un lavoro a suo modo coraggioso, dove in un certo qual modo fa capolino anche un po’ di rude poesia, questa spesso messa in campo dal personaggio di Michele Placido. Non manca un riferimento ad altri lavori cinematografici, non credo sia un caso, ad esempio, se l’ispettore protagonista della trama (Ray Milland ) per hobby coltiva orchidee, come il celebre Nero Wolf.

A mio giudizio è un film che va visto anche se poi, a taluni, potrebbe piacere poco: in effetti tutta la rappresentazione non carica di pathos le scene legate al giallo, anzi, le indagini sull’omicidio sono spesso intrise di una sorta di approssimazione, di incompetenza e di superficialità da parte di coloro che dovrebbero scoprire il reato, trasmettendo un alone di cialtroneria ad un fatto estremamente macabro. La sciatteria degli investigatori contribuiscono a rendere grottesche le indagini togliendo mistero ad una trama che già, forse, voleva puntare più   su altri aspetti. La stessa figura del commissario in pensione non è vista dai suoi colleghi come un esempio da seguire, ma piuttosto come se l'uomo fosse un “rompipalle” da sopportare per rispetto dell'età o perchè così è richiesto dai superiori. Voglio dire siamo ben lontani dal personaggio di Hercule Poirot, ideato da Agatha Christie. Anche questo però, pare a me, un momento di originalità. Il già citato via vai dalle scene del giallo alla vita sentimentale legata a Glenda Blythe, contribuisce probabilmente a rendere meno interessante la vicenda giudiziaria, tanto da risultare forse più intrigante per lo spettatore scoprire che psicologia ha la protagonista, e che caratteristiche contraddistinguono i suoi amanti. Il risultato è un giallo dove manca la “suspense” (o dove ce n'è poca), senza contare che i ritmi sono assai lenti. Aggiungerei che probabilmente c'è più dinamismo nelle vicende sentimentali (schiaffi, liti, corni che vanno e vengono) e certo questo può dispiacere a taluni, i cultori del thriller più tradizionale, vero è che se c'è un concetto di giallo tradizionale, qui si cerca di esplorare un nuovo modo di affrontare un'inchiesta giudiziaria.

Prima di procedere con una carellata di opinioni racconte dal sito Davinotti.it, - rif. 2 - (dove ve ne sono trenta, a conferma che la pellicola stimola variegate opinioni) riporto anche un appunto recuperato da un altro sito, di Mereghetti (Paolo? vedi nota a margine), giusto per confermare che la mia benevolenza su quest’opera pare andare controccorente: “La sorpresa finale non basta a salvare un film sciatto e approssimativo, afflitto da caratterizzazioni penose, a cominciare da quella del glorioso Milland, all’epoca rimproverato per gesti e frasi volgari”.

Via con i "Davinotti's critics" iniziando con Marcolino1 che considera il film “un grande esempio di cinema” e gli assegna 4 pallini - (non è l’unico a dare questo giudizio, a conferma che la pellicola può anche piacere), ecco la sua motivazione: “Il corpo della vittima esposto in un contesto museale, che suscita reazioni diverse nelle persone (curiosità morbosa, timore, rispetto, paura) è l'icona centrale che sviluppa a ritroso la storia di un'anima femminile tormentata e inquieta. La promiscuità della Di Lazzaro è sinonimo di sofferenza e lo si legge nell'espressività dello sguardo e degli occhi; l'uomo invece è vigliacco, tormentato dal proprio orgoglio o convinto di poter comprare il sentimento di una donna, elemento immateriale; e questa debolezza porta inevitabilmente al femminicidio.” 

Mark: tre pallini - Quello che si dice un buon film -: “Se fosse solo un giallo, come recita il genere scritto nella locandina, probabilmente sarebbe un ottimo giallo e basta. Invece c'è molto altro. In primo luogo una tragedia umana di forte impatto sociale, fatta di povertà e di stenti, in secondo un'impostazione dei tempi narrativi che, ancora prima di incidere positivamente sul versante tecnico, risulta essere emotivamente coinvolgente. Complici sono indubbiamente le atmosfere, i silenzi usati per sconfinare nell'indicibile, un cast a prima vista quasi inconciliabile, ma in verità di gran lunga indovinato”. 

Homesick - due pallini - mediocre ma con un suo perchè : “Alcuni buoni spunti: la confusione dei piani temporali – è questo l’unico vero colpo di scena - , l’inserzione di una sorta di proto-videoclip (il cadavere esposto al pubblico) al suono delle pulsanti note di Ortolani, l’atmosfera poco italica (location australiana e situazioni da poliziesco all’americana conferite da Milland, commissario decrepito ma aguzzo di mente e parola, e dai suoi giovani e maneschi colleghi). Tuttavia la direzione è debole e sciatta, la sceneggiatura piatta e approssimativa, la recitazione svogliata.” La pellicola si posiziona al 66 posto del Box Office nel 1977/78 ed incassò poco meno di 4 miliardi e mezzo di lire. (rif. 5)

Mirco Venzo, Treviso 01/05/2026 #qzone.it

 

Nota: Ho visto in rete che c'è solo un noto critico che risponde al nome Paolo Mereghetti, ritengo quindi sia suo il giudizio di cui sopra, ma è una mia supposizione e non una certezza avendo recuperato solo il cognome.

rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/La_ragazza_dal_pigiama_giallo
rif. 2 https://www.davinotti.com/film/la-ragazza-dal-pigiama-giallo/1513
rif. 3 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/778-bauman-e-la-societa-liquida
rif. 4 https://www.qzone.it/index.php/q-arts/266-damien-hirst-presentato-da-carlo-sala-tra-2015
rif. 5 https://www.hitparadeitalia.it/bof/boi/boi1977-78.htm

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