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20181008 VM GlenoStoria della diga in Pian del Gleno (BG)

1 dicembre 1923, h 7,15 cedono alcune arcate della diga in Pian del Gleno, (Bergamo, in Lombardia) e 6 milioni di metri cubi d’acqua si dirigono verso il lago d’Iseo dove si fermeranno dopo circa quarantacinque minuti di tragitto. Il muro d’acqua nel suo percorso incontra da prima Bueggio, quindi Povo, Valbona, il ponte Formello e il Santuario della Madonnina di Colere, raggiunse in seguito l'abitato di Dezzo. Chi ha letto il primo articolo a riguardo già sa che effetti ha prodotto l'onda sugli abitati (rif. 1). Le vittime accertate furono 356, ma a quel tempo questi numeri erano poco attendibili e le stime oggi parlano di circa cinquecento unità (Rif. 2).

Cronostoria: nel 1907 Il Sig. Tosana, un ingegnere di Brescia chiede la concessione a sfruttare il sito che ben si presta per realizzare una centrale idroelettrica. Non sarà lui però a portare avanti i lavori in quanto cedette il diritto alla costruzione a un ingegnere bergamasco, Giuseppe Gmur, fu però la ditta Viganò che alla fine s’impossessò del business. I Viganò possedevano impianti tessili in brianza e l’idea era di rendersi energeticamente autonomi parve a loro interessante. Meglio: si poteva creare un bel giro d’affari anche rivendendola la corrente elettrica, a quel tempo l’energia non era monopolio dello stato ed i privati potevano lucrare anche su quel prodotto. Nel 1917 il Ministero dei lavori pubblici approva la realizzazione di un invaso della capacità di 3,9 milioni di metri cubi d’acqua. La diga sarà del tipo “a gravità pesante” con i muri compresi in uno spessore dai trenta ai quaranta metri. Makomenos, l’autore del bel video postato il 2 dic 2017 (rif. 2) spiega che si sarebbe creato un tampone che avrebbe trattenuto l’acqua. Ai lati del bacino a contenere il liquido v'erano i monti.

I lavori iniziano soprattutto grazie alla fatica di donne, bambini, anziani e invalidi; siamo nel pieno della grande guerra e le persone abili sono tutte a difendere la Patria. Michelangelo Viganò, coadiuvato dall’Ingegner Gmur, segue questi primi lavori, ma nel 1918 muore e la direzione dell’azienda passa al figlio Virgilio Viganò, che poco dopo decise di ampliare il progetto aumentando la capienza della diga. Il gioco era semplice, bastava alzare l’altezza della diga, il resto l’avrebbe fatto la forma a “V” della valle; alzando il muro, la quantità d’acqua aumenta in modo geometrico, implementando di conseguenza anche il numero di kwh producibili. Iniziano però a prender corpo pure le lamentele dei valleggiani, l’aumento del lago portava via i pascoli estivi ai contadini, mettendo in crisi il loro lavoro presente e futuro in modo irreversibile. Tuttavia opportunità occupazionali in quegli anni ce n’e sono poche ed il lavoro nella diga per altri rappresentava comunque un salario sicuro. Ne consegue che molti valligiani non avevano interesse a fermare i lavori ed anzi contribuirono alla realizzazione dell’opera. Nel 1920 una nota anonima informò le autorità che nella costruzione si utilizzava calcina in luogo di calcestruzzo. Ispettori del genio civile andranno al cantiere e prelevarono dei campioni che mai furono analizzati, sostiene la mia fonte principale, il videomaker Makomenos.

Poco dopo aver terminato la realizzazione del tampone, muore Giuseppe Gmur, che viene sostituito dall’ingegnere palermitano Giovanbattista Santangelo, il quale subito propone una ulteriore modifica al vecchio progetto, sostituendo la soluzione a gravità pesante con una costruzione ad archi multipli molto più economica. Chiese l’autorizzazione ad ampliare il progetto, ma senza precisare il cambio di metodologia, e seguitò nella progressione dei lavori privo di autorizzazione, fiducioso che questa sarebbe arrivata. La nuova modifica vedeva il livello di massimo invaso a 1540 mt a livello del mare e un bacino che arrivava a contenere sei milioni di metri cubi d’acqua. L’ingegner Lombardi del genio civile di Bergamo va in ispezione nel agosto del 1921 e nota subito la modifica, rileva che i lavoro sono proseguiti senza autorizzazione e constata che gli archi nel punto centrale non poggiando sul terreno, ma sul tampone. E' una discontinuità strutturale! Informa di tutto ciò il Ministro dei Lavori Pubblici Giuseppe Micheli. Con l’inizio dell’anno nuovo, il Ministro pretende che la Viganò presenti il progetto dettagliando la variante degli archi multipli e intimando l’interruzione dei lavori sino ad approvazione avvenuta.

