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20190607 VM f4Direi di iniziare da questa sala dove i due artisti, a modo loro cercano di presentare una montagna differente rispetto a quella cui siamo soliti. Non le solite foto dove la montagna è il luogo della tranquillità, della serenità, il luogo dove l’uomo trova un suo equilibrio interiore, ma una montagna teatro di catastrofi naturali quali l’avvento della tempesta Vaia che nel 2018 ha abbattuto 8,6 milioni di metri cubi di alberi ed ha devastato oltre 40.000 ettari di bosco…

A presentarci i lavori della nona edizione di F 4 - Un’idea di Fotografia (2019) con queste parole è Chiara Pozzobon, prezioso punto di riferimento, come sempre d’altronde. Filippo Romano, ha ricevuto la committenza dalla Fondazione Fabbri, ovvero da chi da nove anni patrocina le iniziative di Solighetto (TV), per raccontare la sua visione del disastro generato da Vaia. Il lavoro del fotografo milanese ha titolo Oltre Vaia. Le sue foto raccontano un paesaggio montanaro che ha profonde e visibili le cicatrici della tempesta, narrano dello sconforto degli abitanti che vivevano in quei territori e al posto dei volti sorridenti e teatrali che generalmente vengono associati agli abitanti dei monti, si notano volti sconsolati, sofferenti per il disastro che ha colpito il loro territorio, come se il danno avesse colpito anche le loro carni.

Apro una parentesi, molti di quei sguardi mi hanno ricordato alcune espressioni recuperate da documentari in cui si trattava del disastro del Vajont (rif. 1/2/3/4) ed a proposito di quel disastro, ecco l’ultima caratteristica delle immagini di Romano: la montagna non è quel luogo idilliaco dove la natura regna sovrana, al contrario è un luogo dove forte è la presenza dell’uomo, che vi costruisce magari la seconda (o terza) casa, immobile che rimane chiuso e “morto” per svariati mesi dell’anno, quando non proprio tutto l’anno perchè si spera di venderlo magari con scarso successo.

In bella sostanza la visione del paesaggio montanaro di Filippo Romano è disincantata, al pari di quella della seconda fotografa, Marina Caneve che approccia in modo differente rispetto all’autore milanese. Marina presenta la catastrofe come fenomeno ciclico, ed è sorprendente, ad esempio, l’immagine dell’affresco recuperato all’interno di una Chiesa di Borca di Cadore, dove la Madonna è collocata nel bel mezzo di una montagna devastata, quale quella fotografata ai giorni nostri. Certi eventi si ripetono e l’uomo deve grazie a ricerche storiche, ed a strumenti scientifici, cercare di prevenire e difendersi da queste calamità.

Chiara Pozzobon mi citava un critico (di cui mi è sfuggito il nome) che vedeva dell’assoluta originalità nel lavoro di Marina: se la fotografia da sempre cerca di cogliere il presente per consegnarlo ai posteri, in un qualche modo la fotografa al contrario cerca di recuperare dal passato informazioni e suggerimenti che possano essere di previsione per il futuro, capovolgendo con il suo lavoro Are they rocks or clouds la normale concezione della fotografia.

La mostra è aperta sino al 30 giugno in Villa Brandolini (Pieve di Soligo TV) tutti i venerdì ed i sabati dalle 16,00 alle 19,30. Le domeniche l’orario va dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 16,00 alle 19,30.

Mirco Venzo, Solighetto 31/05/2019 #qzone.it

 

Nella foto di Cristina Pillan, Chiara Pozzobon ragguaglia l'articolista.

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