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20200320 VM Lettera dal FronteCiao Alex,
l’Italia sta vivendo, e con lei credo tutta l’Europa occidentale (quella orientale, non so spiegarti il perché, per ora ne pare fuori) un vero e proprio conflitto. Siamo in guerra, anche se l’unica cosa che manca sono le bombe, e per fortuna i morti non sono tantissimi, almeno per ora. Partiamo proprio dai numeri, che poi devono essere presi con le pinze, 4032 in tutta Italia, 131 nel Veneto. Come vedi non numeri impressionanti, che però, ed è questo il motivo dello stravolgimento sociale, sono destinati a cambiare. Domani sappiamo ci saranno più contagiati di ieri, e dopodomani ce ne saranno più del giorno precedente. Quanti di più? Dipende dai contatti che vi saranno tra le persone.
E qui arriviamo alla fotografia della realtà. Per evitare che la gente si relazioni l’un con l’altro, come normale sia, e com’è sempre stato nella storia dell’uomo, il paese si è quasi del tutto fermato.

Le fabbriche hanno chiuso, gli uffici hanno chiuso, i negozi hanno chiuso. Io sono a disagio, ad esempio, perché ho i capelli lunghi, ma non posso andare da un barbiere a tagliarmeli, i barbieri sono chiusi. Una mia cara amica, che odia i peli, è in crisi perché non ha fatto tempo a passare dall’estetista… così si sente a disagio con se stessa. Non si può andare in strada a fare una passeggiata, non si può fare sport, non si può far jogging…

Proibiti i caffè nei bar, proibite le visite tra amici, proibito darsi la mano per salutarci, proibito abbracciarsi amichevolmente. Ogni persona deve stare ad almeno un metro di distanza una dall’altra. In questa paralisi generalizzata, in questo paese dove le strade e le piazze sono vuote quasi totalmente o totalmente, pochi possono andare a lavorare. Tra questi cito a mo’ di esempio coloro che operano nella grande distribuzione (i supermercati: la gente deve pur fare la spesa per mangiare), chi lavora nelle farmacie, o chi lavora negli ospedali… ed è quest’ultimo il mio caso, Io sono in portineria di un piccolo ospedale privato del Veneto. E sono proprio questi punti i lunghi di contagio, a mio avviso.

In particolare rientro proprio ora dal supermercato dove la situazione e la tensione ed i problemi di questa “guerra” sono evidenti. A me piace andare a fare la spesa, è un momento di riposo. Io da sempre ci vado senza lista e mi faccio influenzare dagli stimoli ricevuti dall’ambiente. Che ne so, vedo che è in offerta quel certo prodotto, ne studio il prezzo e immagino come può integrarsi con i miei programmi… Pancetta: sono a casa per preparare un sugo all’amatriciana? Sì: la prendo, no, lascio stare… Birra: ho ospiti che arrivano? SI? Chi sono costoro? Amici che amano la birra o meno? E decido se prendere la birra o se lasciarla li… Questa è la spesa che faccio io.

Ora non posso più farla, entro nel supermercato e devo stare attento che nessuno mi si avvicini. Cerco di rimanere il meno possibile dentro l’ambiente. In quel luogo anche se sono lontano a più di un metro di distanza, ci sono centinaia di persone, l’aria pullula di batteri e di virus, tra questi quelli che possono compromettermi. Devo fare in fretta… e così, quel momento di relax, di analisi dei singoli prodotti, è sacrificato. Sei di corsa, sei sospettoso di chi ti si avvicina, tutti quegli anziani che vagano indecisi, incerti sul da farsi, t’infastidiscono. Veloce, veloce, veloce… devi fare veloce. E così butti nel carrello quel che ti pare importante, rapidamente, senza dedicare concentrazione al singolo acquisto, aggrappandoti ad un istinto che hai maturato prima di partire. Dovevo prendere il disinfettante per la gola al propoli. Eccolo, uno senza alcool… meglio ne prenda due, nell’altro supermercato questo prodotto non si trova. Scaraventi le due piccole boccette nel carrello e corri via…

