Da quando l’uomo si cimenta con l’economia di mercato, il modo più agevole di trasportare le merci in grandi quantità è via mare, e, una comoda anche se rischiosa modalità per aricchirsi è il furto. Va da sé che se uno riesce ad impadronirsi di una nave, in un sol colpo si impossessa di grandi quantità di merci e diventa molto ricco. Non deve stupire quindi se i pirati, i ladri del mare, sono antichi quanto la navigazione. In greco Thyrrenoi (Tirreno) significa “tentare”, “attaccare” e i tirreni, coloro che danno nome al nostro mare, erano considerati dei pirati dai greci antichi, mentre la parola pirata è invece di
origine romana, a conferma che anche in quell’epoca, ma lo vedremo poi con un curioso aneddoto, il tema della pirateria era assai diffuso.
Il pirata è quindi colui che compie un’azione di furto o un rapimento in mare, nei porti o negli estuari. Il pirata è un rapinatore, un ladro, che ha un qualche legame con l'acqua, o nell'acqua trova la sua preda, o grazie all'acqua riesce a fuggire, o le due cose assieme. Una delle attività che permetteva di arricchirsi era il rapimento di uomini facoltosi, cui si chiedeva il riscatto o lo schiavizzare donne e bambini, quest'ultima cosa assai diffusa anche tra i vichinghi, giusto per citare un altro popolo che sapeva muoversi in mare. Come sostengo, andando controcorrente da sempre, una delle ricchezze maggiori di cui ci si può imposessare è la forza lavoro, e reperire schiavi e rivenderli era (è, ancor oggi c'è il traffico di esseri umani, val la pena di ricordarlo) un ottimo affare non solo per chi vende, ma anche per chi acquista. Non vado qui a riproporre la teoria del plusvalore marxiana, intuitivo per chi legge e che avere una persona (o più) che lavora al solo costo del solo vitto per tutta la sua esistenza era un bel vantaggio per colui che effettuava il primo "piccolo" investimento, per colui che al mercato recuperava quella merce chiamata "schiavo".
Parlando di sfruttamento del lavoro è giusto ritornare ai tempi dell’antica Roma, che normò giuridicamente l’istituto della schiavitù (rif. 1) e che vide uno dei suoi uomini più illustri vittima dei pirati. Giulio Cesare nel 75 a.c. venne catturato dai cilici, pirati che gravitavano tra la Turchia e Cipro. L’episodio del rapimento del futuro imperatore è assai divertente perchè pare che i rapitori volessero riscuotere la somma di venti talenti, ma lo stesso romano derise i suoi rapitori: la sua persona valeva più del doppio, e così il riscatto richiesto, assecondando le richieste del prigioniero, fu di cinquanta talenti d’argento pari a circa 1600 kg del prezioso metallo! (rif. 2 - 3). Durante il periodo di trentotto giorni trascorsi assieme ai suoi sequestratori, il condottiero non si comportava come un normale prigioniero e talvolta trattava i suoi rapitori con un certo disprezzo, altre volte socializzava con loro mangiando assieme ad essi ed intrattenendoli con letture e declamando loro poesie. Li ammoniva: attenzione che una volta liberato vi verrò a prendere e vi ammazzerò.
Matteo Rubboli del canale Vanilla Magazine, (a lui e ai suoi video si deve il presente articolo), m’informa che questo accadde veramente e il futuro imperatore prima fece strozzare i suoi carcerieri e poi li crocifisse. Tornando a noi la pirateria dunque è sempre esistita, ed è sempre stata praticata ovunque, sia nello spazio che nel tempo con maggior o minor fortuna, io stesso ho intervistato chi di professione sino a qualche anno fa scortava le navi per difenderle dai pirati (rif. 4).
Immagino però il lettore parlando di pirateria non pensa ai tirreni (etruschi), ai malesi, ai cartaginesi o ai vichinghi, ma va con la mente al mar dei caraibi e si concentra nel periodo del XVI e XVII secolo. Ha ragione, anche se la motivazione che sta alla base di quel fenomeno storico è già stata spiegata: la scoperta del nuovo mondo ha posto in essere un movimento considerevole di navi ricche di ogni ben di dio che attraversavano l’oceano Atlantico e, come prima di loro e come dopo di loro, anche quelle navi facevano gola a chi voleva arricchirsi senza sforzo. La cosa singolare legata a quel periodo storico è un'altra, alcuni politici e uomini di stato degli imperi mercantili pensarono di utilizzare quei predoni per il loro tornaconto e nacque la figura del corsaro. Quest’ultimo, il corsaro, è chi ha in mano una lettera di corsa, ovvero una regolare autorizzazione a saccheggiare le navi di talune potenze nemiche, le preferite erano quelle spagnole. I due stati che si avvalsero di questa modalità per indebolire i concorrenti furono in primis gli inglesi, ma anche i francesi contribuirono ad arricchire quella letteratura. Il noto porto di Saint Malò, a nord della Francia, meta oggi di molti turisti, fu anche un porto corsaro, giusto per fare un esempio.
