Questa sera ho goduto dell’ultima puntata del telefilm Il commissario Ricciardi, breve serie di gialli ambientati nell’italia fascista ed avendo già commentato il suo collega francese Maigret (rif. 1) mi sento il dovere di recensire anche questo prodotto che ha la caratteristica di essere italiano. La collocazione geografica è importante per valutare le differenze tra questa serie di telefilm e altri di genere poliziesco che si vedono costantemente in televisione; in tal senso più che un telefilm italiano marcata è, a mio avviso, la connotazione partenopea che traspare in molti aspetti di questa proposta televisiva. Inizierei proprio da questo aspetto citando Maurizio De Giovanni, napoletano di origine (1958), che è non solo l’autore dei romanzi che hanno ispirato l’opera cinematografica di Alessandro D’Alatri (il regista, romano di nascita - 1955), ma ne è pure uno dei sceneggiatori.
Napoletani sono poi Nunzia Schiano di Portici (che interpreta il personaggio di Rosa), Antonio Milo Castellammare (interprete del Brigadiere Raffaele Maione), e Serena Iansiti (Vera Lucani); non napoletana, ma avellinese, quindi rimaniamo in zona, è Maria Vera Ratti (che interpreta Enrica Colombo). In tal senso sorprende che il protagonista della serie, Lino Guanciale (il commissario Luigi Alfredo Ricciardi) è di Avezzano in provincia di l’Aquila, abruzzese. Al di là della forte presenza campana tra gli attori principali, (e dell’ambientazione) la cultura teatrale napoletana la percepisco forte nello sviluppo della trama e in alcune interpretazioni dove l’eccezione, ancora una volta. è rappresentata dalla figura del commissario che appare come una persona tendenzialmente pacata e che controlla, per non dire frena, i suoi sentimenti operando in controtendenza rispetto a tutti coloro che lo circondano.
Sentimenti e passioni lo avvolgono come solo in molte situazioni del teatro napoletano accade. Ed allora vale la pena di ricordare al lettore che il teatro napoletano ha radici antichissime, si risale alla fine del 400, inizi del 500 sotto la corte aragonese, per giungere sino ai giorni nostri mantenendosi in ottima salute, almeno sino ai divieti imposti dal dramma del covid 19. ll secolo scorso propone una figura quale quella di Eduardo Scarpetta (rif. 2) che è utile ricordare; fu attore e autore importante dalla vita assai movimentata; la sua carriera di commediografo verrà bruscamente interrotta per una causa intentatagli dal noto poeta, intellettuale e attivista politico Gabriele D’annunzio nel 1904.
La vita della famiglia Scarpetta a quanto si legge in Wikipedia pure si presenta come una trama teatrale napoletana: sua moglie, Rosa De Filippo, ebbe un figlio da lui riconosciuto, Domenico, che potrebbe essere il frutto da una relazione tra la sua consorte e il re Vittorio Emanuele II, ciò da quanto appare nella mia fonte già citata (rif. 2). Lui a sua volta pensò di approfondire la conoscenza con la nipote della sua sposa, Luisa De FiIlippo da cui nacquero Eduardo, Peppino e Titina De Filippo, ed il lettore ha compreso perché mi sono preso la briga di narrare la saga famigliare di questo signore, i tre attori ricordati sono pilastri della storia recente del teatro partenopeo.
Giusto per aggiungere una ciliegina sulla torta Eduardo Scarpetta ebbe anche una relazione con la sorellastra di sua moglie, Rosa De Filippo risultando essere quindi nonno biologico anche del poeta, autore drammatico e musicista Roberto Murolo, altro pezzo da 90 della cultura napoletana. Se sono stato lungo è per aiutare il lettore a comprendere che il teatro napoletano si radica in una realtà che è unica in Italia e le trame che si propongono nel palcoscenico non sono poi troppo diverse da quanto accade nella singolare realtà partenopea. In questa carrellata di nomi che spiegano l’importanza del teatro napoletano non posso esimermi da citare chi con Eduardo De FIlippo lavorò anche nel cinema, il principe Antonio De Curtis di Bisanzio, meglio noto come Totò!
Non ho finito, a mio modesto avviso nelle storie del Commissario Ricciardi vi è anche un'altra importante influenza che è quella della sceneggiata napoletana. Questa particolare rappresentazione ha avuto fortuna grazie alla televisione che ha valorizzato Mario Merola, sdoganando questo spettacolo a livello nazionale. La sceneggiata napoletana lascia molto spazio alla canzone (guarda caso Vera Lucani, innamorata del commissario è una cantante) e le trame melodrammatiche si impregnano sul tema dell’amore, del tradimento e dell’onore, spesso le vicende si svolgono nei bassifondi malavitosi di Napoli. Ho descritto l’ambiente in cui il commissario Ricciardi opera e la vita di Scarpetta suggerisce che trame possono diramarsi. Che affinità ci sono tra il nostro commissario e quello uscito dalla penna di Georges Simenon? Entrambi danno importanza al popolo e si preoccupano di dare spazio all’ambiente sociale.
