C’è un video (rif. 1 minuto 19,43) che parla della frase perno su cui si poggiano sia il disastro del Vajont, sia i disastri del Gleno e del Molare, la frase è “Variante in corso d’opera!”, tutti questi progetti hanno subito delle variazioni durante l’esecuzione dei lavori ed è questa variante che sta alla base delle catastrofi. Sapete qual è la motivazione di fondo di ognuna di queste modifiche? Ed è mia opinione che sia proprio la risposta a questa semplice domanda il motivo per cui è attuale interessarsi di questi fatti storici, assai lontani nel tempo. La ragione di tutte queste varianti è l'ingordigia per il profitto!
E che cos’è il profitto? Per il liberismo, la filosofia che va di moda in questi ultimi decenni è il motore che muove l’iniziativa privata quella che, se agevolata, affermano i liberisti, porta al "bene" la comunità tutta. Fermiamoci e ragioniamo su queste parole… “porta al bene la comunità tutta”? Ho sprecato migliaia di parole nei due precedenti articoli (rif. 2/3) per spiegare come da un lato una persona (o poche) avessero solo un interesse, ammassare quanta più acqua fosse possibile dentro un bacino allo scopo di trasformarla in denaro e dall’altra centinaia, migliaia di persone, si trovarono a lamentarsi in un primo momento perché gli erano stati tolti degli spazi vitali quali il pascolo per le bestie (pian del Gleno e valle del torrente Vajont) o, nel caso del Molare, la piena ingrossando il lago, complicava il transito degli abitanti verso le loro case.
Queste lamentele, che salivano da una moltitudine di persone, più o meno organizzate, più o meno convinte, più o meno motivate, erano parole che uscivano dalle loro bocche prima delle catastrofi; dopo, coloro che erano rimasti in vita molto spesso si trovavano silenti, attoniti, incapaci di descrivere con le parole il loro dolore e la loro devastazione interiore. Ecco che disse una sopravissuta dopo la sciagura del Vajont, la donna viveva ad Erto, il paese che fu parzialmente protetto da un costone di roccia che deviò l’onda. Nel precedente articolo affermavo che la parola "fortuna", in tutti questi casi, va pesata e interpretata, e la testimonianza di questa donna aiuto a comprenderne la ragione: fu proprio fortunata questa donna che si salvo dalla morte? “…So che mi manca un fratello, intanto, e senza una casa… non lo so dove andrò!” - “E’ vero che sin dai giorni scorsi si sapeva che la montagna sarebbe venuta giù?”- Chiede l’intervistatore… “Non sono giorni, da anni… … e così ora siamo tutti sul lastrico”! (rif. 4 al minuto 7,53)
Aveva una famiglia la sopravvissuta, ora non ce l’ha più. Aveva una casa, ora non c’è l’ha più… Possiamo affermare che costei fu fortunata?
Fortuna è una parola che designa anche il denaro, “Ha fatto fortuna” è un modo di dire che indica chi ha fatto i soldi. I proprietari della S.A.D.E fecero i soldi, riuscirono a vendere l’opera allo Stato, pur sapendo che la frana sarebbe certamente caduta. Se la sopravissuta intuiva che qualcosa sul monte sopra la diga non funzionava, e non era la sola, i vertici dell’azienda elettrica avevano addirittura fatto costruire un modellino per comprendere che esiti la frana avrebbe avuto sul loro manufatto, sul loro bene. Ribadisco, loro che la frana crollasse lo sapevano per certo ed anzi alcuni documentari (video) recenti affermano addirittura che c’era la volontà dei vartici della S.A.D.E. di far deliberatamente scendere la frana, tanto si erano premuniti di garantire la funzionalità della diga mediante un costoso Bypass – spesero circa un miliardo di lire dell’epoca! – che avrebbe permesso l’arrivo dell’acqua a valle anche dopo lo smottamento del monte Toc.
Ritorno però alle valutazioni economiche, filosofiche e giuridiche: a giustificare il guadagno secondo la filosofia liberista c’è l’assunzione di un rischio da parte dell'imprenditore, da parte del proprietario del manufatto. Nei casi analizzati, chi ha subito il rischio? Il conte Volpi di Misurata, il conte Vittorio Cini, presenti nel consiglio di Amministrazione del colosso energetico? O lo subirono le migliaia di persone che persero la vita, i loro cari, i loro beni? A chi sarebbero andati i denari del progetto se non vi fossero stati imprevisti nel bergamasco e nell'alessandrino? La risposta a tutti questi quesiti è storia. Furono sempre i cittadini comuni a sopportare i rischi, quando i guadagni al contrario sarebbero andati (o sono andati) nelle tasche dei proprietari delle dighe.
