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20251129 VM il portiere di notteUna delle pietre miliari del cinema italiano è sicuramente Il portiere di notte, frutto della regista Liliana Cavani che ne ha ideato il soggetto e che si è pure occupata della sceneggiatura. L'idea alla donna nasce a seguito di alcuni documentari da lei stessa realizzati nei suoi esordi da regista, documentari relativi a temi del secondo conflitto mondiale; si occupò di comprendere cosa ricordassero i tedeschi della guerra voluta da chi, democraticamente, essi votarono, ma che portò l’intero continente (e non solo) alla rovina. Oltre a ciò la regista recuperò importanti documenti sui campi di concentramento (i filmati americani di chi aveva liberato alcuni campi, quelli dove si vedono i corpi spostati con le ruspe). Realizzò inoltre un documentario dove protagoniste erano le donne e nell’occasione colloquiò con una signora di Cuneo, che le confessò di essere stata reclusa a Dachau. Lei ogni

anno durante le sue vacanze ritornava a rivisitare quel luogo non certo allegro. (Lo so perchè ci sono stato anch’io, posto che quel reticolato ai miei occhi deve necessariamente aver avuto un significato molto differente rispetto ai suoi). “Ma come?”, pensò la Cavani, “Dopo aver duramente lavorato vai a stenderti in spiaggia…, vai al lago…, vai a rilassarti alle terme… proprio in quel lugubre luogo del tuo passato devi ritornare?” 

E’ evidente che chi ha vissuto quel tipo di esperienze deve fare i conti con ciò che è stato. Si tratta di gestire un trauma affatto semplice, un processo soggettivo. Molti rimuovono per continuare a vivere, ma ci si deve interrogare: va ricordato un simile trauma, che non è solo un fatto privato, ma collettivo, o di più, generazionale - o va dimenticato? Con tutte le conseguenze sociali che ciò comporta per le generazioni future.
Questo materiale e questi quesiti furono la materia da cui si plasmò l’idea del film e non la storia infarcita di sesso che pure è un elemento di emozione (e di disturbo,dipende dalle sensibilità) per lo spettatore. La regista in alcune sue interviste lo dice chiaramente, il tema della memoria è uno dei cardini su cui poggia il film, così come, è sempre lei ad affermalo, c’è il tema della complicità silenziosa. I nazisti, anche dopo la caduta del terzo Reich si organizzarono e riuscirono a scappare, tale fuga fu possibile grazie ad aiuti ben precisi, ma anche a molti silenzi di chi conosceva (o riconosceva) i protagonisti, ma scelse di tacere. La storia, di fantasia, è un pretesto, a suo modo, per mettere sul tavolo questi temi e nella mente della regista la sceneggiatura era già pronta nel 1970, anche se ci volle altro tempo per trovare chi finanziasse il progetto, cui poi si aggiunsero i tempi di produzione. 

Wikipedia indica tra gli ideatori del soggetto anche Barbara Alberti, Amedeo Pagani e Italo Moscati, quest'ultimo è annoverato anche tra gli sceneggiatori. (rif. 1): questo è lo staff che sta alle radici de Il portiere di notte, film che uscì solo nel 1974. E’ forse per me giunto il momento di accennare qualcosa della trama.