Il corsaro doveva consegnare una percentuale di quanto depredato alle autorità che l’avevano legittimato diventando uno strumento di guerra contro i nemici non solo politici e militari di chi lo giustificava, ma anche e soprattutto economico. In quella prima sorta di economia globalizzata un ottimo modo per arricchirsi era fare lo sgambetto ai propri diretti concorrenti, impossessarsi delle rotte e dei mercati migliori e penalizzare in ogni modo i propri nemici commerciali. Questo inciso spero possa tornare utile al lettore per comprendere l’attuale globalizzazione dove si ritiene che eliminare le frontiere e permettere a tutti di andare dove credono sia sinonimo di “progresso”. La pirateria dimostra che chi seppe meglio tutelare i propri interessi, penso agli inglesi, ne trarrà beneficio per secoli a venire, mentre la Spagna, la nazione più potente dell’epoca, non comprendendo come si stava svolgendo la partita, pur dotata della “invencible armada” finirà per perdere posizioni e inizierà un declino che la porterà ad essere ai giorni nostri un P.I.G.S. Giusto per chiudere il concetto ritengo che nell'attuale epoca di accordi commerciali, la Cina sia la potenza non solo economica, ma anche politica che meglio stia tutelando i propri capitali e le proprie società, mentre altri si stanno facendo togliere la terra da sotto i piedi. Ogni riferimento alla cessione dei porti di Trieste e Taranto a tedeschi e cinesi è voluta.
Torniamo ai caraibi e parliamo di bucanieri (rif. 5), che prendono il nome da un vocabolo di derivazione francese e significa coloro che cucinano la carne affumicandola alla griglia, (la radice è la stessa di barbecue) e i filibustieri (rif. 6) che sono coloro liberi di far bottino. In principio i bucanieri erano situati nell’entroterra, mentre i filibustieri operavano nelle coste, ma questa distinzione lascia il tempo che trova nel senso che tutti questi soggetti si spostavano da un ruolo all’altro con grande disinvoltura. Se ho ben capito bucanieri e filibustieri hanno la libertà dei pirati e una tutela equiparabile a quella dei corsari in quanto hanno compreso quali sono le nazionalità delle navi che possono assalire senza mettersi contro la giustizia. In questo gioco delle parti se hai alle spalle inglesi e francesi attacchi le navi spagnole. Non essendo dotato di lettera di corsa, il bucaniere non deve consegnare nessuna quota di bottino a nessun altro, in questo è simile ai pirati i quali, a loro volta, sono liberi di attaccare chiunque (sempre stando molto attenti a non farsi prendere).
Poteva anche accadere che chi era dotato di regolare lettera di corsa dopo che le era stata revocata o si decideva a ritirarsi tranquillamente in terra ferma, o si trasformava da corsaro in pirata. Il confine che spostava questi avventurieri da una parte all’altra della barricata era quindi molto labile, come ben illustrato dal curriculum di Henry Morgan (1635-1688) che iniziò come pirata, divenne bucaniere e terminò in qualità di ammiraglio della corona britannica andando a catturare chi era stato suo compagno di razzie agli inizi della sua carriera.Sicuramente non mancano i percorsi inversi ovvero chi abbandonò la marina militare per mettersi al servizio di pirati anche incentivati dalle voci del facile guadagno che giravano nei porti, le mie fonti sottolineano come la stragrande maggioranza dei pirati erano volontari. La pirateria era comunque una piaga dolorosissima per lo sviluppo economico e la sicurezza delle rotte cha garantivano l'approvvigionamento delle materie prime da lavorare in patria era e sarà alla base del processo di industrializzazione che vedrà su tutti erigere l'Inghilterra Vittoriana. Tutti i governi avevano il pugno duro con i pirati, ma in inghilterra vi era un luogo simbolo di questa battaglia: Execution Dock. (rif. 7)
A Londra, sul Tamigi, v’era questo punto dove i pirati catturati da ognidove erano giustiziati mediante impiccagione. La condanna veniva espletata dentro una gabbia di ferro e dopo la loro morte, che avveniva di fronte ad una folla numerosa incluse donne e bambini, rimanevano a decomporsi per svariati giorni. Questa pratica fu operativa per circa quattro secoli e vide l’ultima esecuzione il 16 dicembre del 1830. Nello specifico l’impiccagione dei pirati si eseguiva con una corda corta, cosa non sempre vera per altri condannati alla pena capitale, e la ragione è presto detta; quando il corpo veniva lasciato cadere con una corda lunga il peso del malfattore favoriva la rottura dell'osso del collo, facendo crepare il malcapitato in tempo breve, ma se la corda era corta, l’osso non si spezzava e il giustiziato aveva un’agonia lunga, il lento soffocamento implementava da un lato il suo supplizio, e dall’altro lo spettacolo del pubblico.