Volendo io cercare una differenza tra la proposta campana e quella francese aggiungerei che le figure partenopee sono descritte dando maggior rilievo ai loro sentimenti e alle passioni, in modo tale da riuscire a comprendere finanche le azioni illegali. In tal senso sia il Commissario Maigret che Ricciardi sono figli di una cultura europea dove non è netta la distinzione tra “buoni” e “cattivi”, come in alcune serie americane capita di constatare, ad esempio spesso il malvagio lo si individua sin dai primi fotogrammi alla pari del buono. Altra affinità tra le trame di Simenon e quelle di De Giovanni è la presenza del tema prostituzione trattato in modo assai differente. Premesso che nell’italia fascista in cui opera il nostro commissario vi erano ancora le case chiuse, abolite in seguito dalla legge Merlin, la differenza tra le due penne è che il francese è più diretto nel dare importanza alla sessualità, molte delle donne di Simenon cercano il piacere ne più ne meno di come possono fare gli uomini. La sessualità è vista come motore di molte azioni per il transalpino mentre il nostro connazionale tratteggia con maggior pudore questa forza proponendola più come espressione del sentimento che non un’energia che muove autonomamente.
Una forte differenza tra le puntate francesi e quelli miei contemporanei è la descrizione dell’ambiente sociale, nel senso che in Simenon ci sono le classi sociali ben distinte, c’è l’aristocrazia, la borghesia, il proletariato e il sottoproletariato. La società è divisa in classi e all’interno delle stesse si muovono con egual libertà i sentimenti e le motivazioni che spingono ai delitti, per cui l’uomo è uguale ovunque, pare dica il francese, ma i contesti dove opera sono differenti. Il tema delle classi sociali è accennato anche da De Giovanni ma la separazione importante proposta non è tanto tra nobili e popolani, quanto piuttosto, a mio dire, tra fascisti e non. Ricciardi è presentato come nobile non tanto e non solo per l’origine della sua casata, ma è una figura nobile d'animo, è nobile per l’eleganza dei modi e dei comportamenti; per la rettitudine con cui conduce le indagini, per il rispetto che garantisce a tutti i suoi interlocutori, pur essendo non solo un autorità pubblica, ma anche un aristocratico per discendenza di sangue. Mai lui impone queste caratteristiche a chi con lui si rapporta.
L’esser nobili è visto alla Totò, per riprendere le radici sopra tratteggiate: “Signori si nasce…” e Ricciardi è nobile da sempre perchè è nobile il suo animo, al contrario di quello dei fascisti che sono dipinti come opportunisti, ruffiani, arrivisti, in una parola come delle macchiette. Il tratteggio sociale della penna partenopea non mi convince e se è ficcante nello spiegare i sentimenti non lo è altrettanto nel presentare la società fascista che è altrettanto complessa. (E’ un tema attuale questo come l’ultimo articolo proposto ben ricorda -rif. 3). Se molto del fascismo pare grottesco va ricordato che Benito Mussolini andò al potere con un enorme consenso popolare, e se poi parte di quel consenso gli si rivoltò contro molto dipese anche dalle scelte da lui poste in essere. In questo scenario l’aristocrazia non si può certo dire che l’abbia aiutato, spingendolo a compiere le scelte più convenienti per il popolo. L’assonanza nobiltà d’animo e nobiltà di fatto che la figura del Commissario Ricciardi propone non è a mio avviso una chiave di lettura utilizzabile al di fuori dello scenario romanzato in questa specifica serie televisiva e le due puntate seguite mi lasciano la convinzione che non è intenzione del regista penellare la societa italiana degli anni venti con dovizia di particolari, quando imbastire una quinta su cui inserire le vicende del poliziotto.
Che cosa caratterizza quindi questi gialli? L’italianissima caratteristica della nostra produzione cinematografica dove il fatto umano non è bianco o nero, ma spesso determinato da sfumature di grigio. Non c’è il giusto o lo sbagliato e il denaro è un elemento importante, ma altre componenti determinano l’agire umano, è qui l'influenza partenopea della passione e la forza dei sentimenti, dell’onore, e dei legami, amicali, parentali o anche sociali, hanno peso. La storia poliziesca è importante e è una componente dei telefilm, ma le vicissitudini dei protagonisti sono altrettanto importanti e sapere se la tata di Ricciardi vive o si spegne causa un male che la affligge, quali delle sue spasimanti riuscirà a rubare la chiave del suo cuore pare quasi più importante del conoscere chi ha trafitto questo o quel cadavere.
Non mi esprimo sulla qualità della recitazione o su altri aspetti tecnici della pellicola avendo io scritto questo articolo di getto sull’onda dell’attualità senza attenta osservazione. Credo una seconda serie sia dietro l’angolo considerando il successo di pubblico di questa prima. Sicuramente le due puntate da me osservate han catturato la mia attenzione e han saputo proporre un giallo differente rispetto ad altri (penso ad Agatha Christie o a al tenente Colombo); non sarà un capolavoro per comprendere che cos'è l’Italia e cos’è stata, ma è risultato un buon passatempo per bruciare questa inerzia generata dalla clausura Covid 19 e se recupererò le puntate perse, non mancherò di guardarle. In sintesi a me quanto visto è piaciuto e riconosco alla produzione di non aver scimmiottato in alcun modo altri modelli di telefilm. Non sono sicuro che una simile proposta possa attrarre palati stranieri, poca azione, poche sparatorie, pochi inseguimenti con auto, moto, bici che sbattono a destra e a manca… ma ciò che conta è che quanto visto mi sia piaciuto e, a giudicare dai dati d'ascolto, non sono il solo.
Mirco Venzo, Treviso 02/03/2021 #qzone.it
Rif. 1 http://www.qzone.it/index.php/q-movies/650-i...
Rif. 2 https://it.wikipedia.org/wiki/Eduardo_Scarpetta
Rif. 3 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco...