Mercoledì 21 Maggio, poco dopo esser stato presentato a Cannes, su 180 sale in tutta italia, si esibiva al pubblico un’anteprima via streaming del film Fuori, diretto da Mario Martone. Il regista, con l’autrice del soggetto e co-sceneggiatrice (Ippolita di Majo), oltre alle interpreti Valeria Golino, Matilda De Angelis e, in remoto, Elodie, hanno risposto alle domande del pubblico ed hanno commentato l’opera dal teatro Ariston di Sanremo. Sono state notizie molto importanti anche per inquadrare l’opera che avevo appena visto e, proprio perché tra gli spettatori di una delle molte sale c’ero anch'io, mi permetto di riassumere alcune delle impressioni suscitatemi da questo lavoro che, anticipo, è senz’altro interessante.
Tolgo subito il dubbio affermando che si tratta di un ottimo film, molto ben diretto e altrettanto molto bene interpretato dalle protagoniste, anche se potrà piacere poco, come spesso accade alle opere di verità; in questa pellicola non c’è spazio per effetti speciali o per racconti immaginari, ma il regista ha cercato di rappresentare il più fedelmente possibile, l’esperienza di Goliarda Sapienza, da lei stessa narrata nel romanzo L’università di Rebibbia (Rizzoli 1983). E’ da questo testo che Ippolita di Majo ha tessuto la sceneggiatura del film, arrivando a sintetizzarlo in un titolo breve e ficcante: Fuori. Goliarda Sapienza (interpretata da Valeria Golino) fu una scrittrice che pubblicò molto poco in vita, quasi del tutto ignorata dal mondo culturale cui faceva parte, e, anche per questo, probabilmente, andò a rubare dei gioielli ad un’amica, fatto che la condusse nel carcere di Rebibbia.
Il furto fu una sorta di gesto di ribellione, a mio modo di vedere, ma non è questa mia intuizione (per altro senza conferma) ad essere importante, quanto sapere che la scrittrice finì in carcere, e che ci rimase per cinque giorni, Non molti, ma furono la molla che la portarono a scrivere il romanzo su cui verte la pellicola diretta da Mario Martone. Wikipedia, che cito testualmente, riporta: Durante la reclusione nel carcere di Rebibbia, si sentì più accettata dalle proprie compagne di reclusione che dagli intellettuali italiani e, dietro le sbarre, trovò il riconoscimento che desiderava: «Sono tornata a vivere in una piccola comunità dove le proprie azioni vengono seguite, e approvate quando giuste, insomma, riconosciute» (rif. 1)
La singolarità del film, come lo stesso regista ha affermato agli spettatori delle 180 sale, è che possiamo assistere alla scrittrice di un romanzo che racconta del suo rapporto con i personaggi da lei stessa creati, tra essi i più importanti sono Roberta (interpretata da Matilda De Angelis) e Barbara, (interpretata da Elodie). Il film narra quindi di alcuni frammenti di vita di Goliarda Sapienza, e di come lei abbia vissuto le relazioni di amicizia con alcune detenute di Rebibbia, tra cui la più importante è senza dubbio Roberta. Chi fosse Roberta fuori dal romanzo, non lo sappiamo, c’è però la certezza che la donna sia realmente esistita e sappiamo che effettivamente morì per overdose, (la ragazza faceva regolare uso di eroina, di cui era dipendente) e sappiamo che fu anche attivista politica. All’epoca del romanzo (e della detenzione della scrittrice in carcere, il 1980) le strutture carcerarie pullulavano anche di attivisti politici sia “rossi” che “neri”, appartenenti a differenti organizzazioni.
Bene: nulla sappiamo del pensiero politico di Roberta perché, immagino, questo non è narrato dalla scrittrice e in tal senso quel che sappiamo (ovvero ciò che è rappresentato dal regista nel film), è solo ciò che la scrittrice scrive di questa donna, con in più il sospetto che tra le due vi fosse l’energia inquinante del “sentimento amoroso”. Non è quindi una testimonianza imparziale quella lasciata su Roberta da Goliarda, ma questo è. Una delle singolarità del film è determinata dalla voglia del regista di rappresentare nel modo più corretto possibile la storia di una scrittrice, per come la stessa si presenta in un romanzo, che per definizione è un'opera che lascia spazio anche alla fantasia.