Questo teatralizzazione della condanna serviva da monito per i presenti, chiunque avesse visto la danza del maresciallo, così era chiamato a mo di derisione l’istintivo dimenarsi del furfante legato mani dietro la schiena da dentro la sua rete metallica, mentre il cappio gli toglieva il respiro, questo dimenarsi in aria dava l’idea di una danza, e chiunque del pubblico, in particolare i bambini, ci avrebbe pensato due volte prima di dedicarsi alla pirateria. Questo era ciò che volevano le autorità. Dicevo che il confine tra il corsaro e il pirata era labile, e la sentenza più famosa in tal senso fu l’impiccagione di William Kidd (1701) che da corsaro divenne tremendo pirata, ricercato e catturato dagli uomini di sua maestà. Se Hanry Morgan da pirata divenne militare inglese, Kidd da corsaro divenne un condannato a morte. Chi passava per Execution Dock aveva diritto ad un’ultima birra e poteva rilasciare un ultimo discorso sotto la forca esternando le sue riflessioni imprecando contro la sorte avversa o riconoscendo i propri errori. Il mondo della pirateria conobbe anche delle vere e proprie celebrità, come Francis Drake che fu il primo inglese a circumnavigare il globo, non meno importanti e ricche di suggestione erano le città dove si rifugiavano i pirati. ne citerò due.
Port Royal e la Tortuga
Il nuovo mondo era ricco, e le rotte che portavano dalle americhe alla Spagna (o più in generale in Europa) erano molteplici, molte però dovevano superare quel tratto di mare impregnato di isole vulcaniche che è il mar dei caraibi, un mare dove una miriade di isole grandi o più piccole rappresentavano un ottimo punto da cui sortire degli attacchi alle pesanti navi mercantili penalizzate dai bassi fondali che favorivano le veloci e leggere navi dei pirati. Uno dei punti cruciali della pirateria era l’isola di Tortuga scoperta da Cristoforo Colombo che sta a nord della più grande isola de Hispaniola, oggi divisa tra Haiti e la Repubblica Dominicana. Quest’isola, spagnola in un primo momento, fu contesa successivamente da francesi, inglesi e olandesi, questo anche per spiegare come fosse fluido il mondo e la geografia dell’epoca piratesca.
La città simbolo del mondo pirata, e la città più ricca, fu però Port Royal, (rif. 8) la “città più malvagia del XVII secolo” una sorta di novella copia di Sodoma o Gomorra che fece una fine spettacolare quanto le due città bibliche e forse anche per questo è entrata nell’immaginario di molti. Prima un terremoto la distrusse, poi il conseguente immediato maremoto la sommerse. Alcune case costruite su di un terreno sabbioso, a seguito dei cataclismi, vennero inghiottite dalle sabbie mobili e, come se non bastasse, dopo il dramma datato 7 giugno 1742 h 11,43 (l’ora è stata rilevata da un orologio da taschino recuperato tra le rovine) i corpi dei cadaveri andarono in decomposizione, favorendo successive epidemie attorno all'opulenta città. Port Royal un attimo prima del disastro era la seconda città britannica dopo Boston e una delle più ricche al mondo. Pirati, prostitute e commercianti di schiavi la frequentavano e si calcola vi fosse una taverna ogni 10 abitanti. Oggi tutto ciò che resta è un interessante sito di archeologia subacquea vicino Kingston, in Giamaica.
