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20181007 VM gobbetto digaUn po’ di numeri.
Il giorno è il 9 ottobre del 1963, ad alle 22,39 una frana, come previsto, si stacca dal monte Toc ed invade il sottostante lago voluto da una società privata: la S.A.D.E. (Società Adriatica Energia Elettrica). l'invaso è generato dalla più alta diga dell'epoca e ha come obbiettivo la creazione di energia elettrica. Le frane si misurano a metri cubi, perché il peso cambia a seconda del tipo di materiale. Nel terreno convivono rocce di tipo diverso, ve ne sono di più compatte e di meno compatte, più spugnose e meno… Il pezzo di monte che entrò nel bacino fu di 260 MILIONI di metri cubi, per alcuni video, 270 per altri. Equivale a 90 isolati di grattacieli alti trenta piani, giusto per avere un’idea di grandezza. (rif. 1)
L'acqua accumulata ai piedi del monte al momento del disastro è di 150 milioni di metri cubi e all'impatto con la massa di terra che cade ad una velocità superiore ai 100 km/h (negli ultimi metri), genera un onda tricuspide. Una punta dell’onda va dritta contro la montagna che sta di fronte all’area franata per poi ricadere verso il basso dove al posto del liquido c’è ora il terreno del Toc, li si formerà una depressione che darà vita al laghetto di Massalezza.

Circa di fronte al monte Toc c’è un abitato a nome Casso, apparentemente al sicuro da eventi sinistri, queste case sono a quota 950 mt sul livello del mare, quando il lago in quel momento è a quota 700 mt (s.l.m.), 250 metri ai suoi piedi. Sono tanti 250 metri di dislivello e si possono valutare bene ancora oggi, basta sporgersi dalla diga e guardare verso il basso. La diga è alta 261 metri quindi poco più di quanto non separasse in altezza Casso dal lago. Questo dato ci permette di valutare le parole del Parroco del paese: “un corto circuito ha prodotta una fiammata di vari colori che illuminava la zona a giorno. Contemporaneamente una forte colonna di acqua, poi uno spostamento di aria, una pioggia speventosissima di pietre e di acqua”…. “Dunque la colonna d’acqua era alta almeno trecento metri…” incalza l’intervistatore, “Almeno trecento metri, si…”, risponde il prete. (Rif. 1) In precedenti interviste il padre affermò, ed è per questo che c’era certezza nelle sue parole, che l’onda era alta almeno quanto il campanile. Ponetevi sul bordo della diga, per chi ama questo tipo di emozioni, e immaginate che forza deve avere dell’acqua per risalire verso il cielo partendo al fondo della stessa. Poi voltatevi e osservate la terra che ha creato una collinetta dentro l’invaso, osservate di dov’è partita e cercate di immaginare che cosa può essere accaduto.

Ad ogni modo ritorno all’onda che è arrivata sin sopra il campanile di Casso. Confesso che non ho compreso come l’acqua sia arrivata a sorvolare l’abitato, trascinando con se anche delle pietre, senza far danni eccessivi alle persone, ma limitandosi a danneggiando i tetti delle case. Ad ogni modo quest’acqua che partiva da 250 mt sotto, dev'essere arrivata sopra le abitazioni, rovinandone qualcuna (o parecchie) ed è proseguita nel suo viaggio perchè questo emerge da varie fonti, (video di Paolini – rif. 2 - e altre testimonianze raccolte in rete). Vista la descrizione apocalittica dei testimoni considero poca cosa anche i 29 morti di Casso, su una popolazione di 450 abitanti, fonte il sacerdote, non me ne vogliano i sopravissuti, ma salvarsi da una pioggia di pietre così com'è stata descritta, significa esser stati baciati dalla fortuna, fortuna che è un vocabolo stonato per com'è nata, per come si è sviluppata e per come si è conclusa tutta la vicenda del Vajont. Ad ogni modo proseguo con le mie cifre.

