Cerca

20200518 VM MaigretIn tempo di coronavirus si cerca in rete qualcosa per passare il tempo e così mi sono rivisto alcune delle puntate del commissario Jules Maigret (rif. 1). Nato dalla brillante penna di Georges Joseph Christian Simenon (rif. 2). Andiamo con ordine collocando la figura dello scrittore Georges Simenon nel panorama culturale mondiale. A metà dell’ottocento, a seguito della rivoluzione industriale, nasce la cultura di massa. (rif. 3) Le masse diventano protagoniste anche in politica, da poco vi è il diritto di voto e quindi sono le masse a determinare chi governerà le democrazie occidentali. Il pensiero di Karl Marx e le idee socialiste spingono in piazza migliaia di persone per rivendicazioni salariali e i diritti dei

lavoratori, trasformando tutte queste persone in soggetti economici attivi, ma le masse sono anche soggetti economici passivi, i fruitori di beni e servizi, anche culturali, cui il mercato decide di rivolgersi. La camicia (il primo esempio che mi viene in mente) non è più confezionata a misura d’uomo da quel artigiano chiamato sarto che realizza un unico capo per il singolo tal dei tali che sceglie colore, modello tessuto e magari ci fa anche apporre ricamata a mano una sigla. Nasce la produzione “di massa” e centinaia di camice dello stesso colore, della stessa taglia verranno prodotte per essere acquistate da chi le vuole. E’ la produzione industriale! La quantità condiziona la realizzazione di beni e servizi, non ultimi quelli “culturali”.

Antesignani di cinema e successivamente dei programmi televisivi, i primi di questi prodotti destinati alle masse furono i romanzi, tra questi si fa spazio il romanzo “giallo”. In Italia negli anni trenta i romanzi polizieschi erano facilmente riconoscibili nelle edicole grazie alla copertina gialla, ed è per questo che ancor oggi si definiscono gialli nel nostro idioma le storie dove un mistero criminale deve essere sviscerato e possibilmente risolto. Va da sé che il fruitore del romanzo è per lo più appartenente alla emergente classe sociale implementata nella metà del 1800: la borghesia.

Il borghese, è una persona discretamente agiata che ha del tempo libero e che ha una cultura tale da consentirgli di apprezzare un libro. L’operaio che viene sfruttato dal padrone, dopo le faticose ore di lavoro davanti alla macchina, o la casalinga che deve lavare, magari a mano, i panni propri, dei figli e del marito, non sono i lettori di romanzi, tanto meno dei gialli; lo diventeranno man mano che il benessere, le battaglie salariali, le istanze socialiste guadagneranno terreno permettendo anche agli operai ed alle loro compagne di avere una cultura, una remunerazione dignitosa e del tempo libero, favoriti in ciò anche da quegli elettrodomestici, quali la lavatrice.

Va ricordato che spesso gli operai dell’ottocento, al pari di chi lavorava la terra, non poteva esser parte del mercato editoriale semplicemente perché analfabeta. Qual’è il motivo di questa lunga introduzione? Perchè una delle cose che personalmente ho apprezzato guardando i vari telefilm del commissario Maigret sono proprio le descrizioni delle differenti classi sociali che, di protagonista in protagonista, di comprimario in comprimario, emergono dalla penna di Simenon. In alcuni racconti si parla ad esempio dell’aristocrazia, classe sociale cui oggi difficilmente andremmo a pensare, ma che agli inizi del secolo scorso era ancora parte importante delle vicende sociali. La prima guerra mondiale, giusto per focalizzare le situazioni di casa nostra, venne combattuta sotto lo stemma dei Savoia e Vittorio Emanuele III fu ben felice di assumere il titolo di Re D’Albania e Imperatore d’Etiopia durante le vicissitudini della seconda guerra mondiale. Oltre alla nobiltà lo scrittore francese narra dell’alta borghesia, quella benestante con personale di servizio, la piccola borghesia cui magari anche lo stesso Maigret è parte, e via via ecco che vengono descritti ora le famiglia di commessi, ora gli impiegati, ora i contadini, gli operai, i mantenuti, i figli di papà, i nullatenenti…

Non so se Simenon fosse socialista, ma l’influenza di un certo tipo di attenzione che io riconduco a quell’area di pensiero pare a me evidente osservando i vari episodi polizieschi perché l’autore da sempre rilievo non solo alle varie classi sociali, e la divisione in classi della società è un pensiero riconducibile a quel preciso pensiero politico, ma la penna dell’autore francese da spazio e peso nei suoi racconti anche agli “ultimi”: i barboni, i pazzi, gli anziani, gli orfani, non mancano gli stranieri tra cui quelli di lingua fiamminga che si erano a vario titolo, spostati in Francia. Non saprei dire se questa attenzione sia generata dalla nazionalità di Simenon che lo ricordo era belga di nascita (Liegi 1903). Per finire questa rapida carrellata includo pure l’assassino proveniente dalla Caienna, la terribile isola dove venivano relegati i peggiori delinquenti, che ucciderà per amore, risultando una figura molto romantica, pur nella sua rudezza, al contrario di colei che sarà la sua vittima, avvenente nel fisico, ma gelida nell’anima.