Per comprendere che tipo di vita vivevano i pirati utile è utile ricordare le dieci regole cui erano tutti costretti a sottoscrivere, nella peggiore delle ipotesi apponendo una “X” a mo di firma.
- Il bottino conquistato dall’assalto veniva ripartito tra tutti i membri dell’equipaggio, il modo predeterminato. I mozzi, che erano all’ultimo posto della scala gerarchica, avevano diritto alla quota minima, ma anche loro godevano immancabilmente di una parte del bottino.
- In caso di controversia ogni testa sulla nave valeva un voto. Vigeva quindi un regime decisamente democratico. Tra le decisioni che potevano esser prese v’era indicare chi dovesse comandare la nave, in caso ad esempio di un decesso, e la parola del capitano aveva in mare valore di legge.
- Cibo e alcool venivano divisi equamente tra tutti coloro che erano imbarcati.
- La condanna per i furti era o la pena di morte o l’abbandona in un isola deserta. Va qui precisato seppur si trattasse di ladri di professione, nell’assalto poteva darsi che uno dei filibustieri anziché consegnare ogni oggetto prezioso per la ripartizione, se lo intascasse, andando a ridimensionare il bottino da suddividere: era quindi un furto ai danni di tutto il gruppo, e la qual cosa non era ammessa.
- Le liti si dovevano regolare sempre a terra e mai in mare. Va qui ricordato che all’epoca l’onore e la parola spesso si difendevano con le armi. Nella pirateria, ecco il perchè di questa precisazione, mai le diatribe dovevano dirimersi in mare; ciò per non turbare gli equilibri di bordo. A terra poi si faceva ciò che si riteneva più giusto. Anche questo aiuta a comprendere perché l’aria di porto era spesso particolarmente “frizzante”.
- In ogni momento tutti gli imbarcati dovevano essere pronti alla battaglia con le armi da sparo cariche, le lame di pugnali e spade sempre ben affilate.
- Non era ammessa la vigliaccheria, in caso di arrembaggio tutti dovevano dare il massimo.
- Chi subiva delle menomazioni in battaglia, perdita di una mano o similare, aveva diritto ad un indennizzo. La colletività, insomma, si occupava dei meno fortunati. Era una società solidale.
- A bordo era proibito il gioco d’azzardo (dadi e carte).
- Non si poteva fare sesso in mare e chi veniva scoperto con giovani o prostitute veniva punito.
Come si comprende le regole oltre ad essere democratiche avevano la dote della semplicità, e se mi si permette ciò è l’esatto contrario di quelle sancite oggi dalla UE. D’altra parte persone armate e pericolose come i pirati dovevano aver chiaro cosa potevano fare e quando. Se la vita in mare era ricca di doveri e di rischi e povera di soddisfazioni si comprende perché Port Royal e la Tortuga diventasse un ricettacolo di ogni sorta di vizi. Questi uomini dovevano pur sfogarsi e spendere in qualche modo le ricchezze accumulate, gioco d'azzardo, alcool e attività sessuale sfrenata in quei porti erano la normalità. Quanto al diffuso alcolismo è giusto precisare che spesso l’acqua di quei luoghi era insalubre, al contrario delle bevande alcoliche che per loro natura non sono infette. Questo naturalmente non impediva di devastare il fegato o di trasformare vecchi lupi di mare che abusavano di gin e rum in dei mendicanti che vagavano nei porti in cerca di un sorso di alcool.
C’è ora da parlare di un'usanza presente nel mondo della pirateria: il matelotage. (rif. 9). Era un contratto che legava due uomini a condividere ogni cosa, oltre al bottino anche le donne e l’amaca. Non era un esplicito accordo sessuale, ma non era neppure esclusa la condivisione carnale tra i due contraenti sempre consenzienti. Chi era più giovane poteva trovar riparo e protezione in un vecchio lupo di mare cui riservava in esclusiva la sua freschezza; il vantaggio era che in caso di decesso a lui, fermo restando la tutela degli eredi, spettava quanto il trapassato aveva lasciato al "partner". Va qui precisato che se il pirata decideva che una certa ricchezza dovesse essere destinata ai suoi famigliari questo veniva rispettato. L’uso degli orecchini d’oro poi, erano un modo per poter pagare i funerali senza esser gettati in mare, cosa che essendo uomini di guerra loro sapevano essere possibile, ma che deprecavano. Precisa questa fonte che, se nell'orecchino era incisa la località, si sapeva anche dove se possibile doveva venir sepolto il feretro. (rif. 10 minuto 4’00’’).
