L'amantide è un film del 1977 (si legge in rete anche 1976, per tanto non ho certezze a riguardo) (rif. 1) diretto da Amasi Damiani il quale è pure l’ideatore del soggetto, assieme ad Alberto Damiani (è il fratello?). La sceneggiatura è di Piero Regnoli e Luigi Esposito, mentre le musiche sono opera di Nedo Benvenuti. Ho cercato su internet le ragioni di questo titolo e, pur non avendone certezza, mi sono convinto che Amantide, è un modo dialettale per definire l’insetto della Mantide Religiosa, quella simpatica invertebrata che ammazza il
maschio dopo l’accoppiamento; la trama giustificherebbe un tale titolo.
E’ un mistero per me constatare che in rete, su questo lavoro, si trovi quasi nulla, perchè personalmente lo reputo solido, e nella mia lunga recensione cercherò di illustrare le ragioni della mia valutazione. A dire il vero oggi che scrivo qualcosa di molto significativo su youtube si trova, ed è la versione che ritengo quasi integrale della pellicola (rif. 2), pur se oscutata delle parti più intime delle attirici. Io ho avuto occasione di osservare una versione senza manomissioni, ma devo riconoscere che nel caso in questione la trama della pellicola è talmente importante, da consentire questo tipo di censura senza distrurbare in modo eccessivamente penalizzante lo spettatore.
Inizierei dalla biografia del regista Amasi Damiani (rif. 3) che ha lavorato anche per il teatro ed è stato l’aiuto regista di Roberto Rossellini. Il lavoro che sto commentando attesta la sua preparazione: ogni dialogo ed ogni immagine aiutano il fruitore dello spettacolo a dettagliare con chiarezza i vari personaggi, permettendo lui di farsi un'idea della loro psicologia. E’ proprio la profondità con cui si scandagliano i molteplici protagonisti una delle ragioni che mi rendono interessante questa pellicola, e l'esperienza in teatro mi pare si percepisca.
Di che film si tratta? Di un film drammatico che rientra a pieno titolo nel filone del “cinema erotico”, posto che, se nelle produzioni che andavano per la maggiore in quegli anni si cercava di far ridere, qui Amasi non ci prova proprio, ed anzi, una prima critica che muovo a questo lavoro, è che una qualche battuta simpatica poteva trovare il modo di inserirla, anche per rompere la cupezza del racconto.
Detto ciò nella commedia di genere si tratta di sessualità e si cerca di intrigare lo spettatore con situazioni stimolanti e in questo film tali situazioni non mancano e per di più sono arricchite da dei nudi (quelli oscurati da youtube) che compiacciono il pubblico maschile; se in molte pellicola mi rammarico della poca generosità del regista, qui devo riconoscere che quel che si doveva vedere, si vede, con giusta moderazione. Mi piace aggiungere che il cast femminile è di assoluta avvenenza e mi dispiace di non poter rendere merito alle protagoniste citandole per nome, non di tutte ho la correlazione tra nomi e comparse.
Nella prima scena, ad esempio, la telecamera segue una cameriera, una della servitù. La giovane si spoglia a fine del proprio servizio e in libertà si concede una sigaretta, godendo un po' di tranquillità. Nella stanza irrompe silenzioso Rodolfo Santoro, interpetato da Andrea Aureli, che se la scopa senza tanti cerimoniali. L’atto è compiuto con una veemenza tale da provocare dolore alla ragazza che infatti afferma: "Così non mi piace: mi fai male!” ma il padrone da sfogo alle sue pulsioni senza badare alle lamentele della dipendente. Come anticipato non posso rendere merito al fascino dell’attrice perchè non so chi sia, ma già si comprende da questa introduzione che nella casata dei Santoro, Rodolfo considera il personale del podere come un oggetto di cui può disporre a piacere. Abbiamo già una prima indicazione, in quel luogo della Sicilia i Santoro operano con una mentalità medioevale, dove il padrone fa quel che vuole del personale; nella scena sopra descritta non è evidenziato un particolare interesse da parte della ragazza per l’uomo, ma costei accetta di essere penetrata come se ciò fosse un fatto abituale cui non può esimersi. Immagini e dialoghi sucessivi confermano allo spettatore che Rodolfo Santoro è un maschio sessualmente molto attivo, si direbbe insaziabile, e il personale femminile del podere deve assogettarsi alle sue voglie, senza far molto clamore.