La Trama

Maximilian Theo Altdorfer (nel film spesso chiamato Max, interpretato da Dirk Bogarde) è portiere d’albergo nel centro di Vienna. Con lo scorrere della pellicola lo spettatore scoprirà che preferisce espletare i servizi notturni e la ragione è un senso di vergogna che prova ad operare alla luce del sole; lui fu protagonista nell’epopea nazista di abusi dentro un campo di concentramento, e nel 1957, anno in cui si sviluppano le nostre vicende, il passato non è ancora così lontano e qualcosa lo turba. Il problema è digerire azioni ora da tutti considerate criminali, mentre all’epoca, neppure troppo lontana, quegli stessi gesti erano azioni doverose, se non eroiche. La cosa non riguarda solo Max, ma tutto un gruppo di amici, ex nazisti, che si ritrova periodicamente in una sorta di sedute a scopo terapeutico dove il riferimento è il Dott. Hans Vogler (interpretato da Gabriele Ferzetti); l’obiettivo è lasciare il passato alle spalle, cosa non semplice per varie ragioni. Per alcuni di loro quel periodo è stato proprio piacevole, un’età dell’oro, senza contare che nei valori di quell'epoca, loro ci credono ancora. C’è poi un altro aspetto, loro possono tentare di dimenticare, ma qualche testimone potrebbe non aver l’interesse a farlo, e una sua voce li indirizerebbe di fronte ad un giudice. Questo gruppo di nazisti si trova quindi unito anche nel gestire queste cose, insomma: cercando di aiutarsi l’uno con l’altro. Nelle prime battute del film gli ex nazisti vivono con relativa tranquillità la fine della guerra, ma ecco la scossa: casualmente Max incontra una reclusa del campo dove lui era il despota. La donna, all’epoca poco più che una ragazzina, divenne il suo giocattolo personale. 

Entra in scena Lucia Atherton (interpretata da Charlotte Rampling) costei come si rapporterà con chi era stato il suo vessatore, oltre che amante, (non certo per sua scelta), ora che i ruoli si sono invertiti? E già, perché oggi lei è una donna libera, e se decide di testimoniare contro Max, molto probabilmente costui finirebbe dritto filato in gabbia! Lei che era legata ai suoi voleri (e piaceri) oltre ad essere sua prigioniera ed oggi può invertire i ruoli e far finire il suo ex aguzzino in gabbia. Sarebbe una gran soddisfazione per molte persone che avessero indossato i suoi panni! Sorprendentemente la donna non solo non denuncia chi fu il suo tiranno, ma cerca di incontrarlo, riuscendo a ripristinare il rapporto di sottomissione che avevano all’epoca. Lo spettatore comprende chiaramente che è questa una sua scelta ben precisa. Il rapporto di sesso e vessazioni è per Lucia piacevole, e forse lo fu anche all’epoca! Con lo scorrere della pellicola lo spettatore scoprirà che Lucia è disposta a sacrificare la sua vita di agiata borghese benestante, pur di stare vicino a Max. D’altra parte, sempre la trama è l’origine delle mie affermazioni, lo spettatore comprende che Max, che non ha smesso di essere un assassino, come conferma l’uccisione di Mario (interpretato da Ugo Cardea) ora però è disposto a sacrificare la sua vita, pur di difendere quel suo “antico” giocattolo! La sintesi è facile, quello che lega la coppia è amore, un sentimento da difendere non solo dal gruppo di ex nazisti che Max frequenta, ma anche da chiunque li circonda; un simile rapporto non sarebbe capito, verrebbe giudicato e sarebbe ostacolato. Se i lager erano luoghi molto isolati, tenuti nascosti al pubblico dell’epoca, erano pur sempre ambienti dove c’era della gente. Ora Max e Lucia devono estraniarsi da tutto e da tutti, isolarsi e nascondersi anche più di allora, il loro rapporto è diventato molto più complicato da vivere rispetto a quel tempo. Non dico come finisce la storia per lasciare un minimo di curiosità a chi non avesse visto la pellicola, ma procedo ora con ulteriori mie considerazioni.