Con grande anticipo quindi il contratto del natelotage tutelava le coppie diremmo oggi irregolari. Rubboli precisa una cosa importante: nel resto del mondo, con particolare riferimento all’Europa dell’epoca, chi praticava l’omosessualità era bandito e passibile di pena di morte per delitto contro la divinità: nel mondo della pirateria al contrario non solo era accettata, ma i due uomini potevano addirittura godere di una sorta di tutela giuridica assegnando al superstite la quota che spettava a chi era perito. La ragione per cui l’amore tra appartenenti dello stesso sesso era diffusa dipendeva anche dalla carenza di donne, che come spiegato non erano ammesse in mare. Nell’isola di Tortuga il governatore francese François Levasseur, di indole cattolica, infastidito da questo fornicare omosessuale nel 1645 cercò di porre rimedio facendo arrivare dalla patria 1650 donne recuperate dalle carceri, prostitute e ladre, sperando che la presenza femminile in terra favorisse una normalizzazione dell’attività sessuale. Gli esiti che ciò possono aver avuto nella comunità sono lasciati alla fantasia del lettore.
Interrogativo: le donne pirata.
Una cosa stride però con quanto sopra affermato: non erano ammesse donne pirata, si precisa nel decalogo della pirateria e però la storia narra di Maria Lindsey pirata e crudele assassina (rif. 11) “l’omicidio non era solo una questione di business, ma un vero e proprio piacere”. cita la mia fonte che ringrazio e da cui copio a piene mani. La Lindsey ed il suo uomo, il pirata Eric Cobham non lasciavano mai tracce e uccidevano tutti i passeggeri delle navi. Una leggenda narra un episodio violento che ben ne descrive il carattere: dopo aver saccheggiato un vascello, legarono il capitano e due compagni all’albero maestro usandoli come tiro al bersaglio. Dopo aver accumulato per anni, saccheggi e omicidi, i Cobham decidono di ritirarsi dalla pirateria e si trasferiscono in Francia in una piccola comunità per godere delle ricchezze acquisite. Eric prenderà il posto di un magistrato locale e diventerà un giudice rispettato, ma Maria cadrà in depressione, fino ad arrivare al suicidio. Alcuni sostengono che la morte fu a causa del marito donnaiolo, altri del cambio di vita troppo tranquillo e senza avventura. Non si conosce la verità dei fatti ma il corpo della donna fu ritrovato dopo due giorni a riva, ai piedi di una scogliera. Il marito, distrutto dal dolore, scrisse una confessione che fu ceduta al parroco locale, promettendogli di pubblicarla solo dopo la sua morte. Grazie a questa testimonianza, oggi possiamo conoscere una parte della vita dei due pirati.
Interessante fu anche la storia di altre due donne pirata, Anne Bonny e Mary Read, le quali dopo una vita dedita agli assalti vennero processate a St. Jago de la Vega, riuscendo a sfuggire alla morte, dichiarandosi incinte. Secondo la legge del tempo, infatti, prima di essere giustiziate dovevano partorire. Vennero imprigionate per diversi mesi. Mary morì di febbre in carcere, mentre di Anna si persero le tracce. Non vi sono notizie del suo rilascio o sulla sua presunta morte. Il suo nome scomparve misteriosamente dalle registrazioni ufficiali. Secondo Daniel Defoe, (autore de l’Historia General de los Robos y Asesinatos de los más Famosos Piratas, Editorial Valdemar, Madrid, 1999), prima di morire Mary dichiarò: “Non considero troppo rude morire sulla forca, perché se non esistesse questo rischio tutti i codardi diventerebbero pirati e andrebbero per mare, costringendo i coraggiosi a fare la fame. E se si concedesse ai pirati di scegliere il loro castigo, non chiederebbero altro che la morte, perché la loro paura a questa farebbe diventare onorati alcuni ladri codardi; perché molti di quelli che adesso truffano vedove e orfani ed opprimono i loro vicini poveri che non hanno denaro per ottenere giustizia salperebbero in mare a rubare, così l’oceano sarebbe pieno di ladri come lo è la terra (…)
Delle donne pirate quindi c’erano, d'altra parte questo mondo è un mondo fluido, dove ci sono molte regole, ma altrettante eccezioni, un mondo ricco di storie singolari e di schemi che rompono con la tradizione, anche per questo è un mondo che ha saputo nutrire racconti letterai, prima, e la cinematografia poi, sia con racconti verosimili sia con storie fantastiche. A tal riguardo preciso che la ricerca incrociata delle informazioni da esiti ballerini, il lettore apprezzi quindi il lavoro di sintesi che ho effettuato prendendolo però con le pinze. Spero mezzo questi numerosi racconti esser riuscito a spiegare perché chi si era immerso per un certo periodo nel mondo dei pirati poi non sempre si ritirava nel paesello natio per godere dei beni accumulati. Non solo non era facile metter via delle ricchezze i beni in quei porti, ma non era neppue facile rinunciare ad uno stile di vita fatto di intensità, quando in quasi tutti i paesi d’Europa era il suono della campana della Chiesa a dettare i ritmi di vita ed i casti valori da seguire. La pirateria ancor oggi è praticata con energia in Malesia, nel mar della Cina e nei pressi del Madagascar, lì dove è ancora presente a Sainte-Marie un piccolo e vetusto cimitero di antichi pirati.
Che spunto ho recuperato da queste storie? Che il primo grande movimento globalizzato è fatto di sgambetti e pur di impossessarsi della ricchezza ogni mezzo è stato utilizzato da chi se la voleva accaparrare. Alla fine i nostri romantici ed eroici pirati sono spesso stati utilizzati come arma da puntare contro i nemici commerciali e visto l’esito della storia, chi lo seppe fare con più determinazione alla fine guadagnò le posizioni di prestigio. Traduco, all’epoca dei pirati, era la Spagna la regina degli oceani, e i territori che governava nel centro e nel sud america la collocavano come nazione egemone. Gli inglesi più dei francesi compresero quanto fosse importante il dominio dei mari e la gestione delle rotte commerciali. Compresero anche come la vera ricchezza era nel lavorare quelle materie prime reperite nel nuovo mondo (si pensi al cotone che alimentava l'idustria tessile in patria). I corsari servirono per "lavorare ai fianchi" i loro rivali spagnoli sfiancandoli con un incessante azione che anno dopo anno, decennio dopo decennio, colpirono centinaia di imbarcazioni. L'egemonia dei mari passo dalla Spagna all'Inghilterra. In questo mondo divenuto "più ampio" con la scoperta del nuovo mondo, dove la libertà pareva premiare chi aveva coraggio, coloro che meglio seppero gestire il fenomeno piratesco uscirono vincenti da questa nuova situazione geopolitica.
Oggi siamo tutti fratelli europei, e la caduta delle bariere commerciali ripropone in un certo qual modo lo scenario degli anni sopra descritti. Mi interrogo: siamo poi così certi che dietro l’amore manifestato e la voglia di liberalizzare non si celino interessi di parte? Se nell’epoca d’oro dei bucanieri caraibici erano le famiglie nobiliari e reali a contendersi bottini, prestigio e potere, ora sono ignoti magnati celati da aziende con capofila in paradisi fiscali a contendersi i mercati ed i porti che contano, non esitando a far man bassa delle ricchezze prodotte altrove. Va segnalato che la compagnia delle indie, la prima società per azioni, nasce negli anni in cui si sviluppa la pirateria, anche se questa società opera nell’altro oceano rispetto a quello dei velieri col teschio.
Questo ci indica come il mondo della finanza fosse già ben presente in quell’epoca che riteniamo vissuta da eroi senza padroni, e che vengono presentati come la quintessenza della libertà, poi però, come velocemente ricordato, molti di loro finivano per penzolare sotto gli occhi e le risa degli inglesi a Londra, capitale della finanza, quella finanza che già allora influenzava le strategie politiche e apriva o restringeva gli spazi entro cui si dovevano muovere i pirati. La nostra ricostruzione ci ha portato ad Haiti, in Repubblica Domenicana in Giamaica e in Madagascar splendidi posti per fare del turismo, ma dove forse nessuno ci vorrebbe nascere in quei potenziali paradisi. E se oggi che scrivo sono paradisi ma solo potenziali, forse dipende dalla storia che hanno vissuto, una storia che li ha visti come covi e rifugi di malfattori che si imposessavano della richezza prodotta da altri, ma mai da loro. In queste isole l’idea del “lavoro” era equiparabile al “rubare” e una simile società, a quanto pare, non genera benessere, anche se in quei posti del clima fantastico v'era (e c'è tuttoggi) libertà sessuale e abbondante promisquità (Devo precisare che le mie esperienze ed i racconti ascoltati escludono da questa generalizzazione il Madagascar, mentre l'esperienza che ho vissuto in Repubblica Domanicana ed le testimonianze raccolte mi permette di trateggiare una simile realtà circa le nazioni caraibiche).