Abbiamo terminato di seguire la prima punta dell’onda generata dalla frana, passiamo ora a seguire la seconda, quella che si indirizzò verso la valle del torrente Vajont (è lui che da il nome alla diga) risalendola. In quella direzione vi è Erto il centro abitato più popoloso dell’area, e non è protetto dall’altimetria, il paese è posto 175 metri più in basso della frazione di cui ho già scritto quando lo tsunami alto decine di metri, di gran lunga più alto delle stesse abitazioni, gli sta arrivando contro, spietato, alla velocità di una vespetta a tutto gas. Li, tra gli altri, abita anche un bambino di nome Mauro Corona. Anche Erto è baciato dalla buona sorte, uno sperone di solida roccia fa da scudo al pistone d’acqua che viene deviato dal centro del paese, solo una fetta dello stesso, rimasta esposta al flusso mortale verrà spazzato via in un attimo, ed è la sorte che subiranno altri abitati. Delle case con i loro mobili, degli abitanti con i loro animali di S. Martino, Frasèin, Col delle Spesse, Patata e il Cristo rimane praticamente nulla. Danni ingenti anche a Pineda. (rif. 3).

Rimane da seguire nella nostra ricostruzione la terza punta dell’onda, quella che si indirizza verso lo sbarramento della diga. Li c’è il muro eretto dalla S.A.D.E. alto più di 20 mt, dello spessore di circa tre, sufficienti a giudizio dei tecnici a fronteggiare la peggiore delle evenienze. La valutazione degli studiosi risulterà errata: nel punto più basso l’onda che salta la diga è alta 150 metri, mentre in quello più alto, sono 250. Marco Paolini afferma che sono le testimonianze delle rocce attorno al manufatto a sancire questi dati. (rif. 4), d’altra parte che l’onda fosse superiore ai 300 metri, come già ricordato, lo testimoniò anche il parroco di Casso, per tanto le fonti incastrano bene tra di loro. L’acqua che arriva dalla gola del Vajont dopo esser caduto sul terreno genera una fossa, (rif. 5) si carica di ulteriori pietre che trascinerà verso il centro abitato di Longarone e lo disintegrerà. Il pistone che colpisce l’abitato è alto settanta metri e viaggia a 70/80 km l’ora.

Molti moriranno per effetto dell’aria che strapperà via loro la pelle e tutto ciò che c’era dentro. Un fall-out equiparabile a due bombe di Hiroshima (fonte sempre Paolini), centinaia di persone dopo l’accaduto non sanno che cosa mettere dentro la bara dei loro famigliari: non è rimasta traccia alcuna di essi, sanno solo che sono spariti, divorati, annientati dall’onda. Nel suo percorso l’acqua anche in questo caso si scinde risalendo per un paio di kilometri il greto del Piave, una parte, e incanalandosi subito verso il mare, l’altra; in entrambi i casi l'esito è morte e devastazione. Longarone, Pirago, Faè, Villanova, Rivalta, praticamente sono spazzati via, profondamente danneggiato Codissago, (trascinato verso il mare per la metà investita dal flusso, mi disse un suo abitante, mentre la parte risparmiata dall’acqua rimase in piedi, salvando di conseguenza anche i suoi abitanti), danni ingenti anche a Castellavazzo, Fortogna, Dogna e Provagna. A Ponte delle Alpi, circa dieci kilometri a sud di Longarone, l’acqua transitò con un’altezza di dodici metri. Questi i numeri che son riuscito a raccogliere dalle mie ricerche in rete.

La domanda è: la causa di tutto ciò, quale fu? Per anni si è sempre ritenuto responsabile del misfatto la frana.  Io ritengo che l’origine del “male” fu altro, e la frana fu solo l’esecutore materiale degli omicidi, ma il mandante è un altro sempre vivo e vegeto, anzi, in questi giorni gode di una salute mai stata migliore negli anni precedenti, a sostegno di questa mia teoria andrò a riproporre al lettore un disastro antecedente di quattro decenni la tragedia del Vajont. Chiudo con un ultimo doveroso dato questa sequela di numeri, le vittime stimate furono 1917 cui aggiungerei le 6 persona morte durante la realizzazione della diga. (rif. 6)

Mirco Venzo, Treviso 05/10/2018 #qzone
Foto gentilmente concessa da Alessandro Gobbetto, appassionato del tema.

NOTA: Un grazie doveroso lo voglio esternare a Marco Paolini che attraverso il suo spettacolo mi ha sensibilizzato a questi temi. Va precisato che ricerche successive al suo spettacolo e video che si sono dedicati a questo tema han confermato la bontà della ricerca dell'attore.

Rif. 1 https://www.youtube.com/watch?v=IY78pbrJrmw
Rif. 2 https://youtu.be/AgE2IJc7lrs
Rif. 3 http://www.raixevenete.com/disastro-del-vajont/
Rif. 4 https://www.youtube.com/watch?v=-fPiDnC47As
Rif. 5 https://youtu.be/NMIKw1V7ANc
Rif. 6 https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_del_Vajont

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