Il film spiega in cosa consista un rapporto di BDSM (Bondage & Disciplina -B&D- Dominazione & Sottomissione - Sadismo & Masochismo - S&M o SM). Una precisazione mi è doverosa, nei campi di concentramento gli aguzzini potevano esprimere i loro istinti sadici senza bisogno del consenso delle vittime, nel film quando Lucia decide di rimettersi assieme a Max, che riproporrà lo stesso tipo di relazione che aveva all’epoca della croce uncinata, lo fa spontaneamente, è quindi un rapporto “moderno” di BDSM dove sì c’è del sadismo (e del masochismo, che è l'altro lato della medaglia), ma c’è ora la volontà di ambe le parti a concretizzare “questo gioco”. Cosa c’è di “bello” in una simile relazione? Il tema è ancor oggi attuale! Si parla di violenza sulle donne, ma la pellicola ci dice che può esserci qualche donna che è attratta da un certo tipo di maschio. Questo racconto ci dice che ad unire un uomo e una donna sono spesso ragioni che sfuggono alla logica. Una frase va usata in questi casi, quella di Blaise Pascal: "Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce” Lo spettatore comprende che Max era un delinquente incallito, e che non è cambiato “oggi”, anche se i venti che lo circondano sono cambiati. Uno degli insegnamenti che si possono trarre dal film è che chi ha certi istinti se li porta dietro per tutta la vita. Uccidere Mario, un possibile testimone scomodo, viene naturale per Max che all’epoca dei campi fece portare in regalo una testa mozzata alla giovane Lucia. La ragazza sfruttando la confidenza che aveva con il gerarca suo protettore, aveva lui chiesto semplicemente di spostare un corteggiatore poco gradito in un'altra area del lager. Per lei Max aveva mozzato la testa al suo sgradito spasimante! E’ una scena forte, una delle più sconvolgenti anche perché fa comprendere allo spettatore che tipo di ricordi legano Max a Lucia e se lei oggi, la colta ed elegante borghese, non lo denuncia, anzi, lo cerca, forse è l'indicazione che queste attenzioni, questo potere, questa sua indole mostruosa, erano (e sono) di stimolo per farle provare sensazioni piacevoli. 

Non mi voglio dilungare a narrare di altri personaggi e di altri attori, il film presenta nomi illustri quali Philippe Leroy (che interpreta Klaus), Isa Miranda (la contessa Erika Stein), Amedeo Amodio: Bert, il ballerino… ed altri. Nelle opere d’arte ogni dettaglio della pellicola meriterebbe analisi e attenzione, e, riconosco, forse non sarei all'altezza di disquisire in modo interessante a riguardo perché sicuramente molti aspetti del film mi sono scivolati via senza che li abbia compresi. Ne cito uno, il ballerino. Come devo inserire la sua figura, il suo personaggio, all’interno della storia?

Vengo alla conclusione, la realtà è che la vera protagonista del film è la regista, Liliana Cavagna che ha trovato il modo di indurre lo spettatore a “sfiorare” i temi di cui ho accennato all’inizio. Come già scritto in precedenza l’autrice si è inventata una storia, con del sesso, per raccontare altro. Il tema che lei ha sviscerato, parzialmente, sia chiaro, resta comunque un sasso gettato su quello stagno, quello della memoria, ma anche direi, sulla complessità della natura umana. C’è un libro che mi è venuto subito in mente mentre vedevo la pellicola: Giustizia non vendetta, di Simon Wiesenthal. Constato che questo testo uscì in Italia solo nel 1989, la Cavani affronta il tema circa vent’anni prima, a maggior encomio per l’artista italiana.

Passo ora ad alcune curiosità sul film che mi hanno colpito, prima di lasciare spazio ad altre opinioni. La prima è legata al protagonista maschile, e copio incollo da wikipedia: “Dirk Bogarde era stato agente per l'intelligence segreta britannica durante la Seconda Guerra Mondiale e testimone oculare delle atrocità del campo di concentramento di Bergen-Belsen, essendo ivi presente nei giorni in cui venne liberato. Borgard definì le riprese di questo film come "un'esperienza psicologicamente estenuante a tal punto da decidere di ritirarsi dalla recitazione”. Bergen-Belsen non era un campo di sterminio, anche se in quel luogo persero la vita circa 70.000 persone (a detta di wikipedia - rif. 2) 

Che Dirk Bogarde visse le riprese con particolare pathos lo si evince da un’intervista resa dalla stessa Cavani: v’era una scena che voleva ripetere per una terza volta (non si focalizzi il lettore sul numero esatto) sennonché Charlotte Rampling si avvicinò e le confidò che un altro ciak l’avrebbe costretta ad interrompere le riprese: un'altra scena di quel tipo e l'emicrania e gli ematomi sarebbero divenuti insopportabili! “Ma non ti sta menando per finta?'' - “E no, mi sta facendo proprio male…!” Questo è il riassunto non letterale del dialogo tra le due protagoniste. Conclusione, la scena del film fu scelta tra i pochi ciak realizzati, non si sarebbe potuto andare oltre. 

Interessante è pure quanto risulta da Wikipedia relativamente all’attrice protagonista: pare, in un primo momento, la produzione (o la stessa regista) fossero orientati su Romy Schneider che rifiutò. Si puntò poi su Mia Farrow e, di seguito su Dominique Sanda. Giudichi lo spettatore se sarebbe stata una scelta felice o meno, resta la constatazione che nella brillante carriera di Charlotte Rampling Il portiere di notte è una delle vette più alte da lei raggiunte, e resta un film cult del cinema italiano, dove è lei l’indiscussa protagonista femminile. Ancora: il manifesto dove la Rampling è ritratta con le bretelle, a dorso nudo, e con il berretto da gerarca nazista in testa, è una delle immagini iconiche di tutta la sua brillante carriera; bene, la Cavani si è dichiarata sorpresa da tutto quel successo perchè “...Charlotte ha poco seno, ne è quasi priva…!” 

Più interessata del manifesto, la regista, lo fu dalla discussione emerse in commissione sulla censura cui fu obbligata a partecipare. Le venne obbiettato che nelle scene di sesso si vedevano sempre la donna sopra l’uomo, invertendo la posizione del missionario, andando contro l’ordine delle cose che la morale dell'epoca riteneva coretta. Anche nelle interviste recenti la regista si dimostrò stupita da quelle osservazioni: il film che voleva narrare del tema della rimozione collettiva della memoria, dei nazzisti in libertà senza che nessuno li ostacolasse, di come degli assassini l’avessero fatta franca aiutati da silenzi e complicità di varia natura; in un film che trattava questi temi la censura si preoccupava, di come copulavano i due attori! Non era stato colto nessuno dei suoi messaggi! La sua risposta alla commissione fu: “...Nei rapporti uomo donna, capita che si verifichino queste situazioni”! ed il film fu vietato ai minori di 18 anni. Il lavoro, oltre a trattare lo scomodo tema “della memoria” che oggi è quanto mai attuale, si pensi a come si sta trattando (e rivisitando oggi) il tema delle foibe (rif. 3 e 4) o come il tema del conflitto russo ucraino (che interessa forze palesemente e dichiaratamente naziste) si stia sdoganando con semplicità, senza mai ricordare che furono i russi a liberare Auschwitz. (rif. 5). Voglio esser chiaro, sulle responsabilità dell’Unione Sovietica ho scritto in tempi non sospetti (rif 6,7,8,9) detto questo non possiamo ignorare il fatto che oggi si sta favorendo uno sterminio assurdo (rif. 10). 

Ultime mie considerazioni cinematografiche, la Cavani si è servita di un importante uso dei "flashback” per imbastire la sua storia, si è avvalsa di ottimi dialoghi, non troppo lunghi, ma ficcanti, di immagini forti e di una trama che colpisce. Con questi ingredienti ha portato avanti i suoi dubbi… Perché, va detto, la regista si limita a sollevare dei temi, non propone mai delle risposte, che nel caso, sono a carico soggettivo dello spettatore. Nel suo film non ci sono buoni o cattivi, anzi direi che forse ci sono solo cattivi L’uomo è un nazista, e per di più sadico e violento, pur tuttavia la donna (in piena epopea femminista), non solo lo difende, ma si innamora pure! A dirla tutta il lavoro della Cavani fece di tutto per non trovare santi in paradiso. Il mondo femminista che all’epoca era una voce pesante nel dibattito pubblico, deve aver visto con disgusto una simile storia, presentata da una donna, e per di più di orientamento socialista! Ma anche il mondo religioso, altrettanto forte all’epoca, non deve aver molto apprezzato le scene di sesso proposte durante la narrazione di questa storia. Quanto poi risollevare il tema dei nazisti che erano degli assassini, e molti dei quali furono aiutati a scappare dal Vaticano, pure non dev'essere stato accettato di buon grado. In conclusione nessuno si mise a difesa di una simile storia da sinistra, nessuno lo fece da destra, nessuno lo fece dal mondo cattolico e clericale! Le immagini ritenute scabrose e sessualmente disdicevoli (per taluni) anticipano le 120 giornate di Salò , che uscirà solo l’anno a seguire. Sintesi: si tratta di un film coraggioso, che propone, a mio giudizio, grande cinema.