Gli abitanti che ancor oggi abitano le isole caraibiche, arrivarono da altri continenti, spesso trasportati dalle navi negriere. Quanto agli europei che si fermavano lo facevano spesso perché ricercati in patria. Degli abitanti originari non vi è rimasta traccia, tutti sterminati o dalle malattie o perchè passati per le armi, rei di voler difendere le loro terre.Questo mescolare di popoli subentrati, questa libertà sessuale che in qualche modo è rimaste in quelle terre dove molti bambini sono privi di una famiglia regolare (padre e madre) e l'assenza di valori radicati non pare a me abbia portato tanta felicità in quelle terre. Non so perchè mi vien in mente l’immigrazione che ci viene imposta a noi oggi in italiani. Sappiamo che l’Europa c'entra con l’idea di aprire le frontiere e come oggi si viva un'era di paradossi! Paradossi dicevo: oggi che scrivo, è la vigilia di Natale, io non sono libero di andare alla Messa natalizia perchè le Chiese sono state chiuse per decreto e se mai uscissi di casa una delle molte pattuglie di polizia mi fermerebbe all'istante, mentre quest'anno i clandestini son entrati nelle nostre frontiere senza particolari problemi. Io sono chiuso in casa e gli extracomunitari miniti a volte di umili carrette del mare, vanno dove vogliono senza ostacolo alcuno. Chi lo scorso anno li ostacolava (numeri alla mano) è stato processato, e meno male che è il politico con i maggiori consensi proprio per voler interrompere questi flussi migratori. Quanto alla libertà sessuale e alla parità di genere, che quei paradisi per primi professarono allora, e che è assai diffusa ancor oggi, sempre l’Europa ce la finanzia: nel recente Recovery plan voluto dall’U.E. la parità di genere vale il doppio della sanità; questo in piena crisi medica!
Mi ferma qui con le affinità che intravedo tra il mondo ed il modello degli antichi territori pirateschi, con le società che oggi quei stessi territori propongono e alcune situazioni che si stanno verificando in Italia specificamente e nel sud Europa più in generale. Una parentesi merità la capacità produttiva, inesistente nel mondo dei pirati di allora e asfittica anche nelle loro realtà odierne. Ricordo una volta in più che l'Inghilterra vide crescere il suo prestigio e il tenore di vita dei suoi cittadini perchè produceva i beni grazie alle sue industrie. Noi stiamo facendo il contrario in Italia, e quest'anno con maggior forza; le nostre imprese produttive sono sempre più costrette a chiudere. La nostra industria, una delle migliori al mondo si sta smantellando da decenni. Non ne ho le prove, ma l'idea di mondo che oggi c'è nelle isole che furono a suo tempo il regno dei pirati, pare che casualmente, o predeterminataménte (il piano Kalergi non l'ho scritto io - rif. 12), si stia ponendo in essere anche in italia. Allora si stava sviluppando un nuovo mondo e un nuovo ordine mondiale si andava ad imporre.
Siamo proprio sicuri che non si abbia nulla da imparare da questi racconti?
Mirco Venzo, 24/12/2020 h 23,23
rif. 1 http://www.qzone.it/index.php/36-q-economy/75...
rif. 2 https://www.youtube.com/watch?v=3aLOpgXpmDs
rif. 3 https://www.linkiesta.it/2018/12/ma-giulio-cesar...
rif. 4 http://www.qzone.it/index.php/q-shorts/31-shor..
rif. 5 https://it.wikipedia.org/wiki/Bucaniere
rif. 6 https://it.wikipedia.org/wiki/Filibusta
rif. 7 https://www.youtube.com/watch?v=BJQXhwDt....
rif. 8 https://www.youtube.com/watch?v=OSZru8G6DJ4
rif. 9 https://www.youtube.com/watch?v=5WoaWu7ktjI
rif. 10 https://www.youtube.com/watch?v=GF5gPjt9L2U
rif. 11 https://officinebrand.it/offpost/le-donne-pirat...
rif. 12 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirc...