Una delle esperienze più importanti della mia vita, che oggi mi rendo conto è bene narri in qualità di testimone, fu varcare il muro di Berlino. Certo, non fui il solo, ma soprattutto non dovetti farlo illegalmente, rischiando la vita, come molti tedeschi decisero di fare; tuttavia anche la mia esperienza illustra un periodo storico oggi inesistente. Ed è proprio da un inquadramento storico che ritengo si debba partire avendo, in questo articolo, come fonte privilegiata, tra le molte e anche divergenti possibili, quella a firma di Giulietto Chiesa (rif. 1), uomo da sempre simpatizzante comunista e giornalista esperto di cose sovietiche. Verso la fine della seconda guerra mondiale l’Unione Sovietica sta avendo la meglio
sull’esercito nazista ed è in questo momento che i futuri vincitori si ritrovano a Jalta per decidere come comportarsi nei confronti del Terzo Reich ormai agonizzante: Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Iosif Stalin decidono il futuro dell’Europa. Chiesa nel video fa notare che la Francia verrà inserita tra i vincitori (e tra coloro che decidono) solo successivamente, e la ragione è che la Francia era stata invasa, (altro che vincitori…)
Perchè i comunisti si fermarono a Berlino, conquistata il 2 maggio e non proseguirono, arrivando, chissà, magari sino a Parigi? Va ricordato che lo sbarco in Normandia è datato 6 giugno, più di un mese dopo. I carri armati sovietici senza nessun ostacolo avrebbero potuto farne di strada, se avessero proseguito la loro corsa verso l’Atlantico, accaparrandosi importanti “lotti di territorio”. Chiesa ci spiega che ciò non avvenne proprio perchè a Jalta c’erano stati degli accordi che Stalin decise di rispettare. Altro dato, ma questo è spiegato in un altro video sempre di Chiesa, si deve considerare che l’Unione Sovietica, per altro ancora debole industrialmente, era comunque circondata da altri importanti realtà. Vi era tutto il mondo arabo, per lo più ancora succube della Gran Bretagna, impero coloniale in decadenza, ma ancora voce importante a livello internazionale. Alla fine della seconda guerra mondiale già si sapeva che i territori arabi erano ricchi di petrolio e la sua importanza strategica per lo sviluppo industriale era stato svelato. V’era l’importantissima realtà indiana, v’era la Cina e l’importanza del controllo dei mari dove un nuovo padrone si era imposto: l’Oceano Pacifico dopo la sconfitta giapponese oltre a quello Atlantico erano ora controllati dagli Stati Uniti.
L’Africa era ancora lottizzata colonialmente da Francia e Gran Bretagna, mentre le Americhe erano a controllo statunitense. Le scelte di Stalin vanno considerate per tanto osservando una cartina mondiale e non solo osservando quella dell’Europa che, val la pena ricordarlo, allora era totalmente distrutta. Ad ogni modo il tema centrale discusso a Jalta fu cosa si sarebbe dovuto fare della Germania una volta terminata la guerra. Chiesa ricorda che il segretario al Tesoro negli Stati Uniti, l’ebreo, Henry Morgenthau Jr. aveva una posizione riassumibile in questa frase inserita all’interno di un memorandum da lui redatto:“...Questo programma per l'eliminazione delle industrie belliche nella Ruhr e nella Saar convertirà la Germania in un paese a vocazione soprattutto agricola e pastorale….” (rif. 2)
La posizione di Morgenthau non era solitaria, molti ebrei approdati negli States la condividevano, ed a me piace ora ricordare, anche se esco per un attimo dal tema, che piani di deindustrializzazione, cosa che da decenni si sta verificando in Italia, possono essere partoriti da chi, per varie ragioni, ritiene debbano essere posti in essere. Torniamo all’Europa di fine conflitto quando la Germania, questo venne deciso dal triumvirato di Jalta, dai successivi accordi di Potsdam e seguenti, doveva essere divisa tra i quattro vincitori, (appare ora anche la Francia). Un Pezzo spettava all’Unione Sovietica, e sarà la futura DDR (Repubblica Democratica Tedesca) che già si era accaparrata militarmente anche altre fette di territori (la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria, etc etc. Non a caso in quei territori la sua visione del mondo, l’ideologia comunista, verrà imposta). La germania si diceva doveva essere divisa in zone, e tutte quelle assegnate alle potenze occidentali, furono di fatto compattate in un unica realtà. La stessa quadripartizione si dovrà porre in essere anche a Berlino, che però ha una caratteristica, è incastrata dentro il territorio a visione comunista.