Dopo un mese la ditta presenta il progetto guardandosi bene dal interrompere i lavori che non si interruppero mai, sia quando autorizzati, sia quando privi di benestare; stupirci oggi sarebbe inopportuno anche perchè è quanto accadrà, anni in seguito, anche nel susseguente progetto del Vajont per volere della S.A.D.E. Man mano che i lavori procedevano in Val del Gleno, il livello dell’acqua si alzava favorendo però delle perdite, in particolare nell’area dove gli archi poggiavano sul tampone. Il significato di "discontinuità strutturale" iniziava a rendersi palese anche ai non esperti ai lavori quali gli operai che poco tempo prima erano semplici contadini per lo più analfabeti ciò nondimeno qualcuno tra essi osò indicare la cosa ai propri responsabili, sottolineando il pericolo che la costruzione non reggesse, ma la minaccia di licenziamento li costrinse al silenzio. Attenzione che questo è un aspetto importante da rilevare, quando la costruzione è voluta da un azienda privata spesso vi è chi all'interno del gruppo ha delle riserve, ma quasi mai può permettersi di esternarle e praticamente sempre  rimangono lettera morta, impedendo che un errore venga perpetuato. Tra maggio e giugno del 1923 l’opera fu terminata, dopo che giunse anche l’autorizzazione da parte delle autorità alle modifiche di cui sopra. Manco a dirlo l’impianto entrò in funzione prima che venisse collaudato, e tanto più si alzava il livello dell’acqua tanto più delle perdite andavano a generarsi, specialmente nelle solite arcate sopra il tampone. Si abbassò per tanto il livello delle acque e si cercò di correggere la costruzione impermeabilizzando i piloni e gli archi con cemento e bitume, ma inutilmente, quando l’acqua risalì le falle si riaprirono.

Il 21 ottobre del 1923 il genio civile di Bergamo invia gli ingegneri Lombardi e Sassi a verificare il collaudo, sfortuna volle che quel giorno ci fosse un violento temporale, l’autorizzazione a produrre comunque venne rilasciata verbalmente, il giorno appresso, anche se già da mesi la Viganò stava producendo energia elettrica. Francesco Morzenti, il custode del lago, telefonò la notte del collaudo a Virgilio Viganò, informandolo che le perdite andavano aumentando. Il fatto che la telefonata sia successiva di poche ore all’ispezione dei commissari del genio civile induce a ritenere approssimativa la stessa, ma questa è una mia deduzione e non me ne voglia il lettore che rimane libero di ascoltare la fonte o fare ulteriori sue ricerche in rete per farsi una sua idea della storia (ecco un ulteriore video rif. 4). Sta di fatto che l'ispezione indotta dalla telefonata del custode attiva dei tecnici della Viganò che constatano come le segnalazioni del custode siano fondate e rilevano che l’invaso è ai massimi livelli, a causa delle piogge.

Le piogge abbondanti per tutto il mese di novembre (anche a causa della stagionalità) mantennero elevato il livello dell'invaso preoccupando gli operai che osservavano un pilone in particolare, costantemente colpito con forza dai getti d’acqua fuoriuscenti da uno sfiatatoio a 12 mq al secondo. L'acqua stava asportando del materiale dalla struttura. Il giorno della sciagura il custode Morzenti fece a tempo a vedere una fenditura longitudinale che si allargava sempre più nel pilone di cui sopra, mentre anche in altri punti della diga l’acqua fuoriusciva zampillando copiosa. Riuscì a dare l’allarme prima di assistere al disastro. (la sua testimonianza rif. 5). Poco dopo alle sue spalle la diga cedette per ottanta metri e da quella crepa fuoriuscirono finalmente liberi tutti i sei milioni di metri cubi d’acqua imprigionati dal muro. Nel processo emerse, a detta della mia fonte principale, che tutto il progetto fu costruito male dove importante ai fini del disastro fu lo spirito di costruire a risparmio, per tagliare sui costi. Non mancarono gli errori anche progettuali come quello che volle la soluzione ad archi sostituire l’originaria idea di Giuseppe Gmur a gravità pesante. Nel prossimo articolo uscirò, finalmente, dai temi che non mi son propri, quelli ingegnerestici costruttivi, come quelli citati nel presente articolo, o come quelli geologici che sono alla base dell'ecatombe del Vajont. Affonterò i temi economico politici, che sono per me oggetto di riflessione da anni. Cari lettori spero non vi siate tediati di me e che avrete la forza di seguire anche il prossimo articolo che andrò a scrivere.

Mirco Venzo, Treviso, 06/10/2018 #qzone.it

Rif. 1 http://www.qzone.it/index.php/q-arts/mirco-venzo/499-...
Rif. 2 https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_del_Gleno
Rif. 3 https://www.youtube.com/watch?v=2KLKLZHhAgo
Rif. 4 https://www.youtube.com/watch?v=bLPybtOfxnA
Rif. 5 http://www.scalve.it/gleno/Testimonianze/testimonianze2.htm

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