Nella mia serie di articoli ho voluto evidenziare come quanto accaduto nel bellunese non è caso isolato, quanto avvenuto quarant'anni prima a Pian del Gleno ha similitudini impressionanti con la vicenda del Vajont. Virgilio Viganò, al pari dei vertici della SADE, a più riprese fece aumentare le dimensioni della diga, per aumentare i suoi futuri profitti, lui fece l'azzardo, i suoi concittadini pagarono con la vita la sua scommessa. Se nel bellunese gli abitanti di Erto e Casso erano preoccupati per una possibile caduta di frane dentro l'invaso (Toc, il nome del monte franato significa "pezzo" in dialetto veneto e "patoc" significa marcio in friulano. le due etnie avevano già battezzato in modo corretto la montagna) nel bergamasco che i lavori fossero fatti in modo pericoloso lo avevano rilevato persino gli operai del cantiere che pure non erano specializzati.
Voglio dire anche la gente comune aveva capito che se usi materiali scadenti per costruire una diga questa rischia di crollare, e non ostante questi presupposti tu hai ancora il coraggio di alzare il livello dello sbarramento, obbligando il manufatto a sopportare una pressione maggiore? E' certo che così facendo stai aumentando il rischio, ma la storia dimostra che il rischio di danno fu scaricato sui cittadini, mentre il rischio di guadagno garantiva maggiori entrate ai detentori del "bene". Riassumento l'avidità, la smania per il profitto sono non il motore della società, ma in tutti i casi ricordati furono la lapide sotto cui terminò chi abitava nei pressi di questi capolavori d'ingordigia ed incompetenza. Non è forse il caso di metterli in discussione questi postulati? D’altra parte la famiglia Viganò aveva esperienza in campo tessile e… e qui si arriva al tema attuale perché a Genova un ponte è crollato dopo che chi si occupava di maglie e tessuti ha deciso di interessarsi di autostrade e telefonia, ovvero di attività di interesse pubblico.
Il ponte Morandi è crollato quest’anno generando morti, danni ingenti, disagio a centinaia di persone e ledendo l’immagine del Paese tutto. Anche in questo caso chi ha sopportato il rischio di quel disastro? La famiglia Benetton? Posso garantire che gli edifici in centro Treviso di proprietà della casata stanno in ottima salute, al contrario delle abitazioni site sotto il ponte genovese. Anche in questo caso recente non sono coloro che han incassato i lauti pedaggi a dormire lontano da casa, ma chi spesso quei pedaggi ha pure pagato e ora aspetta risposte… dallo Stato. Mentre tutto ciò avviene, la Società Autostrade ha fatto presente in un comunicato che se venisse espropriata della concessione una forte penale le dovrebbe essere riconosciuta. Per i morti e per le centinaia di persone che vivono da agosto nei disagi, nessuna parola di conforto da parte degli oligopolisti della viabilità. (rif. 4)
Per contro è dallo Stato che i cittadini ora si aspettano delle risposte. E già, perché poi è sempre lo Stato (istituzione che annovera anche noi tutti, che ne siamo parte giacché elettori) che deve rispondere delle incompetenze di chi però se le cose vanno bene “fa fortuna”. Sono arrivato al punto, i disastri di cui sopra dimostrano come non sia vero che i privati gestiscono le cose meglio del pubblico. E questa è una prima importante evidenza! Non solo, l’assioma cardine del liberismo economico, che lo Stato è “brutto, cattivo e corrotto” va rivisto. Il Gleno è crollato per l’avidità e l’incompetenza del suo proprietario, la variante voluta dai proprietari della diga del Molare, ne hanno causato la rovina, e non parliamo del disastro del Vajont dove venne addirittura accusata la giornalista che cercava di allertare, mentre i dirigenti della SADE negavano il rischio in pubblico, ma in privato si raccomandavano a Dio…
Certo, non mancano le deficienze dei pubblici amministratori, ma non mancano neppure la corruzione da parte dei privati, che tanto puri di cuore e onesti non sono: se un funzionario pubblico è corrotto, ci dev’essere chi lo corrompe. Mani pulite avrà pur insegnato qualcosa, se il primo è un delinquente, il corruttore che cos’è, un virtuoso? E quindi? E quindi ridiamo dignità all’apparato statale sia perché è quello che poi deve diramare i nodi della “cavolate” (parlare di cavolate è offensivo per le migliaia di vittime che questi disastri han generato, ma alzare il tono dei vocaboli non li aiuta a ritornare in vita) dei privati, sia perché se sono i cittadini che devono poi sopportare il prezzo di queste incompetenze, allora tanto vale che possano dire la loro attraverso il voto, cosa impossibile quando la gestione è privata.