Il lettore solo ora sente parlare del grande tema legato al muro di Berlino: le differenti ideologie. L’Europa è divisa in due differenti modi di vedere il mondo, quello comunista che s’insinua ad est, mentre ad ovest è il modello liberista e capitalista ad essere perpetuato. I confini che dividono queste due realtà sono chiari ovunque con una sola unica eccezione, data proprio dalla città ex capitale nazista: a Berlino in un primo tempo si ci si può spostare agevolmente da un settore all’altro, ponendo a confronto i due differenti modi di vivere. L’idea di impoverimento del popolo tedesco immaginato da Morgenthau viene cestinata; l’ideologia comunista si sta espandendo ovunque e non si può lasciare il fianco scoperto per incentivarla. La Germania (come pure l’Italia) dovrà essere aiutata e i suoi cittadini devono vedere che in un paese democratico dove vige il libero mercato si può vivere bene, decisamente meglio che non dove regna l’idea comunista. Qui Chiesa fa delle importanti e condivisibili osservazioni.
I grandi vincitori del secondo conflitto mondiale sono gli americani che si ritrovano da un lato abbondanza di capitali, un sistema industriale perfettamente efficiente, mentre tutti gli altri sono distrutti, ed hanno necessità di espandere i loro mercati per permettere ai loro imprenditori di prosperare ed ai loro operai di lavorare, evitando che si ripeta una situazione quale quella sfociata nella crisi del ‘29. Anche per questa ragione si decise di rimettere in piedi sia la Germania che l’Italia. Il benessere degli europei occidentali non solo avrebbe tenuto a bada dalle pericolose sirene socialiste, ma si sarebbe trasformato in un importante mercato di sbocco per i prodotti americani. Nel breve l’economia occidentale riprese a correre, aiutata anche dal piano Marshall ispirato da quanto sopra appena specificato, al contrario dell’economia di stampo comunista. Berlino palesava le due differenti velocità di crescita ed i due differenti livelli di benessere e di libertà. In città appartenenti alla stessa famiglia collocati a Berlino ovest, vivere in un modo, mentre i loro fratelli che avevano indirizzo nella zona a trazione sovietica, vivevano in altro modo. Nel primo semestre del 1961, circa 100.000 berlinesi abbandonarono la città comunista per trasferirsi nella opulenta area capitalista. Se poi i numeri si riferiscono ad un lasso di tempo superiore, ci dice Chiesa, le persone che dall'est si spostarono all’ovest furono sui due milioni. Tra essi anche ingegneri, medici, letterati, insomma, persone studiate. Gente di peso basilari per quel processo di ricostruzione assolutamente necessaria per il mondo comunista. Questo esodo di risorse umane doveva essere arrestato a tutti i costi.
Il muro (rif. 3) nasce per trattenere queste persone che con la loro migrazione stavano di fatto impoverendo il paese a danno non solo di tutti gli altri concittadini, ma anche a danno dell’ideologia che nel diretto confronto risultava perdente. Non entro nei dettagli fisici del muro che inizia a dividere la città il 13 agosto del 1961 e verrà abbattuto nel novembre del 1989 e non racconterò dei tentativi spesso finiti in tragedia, di coloro che vollero attraversarlo dopo la sua costruzione.
La mia testimonianza, da prendere con le pinze giacché deve essere recuperata dalle nebbie della memoria e risale alla lontana esperienza studentesca (metà, fine degli anni ottanta) fu favorita da quel tipo di viaggi che allora andavano per la maggiore, quelli in treno grazie all’interrail. Un estate decisi che Berlino doveva essere inserita nel mio libro dei ricordi e così Franco Dal Col ed io ci organizzammo spostandoci sino al cuore della Germania. L’esperienza berlinese fu scioccante! La comparazione delle due città di cui eravamo testimoni risultò impietosa. Luci, rumori, movimento, traffico come poche altre metropoli ci avevano colpito in precedenza, (forse la sola Londra, giusto per citarne una) caratterizzarono la Berlino occidentale, contrapposta ad un’area dove regnava il silenzio; la Berlino orientale. Nella zona di Berlino est le persone erano quasi del tutto assenti, e quelle poche presenti pareva si muovessero lentamente. Questa sensazione era generata anche dall’assenza del traffico automobilistico. Nella zona controllata dalla DDR erano pochi i veicoli che si muovevano per altro anche assai derisibili ai nostri occhi di ventenni: non sfrecciavano le Mercedes o le Audi, ma “trotterellavano” delle piccole Trabant.