La voglia di proporre una sorta di documentario (ribadisco, su di un romanzo che potrebbe essere opera anche di fantasia, almeno in taluni punti) è supportata da alcune certezze che lo stesso autore ha confessato all'Ariston: la casa dove spesso la telecamera inquadra Goliarda, è la vera casa dove visse la scrittrice, gentilmente concessa dal suo compagno, così come molte delle comparse, nelle scene realmente girate a Rebibbia, sono state reclutate da delle vere carcerate, ci dice il regista regolarmente scritturate e correttamente retribuite, scelta dettata dall'esigenza di dare un maggior senso di verità al racconto. Insomma, si è cercato di rappresentare quanto ispirato da un romanzo, nel modo più veritiero e realistico possibile. Anche per questo il ruolo di protagonista è stato assegnato a Valeria Golino, che è stata la regista di una fortunata serie televisiva (il rif. 2 ci dice che questo lavoro del 2024 ha ottenuto 13 candidature, e vinto 3 David di Donatello), ispirata dal più importante romanzo di Goliarda; L’arte della Gioia, pubblicato postumo. (Ovvero dopo il decesso della scrittrice.)
Due considerazioni a riguardo, che il lavoro più apprezzato di Goliarda, scritto nel 1976 (ben prima della sua reclusione in carcere), sia stato pubblicato postumo, ben spiega la frustrazione dell’artista. La donna sapeva di valere e il non riuscire a trovare un posto al sole, deve averla turbata non poco. A riguardo può risultare utile al lettore sapere che cosa scrisse la sua traduttrice relativamente a questo lavoro pubblicato, come detto, molti anni dopo i tempi del film. «Troppo scomoda Modesta (è la protagonista de La gioia di vivere Ndr) per gli anni Settanta italiani. Una donna senza “morale” capace di uccidere per arrivare ai suoi obiettivi, che desidera, che vive la sessualità senza inibizioni, che non esita a rompere convenzioni e ruoli sociali, come sarebbe potuta passare nell’Italia democristiana ancora in lotta per il divorzio, l'aborto.» (Nathalie Castagné, traduttrice)
La seconda considerazione mi riporta alla scelta che Martone fa di assegnare a Valeria Golino il ruolo di Goliarda: nessuna meglio di lei avrebbe potuto calarsi nel personaggio, avendo lavorato come regista nel lavoro più apprezzato della stessa scrittrice. Approfitto della lunga parentesi aperta sulla Golino per precisare che nei miei gusti questa attrice proprio non rientra. Ed è alla luce di questo postulato che devo dire essere stata una grande e piacevolissima sorpresa godere della sua interpretazione. Strepitosa: nessuna credo avrebbe potuto rappresentare meglio questo ruolo. La pur splendida interpretazione della Golino rischia però di essere offuscata da un’altra interpretazione superlativa, quella di Roberta posta in essere da Matilda De Angelis, che a giudizio di molti, le è persino stata superiore. Ora sorge un problema in chi scrive, quanto dello splendore del personaggio di Roberta è merito della De Angelis e quanto dell’autrice Goliarda Sapienza che molto probabilmente aveva verso questa donna un’ammirazione che tracimò anche in un sentimento più profondo? Non dobbiamo dimenticare che Martone sta rappresentando un “copione” scritto da Goliarda Sapienza, e che fu lei, mezzo il suo romanzo, a descriverci i protagonisti, rendoli al pubblico più o meno simpatici.
Comunque sia, giacché sto raccontando dell’abilità recitativa, il giudizio sull’interpretazione di Elodie (Barbara nel set) lo lascio allo stesso regista che ha fatto pubblicamente i complimenti alla giovane collaboratrice ricordando la scena della profumeria. E’ una scena molto lunga e saper reggere per tanto tempo sul set, spiega il regista, oltre tutto in una scena cardine del film, è cosa che solo dei grandi interpreti possono fare. Questa l’opinione di Martone su Elodie, e quindi lo scrivente si zittisce a riguardo, lasciando il giudizio a chi è più titolato per farlo. Resta una constatazione: tutti i ruoli, grandi o piccoli, sono stati interpretati con grande cura, e questo non può che essere merito del regista, come ha evidenziato una delle donne che hanno commentato la pellicola tra il pubblico. Apro ora una parentesi sulla scena della profumeria che ritengo doveroso descrivere anche per permettere l’interpretazione del film. Le tre amiche, merito di Roberta che come sempre è colei che tira le fila, si ritrovano assieme; era dai tempi del carcere che non si riunivano tutte e tre da sole. Lo fanno in un piccolo luogo della periferia romana, un negozietto di profumi posto in essere da Barbara, desiderosa di crearsi una nuova vita.
