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20211110 VM Di RudioIl romanticismo: introduzione

Lo Sturm und Drang, letteralmente tradotto dal tedesco con i vocaboli Tempesta e Impeto, è un movimento che sta all’origine del successivo e più vasto Romanticismo; il protagonista del mio articolo spiega sia la relazione tra questi movimenti sia cosa significa vivere una vita romantica. Definire il romanticismo (rif. 1) non è semplice, anche per i differenti modi in cui si è coniugato nel concreto questo movimento che ha influenzato la letteratura, la pittura, la musica, ma anche la politica, diventando

nel bene e nel male motore di cambiamento. Il Romanticismo nasce in Germania, (Romantik) per diffondersi in verità un po’ ovunque e alla radice del vocabolo sta la parola inglese Romantic derivata da “romance” che sono storie fantasiose irrorate da valori al limite del reale e del credibile, valori che, si badi bene, sono alla base dell’azione del soggetto.

Il romanticismo, anche per questo, è da considerarsi per certi aspetti come un movimento che si contrappone all’illuminismo, ovvero al movimento che vede nella ragione la luce (il lume, appunto) dell’agire umano; nel romanticismo l’individuo deve seguire il sentimento, se vogliamo è la passione che va assecondata e che diventa la spinta ad agire. Sono le pulsioni interiori, in primis l’amore, non solo per una donna (o uomo) ma anche per la natura, o per la fede, o per la libertà, o per la patria o per l’avventura, che devono essere assecondate. Permettetemi un ulteriore precisazione per meglio spiegare la differenza tra i due movimenti che possiamo considerare contrapposti: la ragione possiamo dire fa riferimento alla testa, o meglio al cervello (illuminismo), il sentimento fa riferimento al cuore (romanticismo).

Circa l'avventura una precisazione può tornare utile, questa può essere vista come una ricerca dei propri limiti, che vanno scovati, individuati per poterli…. superare! Lo scoprire sin dove ci si può spingere è, a parer mio, un gesto che rientra nel concetto di “romantico”. In un precedente articolo parlavo del concetto di sublime (rif. 2) e di come Immanuel Kant, tracciando il confine tra ciò che si può toccare e misurare, (il fenomeno) e ciò che sta al di là del tangibile ovvero l'imperscrutabile, (il soprasensibile) di fatto indichi la via che devono seguire i romantici: costoro sono coloro che cercano di esplorare cosa c’è oltre il confine del fisico, affrontano le paure determinate dall’ignoto: l’avventura a ben riflettere, è anche cercare di capire sin dove ci si può spingere, arrivando, talvolta a perdere la propria vita per aver valicato il prorio limite più del dovuto.

Come e cosa debba fare il romantico non è, beninteso, riassumibile in una lista, in un catalogo di precetti da seguire, resta vero però che una persona romantica cerca ciò che dà senso alla vita, la quale non può limitarsi ad un susseguirsi di gesti banali quali mangiare bere e dormire, gesti, se vogliamo, che rientrano nella sfera di ciò che fa un soggetto razionale (un illuminista direi banalizzando in modo errato). Il romantico ambisce a raggiungere “quel valore” che, se catturato, da solo rende intensa una vita fatta anche di pochi attimi, mai da scambiare con una scialba, anche se lunga, esistenza.

Meglio tentare di vivere un giorno da leone, si direbbe, che cent’anni da pecora, sintetizzando in un adagio popolare il concetto in modo tale da far rizzare i peli a tutti gli insegnanti di letteratura. Dopo aver terminato questo lungo preambolo arrivo finalmente a narrare su Carlo di Rudio che, a mio personale avviso, con la sua vita concentra meglio di qualsiasi altra persona a me nota, cosa significa vivere in modo romantico, posto che manco so se lo stesso protagonista fosse conscio di ciò.

Carlo Camillo di Rudio: prime note

Nasce a Belluno il 26 agosto 1832 (rif.3) da una famiglia nobile, il cui capofamiglia, Ercole, padre di Achille e Carlo, è influenzato dai sentori indipendentisti che aleggiano nella penisola italiana, ma lo zio materno, colonnello dell’esercito austriaco, spingerà i nipoti verso la carriera militare tanto da introdurli nel Collegio Militare di San Luca di Milano, luogo dove si formano i militari austriaci che regnano nel veneto all'epoca. La fonte principale di quanto segue è il video di Matteo Rubboli (rif. 4) l’editore di Vanilla Magazine che ancora una volta sono costretto a ringraziare per le preziose pillole elargite.