Tutto pareva ammantato di grigio. La consapevolezza che quelle persone viventi in modi talmente diversi, parlavano la stessa lingua, erano frutto della stessa cultura, (quella tedesca) ed erano magari addirittura parenti gli uni agli altri, ci sorprendeva. Le palesi differenze erano riconducibili all’ideologia, e da studente qual’ero non potevo non rimanere profondamente turbato dalla “fisica” constatazione di come le idee avessero “peso” e generassero fenomeni concreti. Io e Franco nella zona comunista avevamo paura di parlare anche tra di noi. Un senso di oppressione, di controllo ci accompagnava e la paura di far qualcosa di inopportuno rese gravosa l’intera giornata berlinese. Io non vedevo l’ora di rientrare dall’altra parte del muro, in occidente, “a casa”, pur conscio che avevamo fatto molta strada e molta fatica per calpestare quei marciapiedi e per osservare quella realtà da cui allora volevo in un qualche modo fuggire.
Andammo a mangiare armati della nostra valuta forte (la lira, trasformata in marchi Federali e dollari, tutto regolare, manco a dirlo che facilmente diventarono valuta locale) in un ristorante che ci sembrava particolarmente importante. Sapevamo che potevamo permettercelo. L’edificio appariva maestoso, pur se decadente, ma questo aspetto della decadenza era una costante di quel quartiere comunque in pieno centro città. Nel menù v’erano due primi piatti e due secondi, al che io e Franco, non conoscendo il tedesco decidemmo che li avremmo assaggiati tutti, scambiandoci metà porzione, sia per assaggiare cose distinte, sia per, nella peggiore delle ipotesi, mangiare qualcosa se la scelta fosse risultata infelice per uno dei due. Una volta arrivato il cameriere esternammo la nostra decisione, per scoprire che i piatti in lista non erano disponibili.
Replicammo “portaci ciò che hai” (e meno male il ristorante era il più prestigioso dell’area, commentammo) così arrivò per entrambi la stessa brodaglia scura, tra gli ingredienti v’erano sicuramente dei vegetali. In bella vista ci galleggiava sopra una salsicce tipo wurstel, scura anch'essa.
Piatti e posate ricordavano il servizio della nonna, mentre da bere godemmo di una buona birra. Constatare che quel locale era uno dei migliori di tutta Berlino est, e la consapevolezza che quella zuppa poteva essere molto ambita da tutte le persone che avevamo incontrato per strada, ci fece comprendere perchè in molti avessero tentato la fuga mettendo a repentaglio la vita, pur di cercare di meglio. Aggiungo che il pranzo non fu memorabile ne in termini positivi, ne in quelli negativi. Sicuramente di gran lunga preferibile a quelli offerti nei McDonald's. La pochezza dei prodotti era palpabile anche all’esterno del ristorante: le vetrine avevano poco o nulla da offrire, al contrario di quelle dell’altra Berlino. Ciò nonostante facemmo dello shopping importante rifornendoci di carta fotografica per stampare in bianco e nero, testimonianza che prodotti anche sofisticati si producevano nel mondo comunista che, ricordiamolo, per primo andò ad esplorare lo spazio. Scoprimmo poi che la qualità di quel supporto baritato (la carta fotografica) dava risultati mirabili, e ne fummo entusiasti anche in considerazione del prezzo che pagammo.