Ad un certo punto le tre ragazze tirano giù la serranda e si rinchiudono dentro il piccolo spazio dove finalmente si lasciano andare a confessioni importanti. E’ in quel contesto che Goliarda scopre che l’amica tanto cara a lei, è dipendente dall’eroina, e, sempre in quel frangente, comprende che la vita della sua amica non ha un grande futuro davanti a sé. Questa libertà di pensiero (e di dialogo), paradossalmente, è favorita dal fatto che le tre si sono rinchiuse, e solo dentro quella sorta “di prigione” che si sono create, possono ora esprimersi liberamente. La pellicola di Mario Martone, come detto, può non piacere a chi mi legge perché parla di relazioni umane, di amicizia, della frustrazione di non sentirsi accettata dalla società, della complessità dell’essere umano, e soprattutto parla di tutto ciò da una versione decisamente femminile; tutte le protagoniste sono sempre donne.
Parla anche di amore, dove però il sentimento non si sublima in un bel rapporto carnale, che magari allo spettatore piacerebbe vedere, anche perchè le protagoniste sono tutte donne di assoluta avvenenza (la De Angelis e Elodie, tra l’altro, nel fiore della loro giovinezza, ma anche la Golino, non più giovanissima, sa farsi valere, intendo esteticamente, se consideriamo la sua età). Da notare che in epoca di LGBT facile sarebbe proporre qualche bella scena di sesso tra le belle protagoniste, cosa che non avviene, e anche per questo ritengo intelligente la rappresentazione posta in essere dalla coppia Ippolita di Majo / Martone: non si son lasciati corrompere dalle mode del momento, lasciando un documento che resta ai posteri "pulito".
Questa pellicola, a mio avviso, parla anche della società dell’epoca, ovvero degli anni ottanta. Temi come la dipendenza dall’eroina, i prigionieri politici e una certa attenzione all’altro, al concetto di appartenere ad una società, ad essere parte di un qualcosa di più grande, tra le righe traspare in molte situazioni, e chi non visse quel periodo ha difficoltà a comprenderlo e a riconoscerlo. (Molto probabilmente ha difficoltà a comprenderlo anche chi visse quel tempo). Cercherò di spiegarlo. Oggi il mantra è il “mercato” e tutti si muovono spinti (e sospinti) dall’idea che il singolo individuo deve ottimizzare il suo egoistico interesse. Questo vuole il mercato e questo è “giusto fare”. E' l'assunto chiave dei trattati europei. In questo blog spesso si parla di politica e si è a più riprese scritto che tale visione della società è proposta soprattutto da ciò che oggi è definita “sinistra”. Loro difendono con più forza le istanze dell’Unione Europea e i suoi principi, quelli che vogliono tutelare il libero mercato, con i suoi valori, primo tra tutti la tutela del privato e dei suoi interessi.
Negli anni ottanta, al contrario, (ma ciò va riferito in tutto quel tempo definito “prima repubblica”) chi era di estrema sinistra, anche senza sfociare nelle istanze armate, riteneva che i beni materiali, (le merci), fossero il risultato di un lavoro collettivo, posto in essere dalla società tutta. Proprio in virtù di tale convinzione si ponevano in essere gli espropri proletari. (rif. 3). In quest’ottica e spinta da questo spirito, Roberta, (ci racconta il film), si impossessa di un’auto, un’Alfa Romeo, rubandola; corre dove deve correre e alla fine della "trasferta" abbandona l'auto: qualcuno la restituirà al legittimo proprietario. Roberta spiega all’amica che all’inizio di queste “imprese” lasciava un biglietto al proprietario, una sorta di ringraziamento (o di scuse) per il gesto compiuto.