La moglie di Rodolfo, Eleonora (interpetata da Erika Blanc) è conscia di essere continuamente cornificata dal marito, ma averlo sposato le ha permesso di entrare nella prestigiosa e probabilmente nobile casata, con tutti i benefici che ciò comporta, (rispetto, agiatezza economica, ascesa sociale). In una scena si vede che nell’abitazione vi è anche una sala adibita al solo gioco del biliardo. Nel prosieguo della pellicola scopriremo che l’esuberanza sessuale del marito non è un elemeto disdicevole per questa femmina, pure molto passionale e desiderosa di attenzioni carnali, insomma la coppia ha un suo stabile equilibrio, pur nella sua singolarità.
Non è così tra Pia Angela Santoro (interpretata da Anna Zinnemann), sorella di Rodolfo e lo sposo Carlo (interpretato da Piero Mazzinghi). La donna disprezza il compagno, anche perchè ha gusti sessuali che la allontanano dai maschi; lei è attratta (e molto) solo dalle femmine. Lo scorrere della trama ci svela che al pari del fratello Rodolfo, pure lei sembra avere una sessualità focosa, ma nel suo caso convincere le donne che girano per casa a presarle attenzioni (o ad accettare le sue carezze), non è una cosa così semplice. In quel podere di campagna certi gesti sono evidentemente considerati innaturali, o, perchè no? Considerati come fatti contrari alla legge di Dio. Torniamo alla coppia dove Carlo diventa la valvola di sfogo cui la coniuge indirizza tutta la sua rabbia repressa di donna insoddisfatta, offendendolo con frasi taglienti e investendolo del suo disprezzo. L’uomo, per sua ammissione, è disturbato dall’omosessualità della moglie che ha in lui un effetto castrante, posto che lui non è un maschio d’azione mosso dal testosterone (com’e il caso di Rodolfo), ma è un “intellettuale”, un uomo dedito alla meditazione, alla lettura, e ha una sua visione del mondo impregnata su di una certa sensibilità. Sensibilità che è devastata dal modo di agire della compagna. In questo Pia Angela è simile al fratello sopra descritto, ambedue se ne fregano bellamente di cosa può pensare (o provare) il proprio consorte: in loro scorre il sangue dei Santoro e i partner portano quel cognome per loro gentile concessione, non stiano ora a lamentarsi troppo! Ora, mentre Eleonora aveva accettato senza particolari problemi la propria condizione, Carlo non riesce a farsene una ragione e nella prima metà della pellicola si suicida. E’ questo un primo significativo colpo di scena che dà una svolta alla trama.
Tra la nuova stirpe dei Santoro va annoverato anche Riccardo (interpretato da Aldo Reggiani), il più giovane della dinastia. E' sposato con Annalisa (interpretata da Pia Giancaro). La coppia vive una relazione d’amore romantica e si disinteressa delle tensioni che circolano nella casa, i due si nutrono l’un dell’altro e tutto pare andare per il meglio. Si scopre ben presto che Annalisa è in dolce attesa, e se ciò, da un lato è motivo di gioia, dall’altro è causa di frequenti turbamenti di umore per la donna, che sorprendono il giovane Riccardo, il quale però fa del suo meglio per assecondare la dolce metà. Come detto è innamorato della sua compagna e l’amore rende tutto sopportabile! Apro ora un paio di parentesi: Pia Giancaro è il nome d’arte di Maria Pia Giamporcaro, già miss Sicilia, figlia di un ferroviere e di una madre jugoslava. In un qualche modo Pia, grazie alle origini della madre, da seguito al filone di bellezze “adriatiche” che tanta linfa (e corpi avvenenti), hanno dato alla commedia di genere italiana: ricordo tra le altre Laura Antonelli (originaria d’Istria), Femi Benussi (nativa di Rovigno), chiudendo con Sylva Koscina (nativa di Zagabria).