Oggi, a distanza di decenni, posso comprendere che cosa affermava Giulietto Chiesa, se un occidentale andava a far spese nella Berlino Est, avrebbe fatto man bassa della poca roba a disposizione per i tedeschi democratici, lasciandoli con un palmo di naso. Il muro non impediva solo la fuga da una zona all’altra delle persone, ma difendeva i pochi beni posti negli scaffali comunisti dallo shopping sfrenato degli stranieri, muniti di moneta forte. E’ ciò che accade oggi in italia dove negli scaffali ci sono le nostre aziende che vengono comprate dagli stranieri. Ma ora voglio ritornare a parlare del senso di oppressione che ci sentivamo addosso e di cosa lo causò. Appena arrivati in treno (o metropolitana, non ricordo), ci fecero scendere e dei mitra erano puntati a centimetri sui nostri fianchi da un individuo in divisa grigia. Un cane tenuto al guinzaglio da un altro militare mirava minaccioso sui miei genitali mentre qualcuno controllava attentamente se i visti del mio passaporto fossero corretti. Ricordo che ero terrorizzato, e pregavo tra me e me “mio dio, fa che sia tutto a posto”. Un ordine e sapevo che il cane mi avrebbe azzannato proprio nella parte a me più cara. Ogni nostro passo nella Berlino della DDR fu compiuto con la convinzione che qualcuno ci stesse controllando, non ultime minacciose parvero anche delle telecamere poste in alto di Alexander Platz.
Poi magari erano spente come certi autovelox del trevigiano, ma allora mai prendemmo in considerazione questa ipotesi. Se non ho mai preso in considerazione l’idea di votare per il partito comunista, lo confesso, molto deriva anche dalle sensazioni provate in quella indimenticabile giornata. L’idea di povertà, di infelicità, di assenza di libertà, di grigiore, è il colore che ha caratterizzato quel pezzo di città, contrapposto ai colori particolarmente sgargianti, alle luce, alla socievolezza, alla vivacità, alla chiassosità e alla frenesia di movimento dei berlinesi dell’ovest mi resero palese quale tra i due sistemi politico sociali io avrei sposato. Qui termina la mia testimonianza cui voglio ‘però aggiungere un’altra considerazione. Non fu il primo paese comunista che visitai, la vicina Jugoslavia fu spesso meta di nostre incursioni ed anche li era chiara la percezione di un differente sistema socio politico. Però il senso di oppressione, di controllo provato a Berlino era immensamente superiore a quello percepito vicino a casa. Sarà stato che in Dalmazia andavano d’estate (ma anche a Berlino andammo d’estate!) e c’era il mare che rallegrava ogni cosa, ma le due realtà a trazione comunista suscitarono sensazioni assolutamente incomparabili a favore degli slavi.
Perchè ho voluto privilegiare la versione di Giulietto Chiesa in questa narrazione? Proprio perché vecchio comunista, e che oggi gli eredi di quelle idee siano contrari ad ogni frontiera mi pare sorprendente. Le idee, i costumi e le produzioni sono protette dalle frontiere, al pari delle persone. L’idea che tutti possono andare dove vogliono significa permettere ad alcune realtà di impoverirsi, mentre altre ne sono avvantaggiate. E’ la storia di Berlino. Certo, a me pareva chiaro che fosse la realtà comunista quella da correggere, ma se l’occidente fu così prospero, proprio la lunga storia sopra riportata ci ricorda che dipese anche dal fatto che v’era “dall’altra parte” una realtà da sconfiggere. E Chiesa insisteva nel rimarcare come furono i sovietici a sconfiggere il nazismo, anche se oggi si pensa siano stati gli americani. Mi rendo conto oggi che il sistema capitalistico fu così benevolo con noi occidentali anche grazie all’esistenza di qualcun altro che dall’altra parte, per il solo fatto di esistere, stimolava e garantiva il nostro benessere. Non è un caso se solo dopo la caduta del muro il capitalismo si è espresso con tutta la sua ferocia, svelando il suo vero volto e generando povertà ovunque, anche in Italia. Ultima annotazione, non ricordo un solo negozio chiuso nè nell’area DDR, né in quella della Repubblica Federale, al contrario dei molti negozi con la scritta “Affittasi”o “Vendesi” che facilmente si trovano oggi in moltissimi negozi in centro Treviso. Questa però non è più Storia e non sono più lontani ricordi, è l’attualità italiana concretizzatasi quando ogni frontiera è stata tolta e quando tutti si usa la stessa moneta che vien da aggiungere… "e per fortuna che è una moneta forte”!
Mirco Venzo, Treviso 04/06/2020 #qzone.it
Rif. 1 https://www.youtube.com/watch?v=q6ip45jOsEs&t=544s
Rif. 2 https://en.wikipedia.org/wiki/Henry_Morgenthau_Jr.
Rif. 3 https://it.wikipedia.org/wiki/Muro_di_Berlino