Focus: una ladra ruba un'auto, ma ringrazia e si scusa con il derubato. C’è un'idea politica dietro il suo gesto, certo, ma c’è anche del rispetto per chi è parte della sua stessa società. Roberta sa di aver compiuto una scorrettezza, e cerca di "addolcire" il colpo. Signori: oggi ci hanno insegnato a calpestare il compagno di scrivania per ottenere un piccolo vantaggio, forse neppure reale, ma solo presunto, pur di guadagnare un millimetro nella competizione lavorativa. Anche quel millimetro può fare la differenza ed è giusto, ci dicono, recuperarlo! Altro che scusarsi con uno sconosciuto che ha un Alfetta quando tu sei senza lavoro. Si comprende quanto siano cambiati i valori?
Ancora, Roberta, che ha problemi a procurarsi la sua dose quotidiana di eroina, ed è legittimo nello spettatore supporre che abbia anche problemi causati dalla sua militanza politica (sono queste intuizioni giacché la scrittrice del romanzo di questo tema politico non approfondisce); pur tuttavia trova però il tempo e le energie per far arrivare dei messaggi (oggi li potremmo definire pizzini) da chi è dentro a chi è fuori del carcere, fungendo da intermediario. Un lavoro rischioso tanto più per chi è nella sua situazione di "ricercata" e sottoposta ad “attenzioni particolari” da parte delle pubbliche autorità! pur se tossica e ladra Roberta pare comunque attenta agli altri, alle esigenze di chi è parte della sua stessa società. C’è un senso di appartenenza, una solidarietà con il resto del mondo. Pare a me innegabile, ed è questo che oggi pare inspiegabile!
La stessa Goliarda Sapienza, alla fine, con il suo romanzo non scrive per se stessa o per il successo (che infatti non aveva, costringendola, per l’appunto a finire in carcere per furto), scrive per poter testimoniare delle altre persone, per ridare dignità, o riconoscere dignità, a chi sta in carcere, a chi è considerato un rifiuto della società. Goliarda scrive per gli altri, non solo per se stessa. Anche così si può interpretare il film e anche per questo ritengo questo lavoro un'opera che, tra le righe, narra un periodo storico. Voglio essere chiaro, queste sono mie interpretazioni (considerazioni) e magari potranno non essere condivise da chi vedesse il film pure se con gli stessi anni miei sul groppone. Va detto che Mario Martone ha saputo catturare il fascino di Roma e la luce di questa città. Ad un occhio attento non scappano infatti alcuni dettagli, dei giochi di luce che raccontano della bellezza del posto mezzo una gran fotografia. Non si parla di una fotografia artificiosa, è semplicemente catturato ciò che Roma offre. Ancora una volta un'opera di verità, in epoca di intelligenza artificiale e di manomissione di immagine.
La conferma a questa mia intuizione mi è arrivata da chi avevo al mio fianco che ha riconosciuto alcuni dei luoghi ripresi dal regista nei pressi dei quali lui stesso aveva lavorato in gioventù: tutto credibile, tutto vero! E siamo giunti alla fine per commentare lo spezzone che appare nei titoli di coda dove si assiste alla vera Goliarda Sapienza discutere con il giornalista Enzo Biagi. Le posizioni sostenute dai due dialoganti sono lontane e lo spettatore scopre di capire facilmente cosa vuol dire la donna proprio in virtù del film appena visto, a testimonianza che il lavoro svolto da Martone non è stato vano. Spero aver motivato le ragioni per cui all'inizio l'ho definito un ottimo film.
Chiudo ricordando la scena che più mi ha toccato e che conferma la chiave di lettura che personalmente ho attribuito a questo pezzo di storia italiana. Si è parte di una società, ho scritto, e spinti da questa idea di appartenenza, alcune donne libere (tra cui Barbara, Roberta e Goliarda) sono andate ad accogliere l’uscita di una loro ex compagna di carcere quando costei uscì dal luogo di detenzione. Una volta uscite Elodie (Barbara) ha intonato una canzone che è arrivata sin dentro il carcere, facendo cantare anche chi era ancora all’interno di Rebibbia. Il canto ha unito chi era dentro e chi era fuori. Una scena commovente, un piccolo granello di poesia. Uno dei tanti in questo film duro, che a molti potrà non piacere, ma che a me è piaciuto assai.
Mirco Venzo, Treviso 24/05/2025 #qzone.it
rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/Goliarda_Sapienza
rif. 2 https://www.mymovies.it/film/2024/larte-della-gioia/
rif. 3 https://it.wikipedia.org/wiki/Esproprio_proletario