Come già detto il film che sto recensendo valorizza la fisicità di molte protagoniste, e se Erika Blanc non ha bisogno di presentazioni, Pia Giancaro forse è un nome meno noto, ma il suo contributo agli occhi del maschio che osserva il film lo propone con argomenti interessanti, al pari dell’infermiera di cui narrerò in seguito. L’unica protagonista a non concedere nulla allo spettatore è Anna Zinnemann, pur se il suo personaggio, il suo sguardo magnetico ed il suo fisico, risultano intriganti. In una scena irrompe nella sala dell’abitazione padronale a cavallo, neanche fosse un imperatore, questa è la personalità della donna che nel seguito del film avrà un ruolo sempre più centrale.
La pellicola descrive l’intera famiglia Santoro, la quale ha una guida ben marcata: Teodora! Ad interpretare l’inflessibile capofamiglia è Lida Ferro. La donna muove il resto dei parenti come un puparo manovra le marionette; tuttavia vi è un problema che viene evidenziato nel racconto: la passionalità di molti protagonisti che rischiano di ledere l’immagine pubblica della casata, e che sono il vero problema che deve gestire la più anziana del gruppo.
I Santoro hanno una reputazione, un nome da difendere in pubblico frutto della storia passata, tutto ciò richiede da parte di tutti di sottostare a delle regole ben precise, regole impartite da chi tira le fila nella famiglia: la ferrea signora Teodora. Vi è un rito che dettaglia a ogni appartenente della famiglia le gerarchie e le usanze del casato: ed è il momento in cui si radunano a tavola. Da notare che la capofamiglia, la signora Teodora, prima di far sedere i commensali inizia con una preghiera. Questo ha significati ben chiari per chi fruisce del film: le passioni dei “giovani” Santoro, lo scopare fuori dal letto coniugale, o peggio, avere tendenze contrarie alle leggi divine, se da un lato, come detto, non devono essere palesate in pubblico, sono altresì conferma di grande ipocrisia.
Il film mi risulta interessante perchè se le passioni, che sono poi una delle emozioni approfondite dalla pellicola, sono dalla stessa “ben viste” (o quanto meno giustificate), d’altra parte ci sono gli ostacoli che le limitano, ostacoli non tanto morali (i Santoro sono molto criticabili sotto questo aspetto, quello etico/morale) quanto familiari: la famiglia impone delle regole che vanno rispettate e accettate da tutti. Pare a me che il film dia molta importanza alle pulsioni sessuali, in antitesi all’idea di amore romantico. A dar voce a questo concetto è proprio Rodolfo, in un dialogo con Carlo, dove si dice meravigliato che il fratello più giovane sia così devoto a sua moglia, il concetto è che “mangiare la stessa minestra stanca”. Nel prosiueguo del film i maschi più sensibili, Carlo e Riccardo, sono visti come dei perdenti, della serie il maschio deve avere il fuoco nelle vene perchè il suo ruolo è fecondare. Magari così è scritto nel DNA dei Santoro, infatti anche Pia Angela Santoro non viene mai criticata per i suoi gusti, o per l’energia che propone nel assecondarli (ricordiamo che i Santoro fanno ciò che vogliono!) ma tutto ciò deve essere fatto senza destare clamore nella comunità bigotta del paese, andando a ledendo la pubblica immagine. Ecco, l'importante non è cosa si va a fare, ma saperlo tenere nascosto.
Ora lo spettatore potrà pensare che si tratti di una pellicola maschilista, l’idea che il più forte comanda induce a sospettare ciò, ma è un intuizione del tutto errata, la capofamiglia è una donna e a lei tutti si devono assoggettare! Dirò di più, con l’eccezzione di Eleonora, tutte le altre donne finiscono per imporre la loro volontà a chi le circonda, ma pure la stessa Eleonora, afferma in un importante dialogo, di non sentirsi una marionetta, e precisa che se accetta delle imposizioni è perchè a lei, dopo aver fatto le sue valutrazioni, sta bene così! Nello scorrere della trama accade qualcos'altro di inaspettato: Rodolfo Santoro, a seguito di un incidente, si frantuma la colonna vertebrale, la conseguenza è l’immobilità e l’impossibilità a parlare, ma soprattutto impossibilità ad avere rapporti sessuali; un problema per la sua focosa moglie Eleonora! E’ tuttavia un problema anche per la casata, viene a mancare alla famiglia uno degli stalloni su cui puntare per dar seguito al nome.
Teodora tuttavia si concentra sulla nuora, (per la prole c’è sempre la coppia Riccardo/Annalisa), l’esperta signora capisce che una femmina come Eleonora non ha le carattersitiche per mettersi seduta a fare la calza, è una femmina dagli spiriti bollenti, e bisogna trovare una soluzione! Mi fermo qui con la descrizione della trama per lasciare agio a chi non avesse visionato la pellicola di scoprire da solo cosa va a concretizzarsi più avanti. Una sola ultima anticipazione, i nuovi equilibri imposti da Teodora indurranno all’aborto la giovane nuora Annalisa, facendola abbandonare la casata. L’aborto da un lato è una sciagura immane, perchè se il nascituro fosse stato maschio, ci sarebbe stata continuità, ma dal punto di vista dello spettatore genera un evidenza precisa: tutti i maschi della casata sono inutili all’accopiamento: Carlo si è suicidato (ma già pareva avere poche capacità in materia), Rodolfo è paralizzato e il giovane Riccardo che ha perso la sua ragione di vita, la compagna di cui era estremamente innamorato, non pare intenzionato a trovare nell’immediato una gonna cui asciugare le sue giovani lacrime ed un grembo cui depositare il suo seme, il seme dei Santoro. Come già specificato lui vive l’amore in modo romantico, quando alla casata tornano molto più utili gli ormoni e le forze primordiali.
Perchè a me la pellicola è piaciuta? Oltre alla cura per i dei dettagli, ad esempio l’avvenente Eleonora (Erika Blanc, pseudonimo di Enrica Bianchi Colombatto, della provincia di Brescia) ha scoperto che il focoso marito non potrà più spegnere il suo ardore, il regista inquadra la donna mentre si guarda allo specchio e si sente a volume marcato il ticchettio di un orologio a pendolo. Non servono molte parole, ma lo spettatore comprende che la donna vede che è ancora avvenente e l’idea che viene emanata dalla scena si racchiude in una domanda: “Per quanto tempo lo sarò ancora?”. Pochi fotogrammi e un rumore di pendolo, null’altro, è lo spettatore a congiungere i puntini per delineare la situazione. Un'immagine di pochi secondi, un suono ricco di molti significati: per me questo è buon cinema.