Finalmente sei uscito da quell’ambiente e pensi alla cassiera che ieri, a trentuno anni, ha perso la vita. I veri eroi sono coloro che in questo luogo ci passano otto ore. Sono loro i soggetti più a rischio. Loro e coloro che vivono e lavorano negli ospedali, ossia io. So di essere a rischio, anche perché non ho più vent’anni, come quando ci siamo conosciuti, ne ho quasi sessanta, e soffro di bronchite cronica con complicanza asmatica. Alex, io ho già seri problemi di respirazione, e quindi se il virus mi prende, la mia sorte è quasi segnata. Tuttavia questo non è il mio problema maggiore, sono sempre stato fatalista e so che prima o poi morirò. Non so quando e non so come, come tutti d’altronde.

La mia vera paura è perdere il lavoro. Mi è già capitato più volte, e… questo è il mio vero terrore. So cosa significhi e so che in un’economia di mercato, vivere senza lavoro è come trovarsi dentro una stanza di ospedale attaccato ad una macchina. Respiri e pensi come chi è libero di andare dove vuole, ma loro frequentano persone, si divertono, vivono, in una parola, tu vegeti; soffri e basta. Non vivi, esisti solamente al pari delle muffe e dei funghi, se preferisci delle piante. Tutto ciò che vorresti fare ti è precluso e così anche le relazioni saltano, le eviti, ti chiudi in te stesso, ti isoli. Vivi il peggiore degli isolamenti, non questo imposto per legge, che mi tocca relativamente, ma quello che ti autoinfliggi, quello che ti distrugge.

Ecco perché ti scrivo la lettera dal fronte. Il fronte è il punto in cui i soldati si aspettano di vedere da un momento all’altro il nemico, ed è la peggior situazione di guerra. Noi italiani siamo in questa situazione, non solo per il virus, che non so quando, ma prima o poi se ne andrà, ma per la situazione economica che si sta andando a creare. Qui salteranno migliaia di aziende, si perderanno migliaia di posti di lavoro, ed allora la solitudine, l’immobilismo non ci sarà perché te lo impone il decreto legge, ma c’è perchè tu ti senti inadeguato, ti senti colpevole, ti pare di non aver fatto abbastanza o di non esser abbastanza bravo per difendere il tuo lavoro. In una parola ti senti un fallito. E speri di morire perchè così eviti di vivere con questo stato d’animo. Io quello l’ho passato, Alex, e per questo non ho paura del virus, e vado in uno degli ambienti più a rischio, sereno, in attesa che arrivi la mia ora, come prima o poi deve arrivare per tutti.

Fine della lettera dal fronte, da un paese che è in una sorta di conflitto dove il nemico non si vede. Avrei bisogno di più tempo e più parole per descriverti meglio la cosa, ma mi pare di averti scritto già abbastanza e non so se il tuo italiano regge tutto questo lungo racconto. Chiudo dicendoti che sei con me, ogni giorno… in camera mia c’è il quadro che mi facesti a suo tempo. Lo ricordi? Non credo. Non credo tu ti ricordi di che cosa realizzasti e soprattutto come mi presentasti il lavoro. Un uomo nudo guarda nel cielo, elevandosi dalla gente. Per essere liberi bisogna saper elevarsi oltre i luoghi comuni della massa, e puntare in alto oltre la luna oltre il sole, cercando nell’universo il proprio obiettivo, la propria ragione d’essere, chi noi siamo. Questa ricerca interiore ci rende sereni, liberi…

Questa è l’interpretazione della tua opera Alex, che magari avevi anche dimenticato, ma che non ho scordato io, e che come vedi anche in questo momento di guerra è d'aiuto. E quindi, come comprendi, anche se sono molti anni che non ti scrivo e non mi faccio vivo, tu sei sempre stata con me, non solo per i momenti trascorsi, ma anche grazie a questo capolavoro che tu mi hai regalato, legandoti a me, per sempre.

Mirco Venzo, Treviso 21/03/2020 #qzone.it
Nella foto l'opera di Alexandra Vodeling a titolo Libertà realizzata tra la metà, e la fine degli anni '80 a Venezia.

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