Un libro dell’astrologa Lisa Morpurgo mi fece comprendere l’importanza simbolica della foresta. Se da un lato abbiamo i territori della “città e della civiltà”, le aree dei campi coltivati, delle sicure abitazioni, dell’acqua potabile; luoghi dove l’uomo ha imposto il suo ordine e le sue regole, oltre un certo “confine” abbiamo la foresta, un territorio dove è la natura, sono le regole del cosmo a dettar legge. In questo secondo spazio l’uomo trova tutte le sue paure, o se si preferisce è di fronte a se stesso. Copio e incollo la prima definizione di foresta che ho recuperato in rete: “... è un luogo simbolico fortemente seducente e primigeno, contrapposto alla nostra
terra edificata, coltivata e controllata, uno spazio in cui le nostre regole, subalterne a quelle ‘‘caotiche” della natura spontanea, perdono improvvisamente ogni valore. La foresta è uno spazio intriso di contraddizioni: al contempo attrae ed inquieta, nutre e priva, conforta e minaccia, offre scorci di intimo raccoglimento e disorienta con l‘ idea della sua sterminata estensione. Essa, così come la terra, possiede caratteristiche creative, metamorfiche e cicliche tipicamente femminili: il suo ventre oscuro inghiotte carcasse, miceti, sterco, fogliame putrefatto e vecchi ceppi metabolizzandoli in umido e fecondo humus; un‘infinità di invisibili spore e minuscoli semi vi si posano ansiosi di germogliare, i più adatti attecchiscono e penetrano con le loro radici le profondità della terra traendone forza e nutrimento per ergere…”
La foresta è quindi un ambiente che offre importantissimi valori simbolici, legati alla natura, alle regole sovrumane che regolano l’universo. Il fascino della foresta è tale perché in quell’ambiente si incontra la morte, vuoi perchè si può scorgere una serpe ingerire una rana, vuoi perchè un albero secolare lo si vede marcire e spontanei sorgono degli interrogativi, quali: “ma se anche lui che era così alto ed imponente è caduto, che cosa accadrà a me”? Ed è sempre la foresta a dare la risposta, su quel legno nascono altre piante, arbusti, funghi, muschi… le stesse foglie che cadono diventano cibo per chi resta… dalla morte nasce la vita, in un ciclo di cui noi uomini siamo parte e che la foresta rende palese, cosa occultata nella civile città regolata dall’uomo.
Tempo fa ho scritto di un orso (rif. 1) Papillon, e voglio qui difendere l’importanza simbolica di questo animale che al pari dei lupi, delle volpi, dei cinghiali e di tutte quelle bestie che abitano i boschi contribuiscono a rendere magico quel territorio. La foresta ha fascino anche perchè è il territorio dei lupi e degli orsi, è un territorio che stimola la fantasia perché chi si accolla il rischio di entrare nelle sue viscere, se è vero che corre il rischio di cattivi incontri, è altresì vero che può scorgere la magia di veder sbucare impetuoso un cervo, veder volare un uccello colorato, intravvedere saltare da una chioma all’altra uno scoiattolo… piccole sorprese che diventano grandi incontri e ti riempiono il cuore proprio perchè lo scoiattolo o il cervo vien visto in un ambiente dove nulla è scontato. Non si è sicuri di fare quell’incontro positivo, piuttosto di farne uno di più pericoloso. Vi è il fattore di rischio, rischio che può essere letale. Ed è questo prezzo da pagare che rende magico il salto di quello scoiattolo.
E veniamo a parlare dell’orso (e dei lupi). Inizio a pensare che saremo (come umani e come italiani nello specifico) ben sciocchi se non lasciamo spazio a boschi e foreste, non solo per tutelare l’ambiente, cosa già di per se sacrosanta, quanto proprio per preservare la nostra salute psichica. Capisco che l’esistenza della foresta completa di tutti i suoi pezzi (con lupi, orsi, cinghiali, gli alberi morti che cadono da soli frutto di secoli e secoli, insomma, dove l'intervento umano è annullato) è un importante spazio anche per la nostra mente, per la nostra fantasia, per il nostro "centro". Sapere che ci sono luoghi dove noi homo sapiens non abbiamo a pieno il controllo di ciò che ci circonda, può solo che esserci d’aiuto e, aggiungo, di stimolo per ritrovare il nostro equilibrio sia personale che sociale.