In un altra immagine si vede la famiglia riunita a guardare la televisione, l’obiettivo si posa sulla sedia a rotelle dove è seduto l’infermo Rodolfo e la Tv gracchia il titolo della commedia: “Non si vive di solo pane…”. Della serie, a chi godeva dei piaceri del sesso senza ritegno ora viene ricordato che oltre a mangiare e respirare c’è dell’altro! Ora lui di quei piaceri non ne potrà più goderne. Un modo per enfatizzare la sua sofferenza è proposto dalla scena sucessiva che lo vede protagonista quando l’infermiera trascina la sedia rotelle in camera e di fronte a lui, immobile e silente, inizia a masturbarsi, esibendo tutto il suo fascino (anche di questa bella attrice non ho il nome). La donna lo fa per appagare una sua voglia, o per il sadico gusto di stuzzicare chi ora non può reagire in nessun modo? E’ una sorta di contrappasso; chi solo pochi giorni prima senza badare a quel che volevano le donne, quando gli garbava se le prendeva, ora è costretto ad osservare in silenzio. Se il dubbio di infierire sull'inerme è solo tratteggiato nel caso della bella infermiera, quando la stessa scena si ripropone con protagonista la moglie Eleonora, il sadismo è conclamato! L’azione, lo spogliarello della seducente consorte, mira a portare alle lacrime l’invalido. Anche in questo caso una donna che si trova a gestire una situazione di potere, non ha esitazioni nel infierire su di chi le sta sotto, un certo sadismo è una costante nelle donne della pellicola che forse anche per questo mi risultano intriganti. Non si assite a molte scene della commedia dell'epoca dove le giovani correvano e starnazzavano come oche inseguite da qualcuno; magari dopo che le stesse hanno gettato l'esca, qui quando una donna se lo può permettere impone il suo volere, il suo desiderio alla controparte. Non abbiamo a che fare con delle pescatrici, ma con delle cacciatrici che inseguono la preda (penso sopratutto alle modalità d'azione di maria Pia). Più in generale nel film non mancano le situazioni piccanti, dove però vi è sempre una costante, c’è chi impone il gioco e c’è chi lo subisce, questo avviene non solo quando l’accoppiamento va a buon fine, ma anche quando la controparte ostacola il fluire della passione, lasciando rabbia e rancore in chi aveva appetito e “non ha mangiato”.
In molti film degli anni settanta si parla di sessualità e di come questa sia vissuta, la caratteristica di questo film è di farlo proponendo una moltitudine di protagonisti, tutti con caratteri differenti l’uno dall’altro. Tutti con una loro psicologia ben illustrata. C'è una costante: tutti sono in un certo modo perdenti. Il pubblico non vorrebbe immedesimarsi in nessuno dei personaggie presenti, sicuramente, se maschio, non si identifica in nussun ruolo tra quelli descritti, ma anche le donne non vorrebbero una vita come quella delle protagoniste, l’amore felice in questa produzione anche per loro semplicemente non c’è! Alla fine vi è solo chi ha potere e può imporlo a chi lo deve subire, questa è una costante nella trama. Tutto ciò è però un elemento che non rende simpatica al pubblico questa narrazione, ed è magari una delle ragioni per cui ha avuto poco successo.
Il film può non piacere anche per la lentezza esasperante con cui si sviluppano le situazioni, ritmo che può irritare qualche spettatore. Oltre a ciò vi è una musica che induce alla tristezza ed al dramma, funzionale certo al progetto del regista, ma indigesta per alcuni del pubblico. La recitazione degli attori è di prim’ordine, congrua al progetto (al messaggio), dove se devo indicare un nome sopra gli altri, indico Lida Ferro, ma nessuno mi è parso inadeguato al ruolo, nemmeno tra le comparse. Insomma un buon film, uno dei miei preferiti anche se, al contrario di molte pellicola dell’epoca dove si cerca di far ridere, qui la vena decadente (vedi nota sotto), proposta con particolare grigiore, può disturbare taluni.
L’ultima annotazione che mi sento di scrivere è evidenziare che anche quest’opera è ambientata in Sicilia; ad onor del vero qui non si scandaglia per nulla quella terra, ma evidentemente è l’idea di passione che viene attribuito agli abitanti di quell'isola la ragione per cui lì si inserisce la storia di questa famiglia, o forse è l’idea che in quella regione, più che in altre, resistevano situazioni di stampo medioevale. Spazio ora alle opinioni di alcuni opinionisti di Davinotti (rif. 3) per proporre altri punti di vista oltre al mio.
Fauno (quattro pallini con frase riassuntiva: Grande esempio di cinema) - “All'inizio è pesante da accettare e da affrontare, ma la sua maestria sta nel concetto di stirpe, blasone, esplicitato nel senso di una reazionarietà più estrema, ben decorata dal sadismo mentale più meschino. Quasi peggio della più sanguinaria associazione a delinquere, visto che qui non c'è neanche la minaccia di morte, ma il condizionamento totale e continuo fino alla più completa desertificazione interiore. Da vedere assolutamente”.