In particolare, ed anche questo ha un sapore di “sinistra” ai miei occhi, sempre protagoniste assolute dei telefilm sono le figure femminili, icone che certamente tendono a distaccarsi dallo stereotipo “antico” ovvero della donna remissiva, distaccata sessualmente (una sorta di vergine Maria di cattolica impostazione), legata ad un tradizione maschilista che snobba la donna e vorrebbe segregarla in casa, mentre se può si vanta delle proprie conquiste amorose. Certo, in alcuni episodi vi sono anche rappresentazioni di donne “simil zitelle”, ma solo perché anch’esse fanno parte della società. Generalmente la donna descritta da questo autore è una donna che vive le sue passioni, anche carnali, è conscia dell’importanza estetica del suo corpo e cerca le avventure, diventando spesso proprio per queste caratteristiche motore dei racconti, ora colei che uccide, ora la ragione per cui lo si fa. Insomma, la donna nei telefilm del commissario Jules Maigret sono l’opposto di certi accessori ornamentali, ma proprio per questa precisazione devo aprire una parentesi: l’unica donna che risulta estranea a quanto sopra descritto, paradossalmente, è proprio la Signora Maigret.

Una testimonianza narrata da Camilleri aiuta a comprendere questa apparente incongruenza: nella prima serie di telefilm italiana, quella in bianco e nero avente protagonista Gino Cervi (regia Mario Landi) Simenon venne interpellato per coordinare alcuni aspetti della produzione e se Cervi come attore ebbe subito la sua approvazione lo stesso non si può dire di Andreina Pagnani che doveva interpretare la figura della sua compagna: “Troppo bella!” fu il primo giudizio del francese. “Ma la potremmo invecchiare…” venne lui replicato, al che Simenon affermò una bella donna, anche se invecchiata, resta una bella donna. Uno come il commissario Maigret se ne sarebbe guardato bene dallo sposarla una dalle caratteristiche di Andreina… Questo spezzone di dialogo (rif. 4) rende chiaro il ruolo voluto dall’autore per questa donna che doveva avere un basso profilo, e se nella serie con Gino Cervi appare quasi sempre quale casalinga servizievole e dedita al marito, nella versione italiana più recente, quella con Bruno Cremer, è per lo più una voce telefonica, come se la nuova serie televisiva avesse voluto risolvere eliminando all’origine questa ingombrante presenza.

Val forse la pena di ricordare che lo scrittore “padre” del commissario oltre ad esser stato sposato più volte, cosa tutt’altro che diffusa nella cattolica Francia del secolo scorso, confessò di aver avuto esperienze con più di diecimila donne. Lui stesso affermò di aver avuto anche più rapporti nello stesso giorno con donne diverse. Non ultime le prostitute che ebbe a descrivere come le donne “più sincere” che avesse conosciuto (non ricordo la frase esatta, ma questo in sintesi fu il concetto espresso). Non a caso le prostitute spesso compaiono nei suoi racconti. E che cosa mi dice la visione dei vari telefilm di questo commissario? Che gli esseri umani sono uguali nella loro essenza pur all’interno delle diverse classi sociali. Mi spiego: l’assassino può ammazzare per amore sia se è povero, sia medio agiato, sia se è un nobile. La gelosia scatta trasversalmente in ogni classe sociale, la solidarietà, la dignità, la miseria, la falsità, non sono caratteristica degli uni e non degli altri, sono parte dell’umanità e ogni uomo o donna, a prescindere dal suo ceto può essere nobile o misero, legato al denaro o coerente con i suoi valori che ne vincolano le azioni.