Ancor oggi si sente dire, ad esempio, che se il Ponte sullo Stretto fosse stato gestito dai privati l’opera sarebbe già stata realizzata. E già, la "famosa efficienza del privato", vista in tutti i tre casi analizzati… Siamo così sicuri che l’idea di quel ponte sia una buona idea? Ce lo ricordiamo che si tratta di un’area molto sismica? Voglio dire, forse la lentezza di tanti lavori pubblici ha anche i suoi aspetti positivi, e comunque certi settori strategici di interesse nazionale è giusto vengano gestiti da chi ha mandato a farlo nell'interesse della collettività. Rimanendo in tema di attualità e grandi opere, anche la TAV procede a rilento causa i molti dubbi che vengono espressi dai valliggiani. Come terminerà la storia lo scopriremo in un futuro e però già oggi possiamo affermare che il tanto criticato MOSE, opera pubblica in questo caso, andato avanti con grande lentezza causa le molte perplessità che l'hanno circondato, si è rivelato un buco nell'acqua. Lo abbiamo visto che il privato sia più virtuoso del pubblico è assioma falso, rimane vero il fatto che la voglia di far soldi del singolo spesso lo porta a fare il passo più lungo della gamba, così è stato nelle storie delle dighe analizzate, ma rimanendo nell'attualità lo stesso vale anche per le banche.
Le banche quand’erano pubbliche non fallivano, mentre ora che sono state privatizzate sono tutte in difficoltà. (Rif. 5 Mauro Aurigi già dopo i primi due minuti del video spiega il punto). Guarda caso anche ai tempi dello scandalo della Banca Romana (fine 1800) le banche erano private, e fallivano, e solo quando furono trasformate in enti pubblici non solo rimasero in piedi, ma aiutarono il nostro paese e a preservare i risparmi dei cittadini da un lato (nessuno dei Bot People ci ha mai rimesso una lira, quando ce l’avevamo) aiutando anche la crescita delle imprese dall’altro. Divenimmo la sesta/settima potenza industriale al mondo e la seconda in Europa, quando la politica si assumeva i suoi oneri anche sulle cose economiche e le gestiva direttamente.
Ricapitolando i disastri delle dighe ci insegnano alcune cose:
.1) non è vero che il privato sa gestire meglio del Pubblico
.2) in certi settori è comunque la gente a pagare il prezzo di eventuali errori, e allora tanto vale che ne possa stabilire almeno gli indirizzi attraverso lo strumento del voto, se sbaglia votare almeno può mordersi le mani.
.3) In alcuni settori è palesemente falsa l’affermazione che il guadagno remunera il rischio… che cos’ha rischiato la famiglia Benetton nel gestire la telefonia, le autostrade e via discorrendo? Erano reti già realizzate, l’unica cosa che sta facendo è far soldi senza, il ponte di Genova ce lo insegna, neppure preoccuparsi di garantire la funzionalità del bene dato loro in concessione.
Che poi l’avvento dei privati abbia portato riduzione di costo agli utenti (altra retorica che circonda il mito delle liberalizzazioni) è cosa tutta da dimostrare, e anzi, sappia il lettore, che io la vedo proprio al contrario: la rete autostradale italiana, al pari della telefonia, è tra le più care al mondo quando sia le autostrade, sia i telefoni non sono tra i migliori al mondo, questa è la mia chiara percezione. Le storie di queste dighe ci insegnano anche che se vi è un interesse superiore, riguardante la collettività tutta, si notifica al privato che il suo bene per esigenze nazionali gli verrà tolto. Se ciò è stato possibile per chi ha poi perso la vita causa un’onda di cui non era responsabile, chi è tra i più ricchi concittadini non dovrà versare troppe lacrime sperando di avere la mia compassione se finalmente lo Stato deciderà di togliere lui il bene di interesse nazionale per il benessere collettivo e non finalizzato al profitto del singolo privato.
Ricordo che se chi vi scrive è così fortemente convinto che alcuni beni debbano ritornare allo Stato, gran parte di questa convinzione è frutto dell’analisi che la quotidianità mi propone: ogni volta che pago il pedaggio autostradale o che mi arrivano la bolletta del telefono vengo preso da un insopportabile fastidio perché ho la sensazione di esser “bucerato”. Questi signori hanno avuto decenni per dimostrare che la gestione del privato è meglio di quella del pubblico, e i risultati sono ponti che crollano e tariffe che aumentano, d’altra parte mica siamo tutti ingenui, se l’obiettivo è far soldi il modo più semplice per farli è impossessarsi di un monopolio e stabilire il prezzo cui è costretto a pagare il fruitore che non ha alternativa. Rischio zero e profitto alto: l’esatto contrario di quel che dice il liberismo che come filosofia va quindi abbandonata ne più ne meno di come sono oggi abbandonati i ruderi delle dighe sul Vajont, sul Molare e sulla Val del Gleno.
Mirco Venzo, Treviso 09/10/2018 #qzone
Rif. 1 https://www.youtube.com/watch?v=NMIKw1V7ANc&t=1184s
Rif. 2 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/499-vajont-una-storia-che-si-ripete-1-4
Rif. 3 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/501-vajont-una-storia-che-si-ripete-2-4
Rif. 4 https://www.youtube.com/watch?v=AgE2IJc7lrs&t=106s
Rif. 5 https://youtu.be/JOydlh9uY8Y
Rif. 6 https://www.youtube.com/watch?v=t22AfSWZgYg (consiglio la visione del video che spiega come le banche private siano per loro natura propense a caricarsi di rischi… per poi fallire)