I giovani Di Rudio vivono le 5 giornate di Milano come cadetti della suddetta scuola, luogo preso di mira dai moti rivoluzionari che costringeranno alla fuga gli aspiranti militari obbligandoli a raggiungere l’esercito diretto dal Feldmaresciallo Radetzky. I due giovani assisteranno a due episodi che modificheranno la loro visione del mondo: un soldato croato (in forza all’esercito austriaco) assassina a sangue freddo una donna incinta e il figlio di pochi anni che teneva per mano. In seguito nel percorso verso il Veneto un altro militare prima violenta una donna e poi la uccide. Durante la notte lo stupratore viene trovato ucciso e il fatto è posto in relazione con la coscienza dei due fratelli, ci lascia intendere Rubboli.

Questi fatti cambiano le idee dei due giovani che anziché trasferirsi a Graz, per proseguire la loro vita a tutela degli interessi asburgici, ora d’impeto sentono di dover difendere i valori dell’indipendenza italiana ed è per ciò che andranno a Venezia, dove la città lagunare sta insorgendo contro l'oppressore austriaco. Qui il fratello maggiore di Carlo muore per malattia e le vicende veneziane che non prendono la piega sperata, costringono il più giovane dei Di Rudio a rifugiarsi a Roma, sfuggendo agli austriaci. La tappa romana sicuramente lo influenzerà giacché le fonti narrano di incontri con Mazzini, Garibaldi, Mameli e Nino Bixio, tra gli altri. Da qui, Carlo andrà in Francia, per combattere Napoleone III, dirigendosi successivamente in Cadore per sostenere una rivolta organizzata dai mazziniani, rivolta fallita. In quel contesto sia il padre che la sorella maggiore Luigia verranno arrestati dall’esercito asburgico e rinchiusi a Mantova, Carlo invece non si fa catturare.

Nel 1854 si imbarca a Genova, destinazione America, ma la sua nave naufraga a ridosso delle coste spagnole e dopo aver girovagato sfuggendo a chi lo braccava, il rivoluzionario trova rifugio in Inghilterra dove, a Londra, si innamora e sposa una quindicenne, Eliza Booth. La vita famigliare placherà per un certo tempo le velleità patriottiche e rivoluzionare di Carlo, anche perché le finanze sono precarie e la paga di giardiniere non gli permette di fare salti di gioia. Rubboli ci dice che il nobile bellunese si vergogna di uscire sempre con l‘unico vestito ormai logoro, e a poco servono le lezioni di italiano che impartisce nei ritagli di tempo per implementare lo scarno salario. La famiglia per altro inizia ad aumentare.

In una delle rare uscite nel primo periodo inglese Di Rudio conosce Felice Orsini, altro patriota italiano che è stanco delle strategie mazziniane e ritiene che uccidere Napoleone III sia la cosa migliore da fare, seguendo le idee di Simon Francois Bernard che molto probabilmente è il vero ideatore all’attentato al regnante francese che tra poco narrerò, pure lui rifugiato in Inghilterra dove molti dei rivoluzionari trovavano rifugio. L’adesione al progetto di Orsini è, ipotizza Rubboli, da porsi in relazione anche ad un interessante premio in denaro che, visto il quadro generale che sto dipingendo, non è da porre in un angolo come spinta motivazionale.

Attentato a Napoleone III

Parigi 14 gennaio 1858 Napoleone III e la moglie si stanno dirigendo in carrozza verso il teatro dove si andrà a rappresentare il Guglielmo Tell di Gioacchino Rossini. Interessante osservare che il protagonista dell’opera è lo svizzero che liberò la sua patria dal giogo austriaco, Austria che nell’esistenza Di Rudio, significa qualcosa...

Nonostante sia una fredda nottata la folla che vuole assistere al passaggio del regnante è numerosa, ma tra essi almeno quattro persone non vedono di buon occhio il regnante. A loro giudizio il fallimento della repubblica romana è da imputare a lui e per questo deve pagare, favorendo con la sua dipartita tutta una serie di fenomeni a catena da loro auspicati. Il piano di Felice Orsini (regione di provenienza Emilia Romagna) è semplice, lui, Di Rudio, Andrea Pieri di Lucca e Antonio Gomez di Napoli, andranno a lanciare uno dopo l’altro una bomba alla carrozza del sovrano, con l’obiettivo di eliminarlo.