Spero aver illustrato al lettore la ragione per la quale riconduco ad una filosofia socialista questi telefilm. L’attenzione ai contesti sociali, sempre presentati in modo veritiero, senza iperboli romanzesche, (in Italia circa nello stesso periodo registi e fotografi davano vita al neorealismo) si contrappongono ad idee “di destra” presenti ai tempi in cui viveva Simenon, idee dove l’agire e l’indole delle persone si pensava dipendesse dal sangue, dalla razza o dal paese di provenienza. Giova qui ricordare che sino a metà del 900 sia il Belgio che la Francia, ovvero i paesi riconducibili culturalmente a questo autore, erano imperi coloniali. La visione che considerava gli europei “superiori” agli abitanti di altri continenti era concreta e antitetica a chi, per contro, cercava di individuare nei contesti economico sociali le ragioni di molte disparità. E’ un fatto ad opinionne di chi scrive che in nessuno dei telefilm il commissario presenta i protagonisti sminuendo o elevando la loro figura perché appartenente ad una classe o all’altra. E’ come se Maigret di episodio in episodio affermasse “siamo tutti uguali” e va sottolineato non tanto agli occhi di Dio, che non rientra tra i protagonisti delle sue descrizioni. L’influenza religiosa appare solo in alcuni episodi, anche in questo caso più quale elemento descrittivo di una realtà esistente, che per simpatia verso quel mondo.

Altra caratteristica insita nei racconti del commissario è l’importanza data al cibo ed al bere, più marcata nella serie in bianco e nero, quasi fosse ancor vivo all’epoca il ricordo della fame e delle ristrettezze della guerra. E’ un aspetto questo che me lo rende simpatico riconoscendomi nel suo agire opposto alla moda attuale dei “fast food”. Di preferenza beve un bicchiere di vino bianco secco, non scordandosi di chiedere all’oste (in taluni episodi), se è buono. In altri racconti c’è chi gli offre dello champagne o, a tavola con piatti adatti, anche il vino rosso è gradito. Calvados, brandy, acquavite, armagnac possono essere nel suo bicchiere per favorire il dialogo con un testimone o per facilitare una sua riflessione solitaria. Nella peggiore delle ipotesi che poi è anche la più probabile, chiederà di bere una birra per accompagnare uno spuntino, dell’acqua per bere non ho ricordi. In bella sostanza questo funzionario di polizia pare apprezzi la vita e le piccole cose.  Anche il ritmo di lavoro suo o dei suoi collaboratori è lontano dall'efficienza e dalla frenetica produttività robotizzata che caratterizza la vita attuale. Sia nei telefilm in bianco e nero che nella più recente versione a colori, l’ambiente lavorativo è presentato come luogo sereno, professionale ma umano. Non c’è competizione tra i colleghi, quanto piuttosto cordialità e solidarietà.

Oserei dire che anche attraverso questi telefilm la cornice su cui si innestano i delitti tutti risolti dal commissario, è quella dell’Europa precedente a Maastricht dove ogni paese ha le sue tipicità, le sue tradizioni, che vanno conosciute per comprendere la natura delle persone e quindi per giungere alla verità. Chiudo presentando le principali differenze che ho rilevato tra i telefilm in bianco e nero di Cervi e quelle a colori di Cremer. Entrambe hanno una fotografia ricercata e spesso vi è una bella attenzione alle luci. Nei telefilm di Cervi gli attori sono più teatrali, e la mimica, è pronunciata, i dialoghi, anche secondari, sono numerosi, rilevo inoltre abbondanza di comparse, c’è molta gente attorno ai protagonisti. La versione più recente è più asciutta, essenziale, meno gestualità da parte degli attori e non vi sono dialoghi retorici ed insignificanti. Per contro, specie nell’interpretazione di Bruno Cremer, numerosi sono i silenzi, talvolta accompagnati da una mimica facciale che ne aiuta la comprensione. L’esito finale è che la versione più recente è più breve, talvolta anche significativamente, in ogni singolo racconto. Non saprei dire quale delle due versioni preferisco. Ecco, finisce qui la presentazione dei telefilm in versione italiana dei gialli del commissario Maigret. Spero questa presentazione sia risultata interessante al lettore. Devo precisare che non ho letto una sola riga dei romanzi di Simenon, e che a riguardo, se non lo bannano, vi è però un interessantissimo approfondimento del maestro Andrea Camilleri (rif. 4) cui mai potrei permettermi di sovrappormi con le mie idee.

Mirco Venzo, Treviso 14/05/2020 #qzone.it
Nella foto recuperata in rete Andreina Pagnani e Gino Cervi protagonisti de “Le inchieste del commissario Maigret”, telefilm in bianco e nero nato nel 1964 e terminato nel 1972

Rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/Commissario_Maigret
Rif. 2 https://it.wikipedia.org/wiki/Georges_Simenon
Rif. 3 https://www.youtube.com/watch?v=ZZ4Iyhy4HZs
Rif. 4 https://www.youtube.com/watch?v=_LKGMrzwH7k

CookiesAccept

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo

Il presente sito web utilizza cookies tecnici e cookies di terze parti. Proseguendo nella navigazione acconsentirai all'informativa sull'uso dei cookies.

Leggi di più