Perchè questo lungo preambolo? Per spiegare come una sorta di “foresta” si possa trovare anche in città, e sono gli edifici abbandonati, spesso resi inacessibili perchè "proprietà privata". Ma quale proprietà privata? han termianto di espletare la loro funzione sociale in mano al singolo, ed ora è giusto, a mio avviso, che ritornino alla collettività, da dove vennero prelevati, messi a disposizione di chi tra di noi vuole vuole superare quella soglia. Oltre quei muri si trovano le tracce di chi è “alternativo” alla società; persone che fanno uso di sostanze stupefacenti, che vanno contro corrente. La mia non è una supposizione bensì quanto gli stessi protagonisti esprimono chiaramente nelle scritte sui muri, lasciando dichiarazione dall'interpretazione inequivocabile. Anche li, il rischio d’incontrare questi “orsi umani", rende affascinante quei siti dove le finestre mancano, i vetri sono stati spaccati, prova di una violenza espressa e di una rabbia ragguardevole, e nei muri disegni, frasi, poesie parlano di sensibilità estremamente differenti dalla nostra, o se preferite, dalla mia. Differenti poi così tanto?
L’amore carnale viene rappresentato da disegni dal chiaro sentore pornografico, le bestemmie sono scritte a caratteri cubitali, ma non mancano frasi di unica dolcezza e gli amori confessati in frasi dipinde nei muri dove chi dovrebbe ricevere la confessione, si sospetta, mai metterà piede e quindi mai saprà di quella dichiarazione. L'amore platonico adiacente a quello pornografico! In quegli intonaci sono a ben osservare, rappresentate le verità inconfessabili, vi sono dipinti gli incubi assieme ai propri sogni. Forse per questo sono affascinato da questi luoghi. E così, in qualità di fotografo come molti miei colleghi, in questi ambienti meglio riesco ad esprimere la femminilità delle ragazze che si sentono libere di osare, di proporre abiti o desabillè altrove esecrabili. Sia per noi che scattiamo, sia per chi posa, questa cornice singolare è una sorta di stimolo ad esprimersi. E vengo al dunque.
I murales e le frasi lette nell’ultima sortita effettuata alla ricerca di questi posti mi han lasciato la convinzione che al pari delle foreste fatte di boschi dove vivono i lupi, anche questi edifici devono poter essere resi accessibili e non recintati. In fondo anch’essi parlano, sono testimonianza di come anche la nostra civiltà, la città di cui questi resti sono simbolo, possa subire una decadenza, possa scomparire. Anch’essi, al pari della foresta dipinta dai pittori romantici e cantata dai poeti ottocenteschi, sono stimolo creativo e rifugio per chi ha bisogno di spazi alternativi. In questa società dove si cercano di eliminare le differenze, gli uomini e le donne vestono uguale, i giovani e i vecchi si danno del tu, i neri devono essere considerati uguali ai bianchi, in questa società omologata, luoghi dove la propria singolarità può essere espressa, paiono a me importanti.
Narro un'opera d’arte urbana priva di pubblicazione su riviste d’arte contemporanea, rintracciata in uno di questi edifici abbandonati. A sinistra una rampa di scale che sale, a destra la controparte di scale che scende, al centro un ascensore diroccato, in bella sintesi un foro che porta giù, chissà dove, caderci dentro, e non c’era nessuna porta a fare da barriera, significherebbe farsi male seriamente, se non peggio. Una semplice scritta in rosso, a caratteri cubitali sopra la porta del "fu ascensore": “PORTA PER IL PARADISO” con freccia che indica verso il basso dove, se un incauto esploratore ponesse il piede, finirebbe forse proprio in paradiso. Per me è stata una genialata, nella sua pazzia! Il paradiso non è verso l’alto, come ci viene raccontato, e non è che si trova scendendo lentamente, nella sicura rampa di scale posta a destra. Il paradiso lo trovi se entri in quel buco che porta dritto e velocemente verso il basso… Un attimo e "phuf"! Capovolti tutti i nostri concetti, capovolti e senza controprova. Chi mai farebbe un simile esperimento?