Le bombe erano state confezionate dallo stesso Orsini che aveva testato dei prototipi precedentemente in aperta campagna. Pieri non partecipa all’attentato perché fermato per dei controlli dalle forze dell’ordine, ma Gomez come da piano lancia il suo ordigno troppo avanti rispetto alla carrozza, un cavallo stramazza al suolo, Di Rudio, il secondo a lanciare, centra le guardie a cavallo e l’ultimo a lanciare, Orsini, in effetti trova il fondo della carrozza reale, il quale però è blindato e lo scoppio dell’ordigno non produce pertanto gli effetti gli sperati.

12 morti, 156 feriti e alcuni cavalli sono il bottino dell’attentato. La confusione generata dagli scoppi permette loro di scappare andando a “nascondersi” nelle loro camere d’albergo ad eccezione di Gomez che si rifugia in un ristorante dove, causa un nervosismo evidente, attira l’attenzione dei gendarmi i quali, dopo interrogatorio, vengono a sapere degli altri terroristi. Di lì a poco Orsini verrà sorpreso dalle forze dell’ordine mentre dormiva, mentre Di Rudio all’arrivo delle forze dell’ordine stava scrivendo una missiva alla moglie. Sfortuna vuole che avesse perso per un soffio il treno che l’avrebbe portato lontano da Parigi.

Il processo giunge velocemente a verdetto: ghigliottina per tutti, tranne che per Gomez, il collaborazionista, diremmo oggi, che deve però sopportare il carcere a vita. Orsini e Pieri perdono di fatto la testa sotto la lama della ghigliottina, mentre Di Rudio, si salva in extremis; il suo ultimo desiderio fu di fumare la pipa per un'ultima volta, desiderio concesso e mentre con calma assapora il gusto del tabacco, di fronte alla lama della ghigliottina, arriva il messaggero a cavallo: l’imperatore ha assecondato la richiesta di grazia inoltrata della moglie del carbonaro ed il patriota italiano sarà relegato a vita nella colonia penale della Cayenna.

Ho introdotto l’articolo parlando di romanticismo: a 26 anni, quando arriva il messaggero dell’imperatore francese, Di Rudio aveva sacrificato la sua vita per assecondare degli ideali in coerenza dei quali aveva affrontato innumerevoli disavventure, come illustrato. Mi piace immaginare, nulla mi dice che questo sia vero, l’eroe di questo articolo fumare con relativa serenità il tabacco della pipa: la ghigliottina gli avrebbe tagliato la testa, ma le ambizioni del suo cuore, sin tanto che il sangue pulsava nelle sue vene, erano sempre state assecondate. L’avventura e la vita di Di Rudio però non erano destinate alla fine.

Guyana francese e île Royale

La Guayana francese, territorio che confina con il Brasile (siamo quindi in Sud America) è ancora oggi territorio francese e fa parte dell'Unione Europea in qualità di regione ultraperiferica. Questo significa, guardando i requisiti d'ingresso, che la moneta utilizzata è l’euro, ma che, non essendo parte dell’Area Schengen, è necessario passaporto o carta d'identità per i cittadini europei. (rif. 5) 

In tempo di covid vale la pena ricordare che prima dell’imbarco ogni visitatore deve esibire il certificato di vaccinazione contro la febbre gialla. Detto ciò la storia del territorio ci dice che il Granduca Ferdinando I di Toscana cercò di insediarsi in quel territorio, in un progetto di colonizzazione dell’America, ma che tale progetto affondò con la prematura dipartita del nobile toscano; gli eredi non proseguirono il sentiero abbozzato e così la possibile colonia “italiana” nelle terre da poco scoperte, mai venne perpetrato e la lingua italiana non verrà mai imposta in nessuna delle terre scoperte proprio da un nostro “conterraneo”, Cristoforo Colombo.

Dopo varie vicissitudini in quelle terre arrivano francesi che decretano come capoluogo la Caienna, (Cayenne). La colonizzazione della Guyana per i francesi fu un pessimo affare, dei primi 12.000 coloni inviati per coltivare la terra ne rimasero in vita solo 2000, gli altri furono dilaniati dalle epidemie (febbre gialla in primis) favorite dal clima ostico per gli europei; tutto questo sarà una delle cause che genererà la ragione per cui ancor oggi la Caienna è famosa: le colonie penali volute proprio da Napoleone III. In terra ferma le prigioni erano a Cayenne, a Saint-Laurent-du-Maroni e l’ultima a Montagne d'argent; a queste si aggiungono le isole della salute, (rif. 6) non siamo più in terraferma e a breve ne scopriremo i vantaggi: île Royale, Île Saint-Joseph definita dai detenuti la mangiatrice degli uomini e per finire la celeberrima île du Diable dove soggiornerà anche Alfred Dreyfus (rif. 7).

L’isola del Diavolo era uno scoglio pressoché inaccessibile e per approdare si usava un sistema di corde e carrucole, questa era riservata ai prigionieri politici quali appunto il capitano ebreo. Ulteriori precisazioni: la ragione per cui queste isole sono chiamate isole della salute è legata al fatto che il governatore francese sperava che nelle isole di quel arcipelago, al contrario della terraferma, non vi fossero le malattie che come visto decimarono i coloni, rendendo quei territori “salubri”. Il nome Isola del Diavolo invece si rifà alle credenze dei locali che erano convinti quello scoglio fosse infestato da uno spirito maligno; per estensione il nome “isola del diavolo” fu in seguito associata a tutto l’arcipelago dove v’erano i penitenziari, le isole della salute.

Le condizioni di vita per i detenuti erano insostenibili, i dati proposti dalla fonte parlano di 2.000 sopravvissuti su 80.000 prigionieri.
Le ragioni della carneficina sono riconducibili alle terribili condizioni di lavoro cui erano sottoposti i prigionieri, (chi non lavorava ed era in stato di isolamento, stava anche peggio) unitamente al clima, agli insetti, al cibo scarso e quasi sempre rancido, e alle malattie favorite tra l’altro da quanto appena esposto.

La fuga era pressoché impossibile per le ragioni ben espresse da uno dei guardiani delle prigioni: “Abbiamo due guardiani: la Giungla e il Mare, se non sarete mangiati dagli squali o non avrete le ossa spolpate dalle formiche, presto verrete a mendicare di tornare”; soprattutto le isole erano protette oltre che dagli squali anche dalle fortissime correnti oceaniche, così se i detenuti in terra ferma potevano ipotizzare una fuga destreggiandosi nella giungla, passeggiata dove insetti, serpenti spesso velenosi e giaguari, potevano comparire all’improvviso, non meglio erano le acque fluviali infestate da pirana, da caimani e anaconde, giusto per citare alcune delle problematiche, non le uniche, che ostacolano il sentiero della libertà. 

Dopo aver abbozzato le meraviglie della Guayana, ed aver compreso che tutto sommato anche l’eventuale insediamento toscano non sarebbe stato così semplice, torno a Carlo di Rudio che partì assieme a Gomez, l’unico a non lanciare la bomba, ed a altri 200 detenuti verso questo “inferno sulla terra” il 21 ottobre 1858; era stata salvata la testa ma la pena da scontare era l’ergastolo nel territorio appena descritto.

La prima prigione cui verrà destinato Di Rudio sarà Montagne d'argent, terraferma dunque, luogo che confina con il Brasile dove lui e i suoi compagni di prigionia devono abbattere degli alberi in una zona paludosa per permettere la costruzione di una strada che mai verrà realizzata, almeno in quegli anni.

Di rimanere lì a faticare sino alla fine dei suoi giorni di Rudio non ci pensa proprio, e subito s’ingegna per fuggire andando, di nascosto, ad intagliare un tronco per realizzare una canoa; con quella lui e i suoi fidati si sarebbero diretti verso il Brasile. Tale progetto non si concretizzerà mai causa un’epidemia di febbre gialla che farà strage dei presenti: l’intera colonia penale, comprese le guardie è di circa 600 persone, solo 63 ne rimarranno in vita alla fine della calamità (evidenzio polemicamente come le percentuali sono leggermente differente rispetto alla presunta pandemia attuale) tra le quali Gomez e Di Rudio che verranno trasferite in altre prigioni. Gomez rimarrà nella terraferma mentre Di Rudio verrà destinato al île Royale. I due non si incontreranno mai più e Antonio Gomez finirà i suoi giorni a Napoli dove morirà povero e mentalmente disturbato.