Ecco ora qualche opinione “autorevole” (vedi nota) per ampliare le visioni su questo lavoro che negli States fu considerato “spazzatura” o, più precisamente nella visione di Vincent Canby “Spazzatura romantica”. Pauline Kael: “Umanamente ed esteticamente offensivo!" mentre per Primo Levi. “Bello e falso”. La parola ora a qualche opinionista di Davinotti.it (rif. 11) iniziando dalla critica più benevola, quella di Buiomega71 (quattro pallini, il massimo): “Insieme all'Ultimo tango è sicuramente il mio personal cult. Rivisto oggi e pensandoci su, sembra un sequel del Salò (anche se gli è precedente), con quel rapporto viscerale tra vittima e carnefice così denso e allucinato. La Rampling fa il paio con la Jane Birkin di Je t'aime moi non plus e Bogarde risulta glaciale come nel Servo. Grande regia d'interni della dea Cavani, con riminiscenze polanskiane. Tanfo di morte che si respira a ogni inquadratura. Straordinaria luce funerea di Alfio Contini. Finale raggelante e spietato. Capolavoro assoluto”. 

Tre pallini: la parola a ReevesUno dei film più complessi e raffinati sul tema dei rapporti morbosi tra carnefice e vittima, sorretto da una regia impeccabile e da due interpretazioni favolose da parte d Charlotte Ramplng e di Dirk Bogarde. In particolare, sono efficaci i rapporti di amore e odio che si manifestano con colpi veri che i due s infliggono e il finale non può non essere tremendo e affascinante al tempo stesso”. Due pallini, ho voluto anche l’opinione di una donna: Daniela: “Depurato delle polemiche che suscitò al tempo della sua uscita, cosa resta della più famosa opera di C.? Una storia morbosa, moralmente inaccettabile per come tira in ballo i campi di sterminio per mostrare l'origine di un rapporto vittima/carnefice poi nobilitato dalla passione all'insegna del melodrammatico binomio amore e morte. Se discutibili risultano regia e sceneggiatura, sono invece indiscutibili il talento, il fascino, la sensualità perturbante di Bogarde e Rampling, come buona la prova del resto del cast ed efficace l'ambientazione in una Vienna livida e omertosa”. 

Tra le voci più critiche cito Minitina80: “Non emette un solo raggio di luce e ogni cosa al suo interno si offusca di una patina livida e grigia che trasmette sensazioni disagianti. Il rapporto tra i due protagonisti rappresenta il perno centrale che riassume le contraddizioni più estreme che possano essere concepite in un rapporto di coppia. Si distinguono diverse chiavi di lettura, nessuna delle quali rassicurante e pesantemente macchiate dalla strabordante morbosità di cui si fregia. Un’opera destinata a dividere in due i giudizi; di certo non una passeggiata di piacere e non esattamente adatto a tutti”.

Mirco Venzo, Treviso 29/11/2025 #qzone.it

Nota: le critiche statunitensi le ho recuperate da un video su cui ho preso appunti, ma che poi non sono più riuscito a recuperare per portarlo come fonte: fidatevi che quello era stato detto (e se poi l’interlocutore fosse informato… e’ un altra storia)

rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/Il_portiere_di_notte
rif. 2 https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Bergen-Belsen
rif. 3 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/903-la-mia-visione-delle-foibe
rif. 4 https://www.qzone.it/index.php/q-arts/404-ascari-e-schiavoni-a-treviso
rif. 5 https://www.qzone.it/index.php/17-q-stories/200-verso-auschwitz-e-ritorno-2-4
rif. 6 https://www.qzone.it/index.php/13-q-book/449-arcipelago-gulag
rif. 7 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/423-lager-e-gulag-raffronto-1-3
rif. 8 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/431-lager-e-gulag-raffronto-2-3
rif. 9 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/431-l
rif. 10 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/1108-ricordiamo-chi-non-c-e-piu
rif. 11 https://www.davinotti.com/film/il-portiere-di-notte/6906

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