Non sappiamo se questo artista ora sia un apprezzato professionista, medico o avvocato o se oggi che scrivo la sua voglia di andare oltre l’abbia portato a raggiungere quel territorio innominabile e sopra di lui ci sia una lapide con dei fiori. Torno a parlare dell'orso Papillon che cercava inesorabilmente di fuggire. Ora M 49 è stato rinchiuso in una gabbia adiacente ad altri suoi colleghi "indisciplinati" ed ecco com'è descritta la situazione da un rapporto recuperato in facebook: “M49 ha smesso di alimentarsi e si scarica contro la saracinesca della sua tana; M57 ripete costantemente dei movimenti in maniera ritmata causandosi lesioni cutanee all’avambraccio sinistro...". Gli orsi hanno di che mangiare ed sono protetti, ma si stanno lasciando morire, la loro psiche è alterata, direi quasi compromessa. Senza la loro libertà, se non possono assecondare la loro natura, soffrono.
Torniamo alla foresta e alla foresta urbana; è mia convinzione che l’uomo ha bisogno di luoghi come questi dove potersi esprimersi e potersi ritrovare, dove poter esagerare…
L’uomo ha bisogno delle foreste dove numerosi devono girare liberi gli orsi e dove se metti il piede nel punti sbagliato, ti fai male. Quel "diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l'individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità" che Padoa Schioppa voleva regalarci privandoci del lavoro o di una corretta rettribuzione, finalizzato al nostro equilibrio, va a mio avviso ritrovato non togliendo e precarizzando il lavoro, ma restituendo certi territori al cosmo, tigliendolo dalla "proprietà privata" ed alla logica capitalistica quei territori privi dell'utilità sociale comunemente intesa. Ciò che l'uomo non sa sfruttare, deve ritornare all'origine! Questa esigenza la sento forse prioritaria in un momento in cui, per legge, devo indossare una mascherina, distorcendo la mia natura umana (rif. 2); oggi come non mai mi sento come l'orso Papillon.
Viviamo in una società dove i droni ti possono seguire e riprendere ovunque, dove vige il politicamente corretto e alzare la voce è segno di squilibrio. In questa società della presunta perfezione, dove la medicina ti fa vivere a lungo, rifacendoti il seno e i glutei, (se hai ni soldi) per renderti più giovane, togliendoti le rughe, in questa società della presunta (ma tanto presunta) perfezione, luoghi misteriosi dove ritrovare se stessi paiono a me essenziali ed il rischio che in molti si finisca come gli orsi di cui il rapporto sopra, sono concreti, tanto più se a governarci sono menti quali quella del compianto Padoa Schioppa. Chiudo ravvisando come in quell'edificio abbandonato particolarmente prolifiche si trovavano le esternazioni artistiche, opere nate per il puro gusto di esprimersi e non per compiacere un mercato o un acquirente, un critico. Molte le ho trovate interessanti e piacevoli, spiace dirlo, ben più delle foto esposte al museo degli Scrovegni a Padova nella manifestazione Photo Open Up.
Sintesi, la mano "civilizzatrice" dell’uomo deve fermarsi e lasciare spazio anche a "dell’altro". Nel territorio dell’altro, dove non ci sono leggi e dove ci sono molte nostre paure, possiamo, ma non è sicuro, ritrovare il nostro equilibrio, quell'equilibrio che, guardandomi attorno, ritengo abbiano poche persone, detto in altre parole, non è solo Papillon ad avere seri problemi, ma una buona parte della nostra società.
Mirco Venzo, Treviso 07/10/2020 #qzone.it
Nella foto l'originale di quanto descritto.
Rif. 1 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-...
Rif. 2 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-...