Fuggire dall'isola reale è praticamente impossibile per le ragioni già esposte, ma a parte le insidie naturali e le guardie v’è da superare anche un altro paio di problemi: serve una barca che non sia un tronco lavorato: c’è da affrontare l’oceano con le sue correnti, e servono dei viveri per sostenersi nel tempo necessario per raggiungere un approdo sicuro. L’impresa è praticamente impossibile e i detenuti parlano di come chi abbia tentato la fuga abbia poi fatto una brutta fine. Ad inizio articolo citavo lo spirito romantico ed al lettore che mi ha seguito nel ragionamento pongo la domanda: ma un Di Rudio, conscio di tutte queste informazioni, resterà tranquillo ad aspettare la fine dei suoi giorni o farà l’impossibile per tentare ancora una volta la fuga verso la libertà?

Meglio un giorno da leoni che cento da pecore “banalizzavo”, e quindi lo spirito libero del terrorista veneto (o patriota, notare come sia labile il confine tra le due visioni dello stesso soggetto) lo spingerà ad individuare tra i reclusi qualcuno che sia riuscito a metter da parte una buona somma di denaro, necessaria per acquistare delle provviste o a corrompere le guardie. Costui viene individuato in un uomo di fede che aveva nascosto nella Bibbia una buona somma di denaro: il religioso, imprigionato per omicidio, mette le finanze a condizione di poter essere parte del progetto. Utile poi per la fuga è chi conosca qualcosa di navigazione e chi sappia cucire una tela, indispensabile per muovere la barca. Anche un marinaio ed un sarto saranno individuati tra i prigionieri e sono iscritti nella lista dei fuggiaschi.

Nel dicembre del 1859 tutto è pronto per la fuga, ma all’ultimo minuto il religioso decide che un simile rischio non fa per lui e si ritira dal progetto, (individuo poco romantico) mentre il sarto si ammala (individuo “sfigato”). Poco male, gli ardimentosi si procurano una barca rubandola a dei pescatori avvicinati con la scusa di acquistare del pesce e si lanciano in mare aperto con la bagnarola recuperata. Subito dovranno superare le insidie di una burrasca e poi dovranno orientarsi nel bel mezzo di una fitta nebbia. Il viaggio è decisamente pericoloso e non li aiuta un vascello olandese che finge di non vederli e li lascia al loro destino. A complicare il viaggio vi sono le provviste immangiabili, l’acqua salata le ha rese inutilizzabili e la fame dopo tre giorni li sta sfinendo.
L’unica è quindi puntare sulla terraferma, e ci riescono, scoprendo però di essere approdati nella Guyana Olandese, (oggi Suriname) territorio ostile in quanto gli accordi prevedono che i prigionieri vengano restituiti alle autorità francesi; al gruppo non rimane che rimettersi in mare anche se non sono riusciti a reperire cibo, l’obiettivo è la Guyana Inglese. Ed è proprio una nave della regina che li raccatta, increduli che un simile imbarcazione tanto malconcia abbia navigato per tutte quelle miglia, per altro priva di viveri.

Lo stupore del governatore inglese non cessa quando Di Rudio si presenta, l’attentato all’imperatore francese aveva fatto scalpore e l’uomo godeva di fama internazionale, le voci su di lui però parlavano di decesso e la stessa moglie, Eliza, s’era ormai rassegnata ad una vita da vedova. Di lì a poco arriva anche una nave francese a pretendere la restituzione degli evasi, e il governatore inglese li restituisce tutti, decretando nei fatti il loro ritorno all’inferno, con un’unica eccezione: Di Rudio considerato prigioniero politico. Ora per meglio tutelarsi le autorità di sua maestà diffondono la falsa informazione che Di Rudio era stato assassinato da degli indigeni mentre stava cercando dell’oro, così “protetto” da questa calunnia l’italiano verrà imbarcato con falso nome per ritornare a Londra nel 1860.

Stati Uniti e la battaglia di Little Bighorn

La famiglia si è allargata e mantenerla è un problema per il patriota “italiano”, tiene conferenze dove parla dell’attentato a Napoleone III e si adatta a fare molti lavori, tutti però male retribuiti. In Italia Garibaldi sta per organizzare il gruppo dei mille, e Carlo vorrebbe farne parte, ma la fama da lui acquisita rende pericoloso il viaggio  per la penisola a forma di stivale, così paventa anche la partecipazione ai tumulti che si stanno verificando in Polonia, alla fine asseconda il consiglio fornito da Giuseppe Mazzini di andare nel nuovo mondo dove vi è guerra civile, e così Di Rudio arriva negli Stati Uniti. Matteo Rubboli sostiene che il consiglio di Mazzini ha una sua ragione: il nostro eroe è troppo famoso, irruento ed in una parola scomodo da gestire, meglio se si trova dall’altra parte dell’oceano, anche per questo Mazzini si prodiga di scrivere per lui delle lettere di raccomandazione da spendere nel nuovo mondo. Inizia così una nuova avventura per il bellunese sbarcante a New York nel 1864 (trentaduenne).

Si arruola nell’esercito statunitense come soldato semplice, le lettere di raccomandazione non sono risultate utili, ma le sue qualità militari ed il suo coraggio gli fanno scalare i ruoli e diventa sottotenente, assegnato ad un reggimento di soldati afroamericani, evitato da molti graduati americani. Matteo Rubboli sa come amaliare i suoi ascoltatori e ci porta a conoscenza di un aneddoto che merita di essere ricordato anche dallo scrivente: questo eroe che ha già affrontato mille avventure con coraggio e capacità, rischia di perdere i gradi di ufficiale perché il medico militare gli constata “una ritrazione del tsticolo destro” e non vuole dare lui l’idoneità. Il nostro eroe, si potrebbe banalizzare, “non ha le palle” per l’esercito degli Stati Uniti.

La questione si risolve e viene assegnato al settimo cavalleria diretto da George Armstrong Custer che passerà alla storia per aver perso la vita e quasi tutto il suo reggimento nella Battaglia del Little Bighorn contro gli indiani guidati, tra gli altri da Cavallo Pazzo e da Toro Seduto, la cui traduzione corretta sarebbe "bisonte seduto". Carlo partecipò a quella battaglia e fu uno dei pochissimi a salvarsi, al pari degli altri tre italiani presenti allo scontro. La mia fonte precisa che in quell'occasione il nostro ebbe modo di inorridire alla vista di delle donne pellerossa che tagliarono lo scalpo a dei suoi "compagni" di reggimento morti. La sua carriera militare proseguirà per molti anni ancora, arrivando ad indossare i gradi di Capitano. Terminerà la sua esistenza a Los Angeles e chi mi ha fatto conoscere ed apprezzare questo incredibile personaggio termina il suo video spiegando come colui che nella sua esistenza ha vissuto più di un momento infernale, non poteva che terminare la sua esistenza all’età di settantottanni, nella città degli angeli.

Le informazioni rilevanti su Di Rudio non sono terminate: prima della fine dei suoi giorni questo rivoluzionario che tante battaglie in senso militare e non solo aveva combattuto, lanciò un "ultima bomba" prima di varcare le praterie celesti, affermò infatti che all’attentato a Napoleone III vi partecipava anche un altro “rivoluzionario” ed il suo nome è Francesco Crispi, già capo del Governo italiano, ma ormai morto al momento delle dichiarazioni di Di Rudio. Nella versione di Di Rudio, la terza bomba che finì sotto la carrozza del sovrano francese fu lanciata proprio da Crispi, ed in effetti, ci dice Bubboli, quando fu preso dalla gendarmerie francese, Felice Orsini era ancora in possesso del suo ordigno. Non solo, le autorità francesi si dissero certe che un quinto attentatore facesse parte del complotto contro Napoleone III, anche se mai riuscirono a capire chi fosse quest’ultimo terrorista protetto dal silenzio di chi era stato arrestato. Wikipedia ritiene improbabile il racconto di Di Rudio, mentre Rubboli chiude il suo video affermando che con talmente tali e tante esperienze e avventure alle spalle, Carlo Di Rudio non aveva certo bisogno di inventarsi una storia per attirare i riflettori su di sé; resta il fatto che nei giorni dell’attentato Crispi si trovava proprio a Parigi.

Finisco qui questo articolo sperando di aver intrattenuto il lettore augurandomi di aver chiarito perché a mio avviso un Di Rudio impersonifica l’ideale romantico!

Mirco Venzo, Treviso 09/11/2021 #qzone.it

rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/Romanticismo
rif. 2 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/507-...
rif. 3 https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Di_Rudio
rif. 4 https://www.youtube.com/watch?v=UOhxAVk0h3s
rif. 5 https://it.wikivoyage.org/wiki/Guyana_francese
rif. 6 https://www.vanillamagazine.it/l-isola-del-diavolo-l-inferno-in...
rif. 7 http://www.qzone.it/index.php/q-movies/682-l-ufficiale-e-la-spia

 

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