Tersilli (tre pallini riassunto in “davvero notevole”) - “Morboso ritratto di famiglia alto borghese diretto da Amasi Damiani. La prima mezz'ora è noiosa e lenta, ma nel secondo tempo il film sale nettamente di qualità, diventando un bellissimo dramma familiare dai risvolti erotici fino ad arrivare agli ottimi dieci minuti finali. Erika Blanc è splendida, mentre le altre interpretazioni lasciano a desiderare non poco. Buone le musiche e molto adatto il titolo. In assoluto il miglior film del regista.”
Mco: (tre pallini per un “quello che si dice un buon film" - “L'immagine migliore del film vede uno splenetico Mazzinghi confrontarsi con le acque del lago. Il riverbero della sua tristezza lo inghiotte in un'estasi di liberazione mortale. Damiani tratteggia l'inquietudine di una borghesia incapace di progredire e tenere il passo coi tempi, schiava degli impulsi più bestiali e del ricordo dei giorni che non tornano più. La Blanc è superba nella sua sfrontatezza quasi quanto la Zinnemann e le sue ossessioni omoerotiche. L'uomo, qui, è puro contorno. Poesia decadente da riscoprire.”
Homesick: (due pallini, non male dopotutto) : “In primo piano si impone il torbido ritratto di una alta borghesia gretta, amorale e marcescente, descritta in un'ambientazione di gusto letterario che la isola in modo a tratti claustrofobico, facendone percepire il lezzo di morbosità e morte. Tra gli attori risaltano la toccante figura di Mazzinghi con la sua scelta di un destino "panico" e quella opprimente della Ferro, gelida matriarca che consuma sé e gli altri in un ipertradizionalismo patologico. Regia piuttosto statica, erotismo blando - peraltro non finissimo - e qualche buco diegetico di troppo; di grande effetto il geniale titolo”.
Undying; (un pallino “Scarso, ma qualcosina da salvare c’è) - “Ennesima famigliola (ben poco) cristiana, capeggiata dalla vecchia e maligna Teodora. Quando il marito della bella Eleonora Santoro (Erika Blanc) rimane paralizzato, l'avvenente signora cerca conforto tra le braccia d'un altro. Viene ostacolata dalla suocera, che mette avanti il figliastro Rodolfo (Aldo Reggiani). Nutrito ed interessante il reparto femminile, sul quale spicca la piacente e delicata Pia Giancaro. La Blanc gigioneggia come suo solito, sicura d'esser apprezzata, ma sceneggiatura, realizzazione e regia han del penoso…”
John trent giudica gravemente insufficente la pellicola, un pallino ed ecco le sue argomentazioni: “Triste, decadente e anche piuttosto squallido nelle idee e soprattutto nella realizzazione; non bastano certo un paio di nudi full frontal della Blanc (comunque notevoli) a risollevare le sorti del tutto. Emblema dello squallore generale è la scena del suicidio di Piero Mazzinghi che si getta nel fiume perché ha la moglie lesbica: uno "splash" fuori campo... Reggiani poi sembra Massimo Ranieri! Una noia mortale”.
Mirco Venzo, Treviso 06/04/2026 #qzone.it
Nota: “Il Decadentismo è un movimento culturale e letterario nato in Francia alla fine dell'Ottocento, diffusosi poi in Europa, che si oppone radicalmente al Positivismo e al razionalismo. Caratterizzato da un profondo pessimismo, estetismo, misticismo e dall'irrazionalismo, pone al centro l'inconscio, il sogno e il mistero. I poeti decadenti, come Verlaine e Rimbaud, rifiutano le forme tradizionali, esplorando l'interiorità attraverso la musica e versi liberi”. Definizione tratta dalla rete.
rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/L%27amantide
rif. 2 https://www.youtube.com/watch?v=NaZxMbalI14
rif. 3 https://it.wikipedia.org/wiki/Amasi_Damiani
rif. 4 https://www.davinotti.com/film/l-amantide/12517