Questa recensione nasce spinta dalla ritrosia provata visionando Il corpo, un film di Luigi Scattini (nel rif. 1 vi sono le motivazioni). Il corpo doveva essere (è!) un “Thriller erotico” che però mi ha dato poco anche a livello emozionale. Ho quindi voluto rivedere, ed ora sto a recensire, La nipote (rif. 2) di cui avevo ottimi ricordi e, in effetti, la rilettura di questa pellicola mi lancia innumerevoli spunti su cui disquisire: non sarò breve, quindi inizio subito. Alcune critiche affermano che questa pellicola nasce come “reazione” a Malizia di Salvatore Samperi (rif. 3) che l’anno precedente aveva aperto un filone; il raffronto tra questa pellicola e quella dell’anno precedente regge perché molti sono i punti di contatto, anche se parecchi sono gli aspetti divergenti.
Trama de La nipote
Verso la fine degli anni ‘60 una famiglia borghese trascorre le vacanze estive nella casa di campagna rodigina, la ragione di questa scelta è la passione per la caccia dell'Ingegnere Luigi Favaretto (interpretato da Daniele Vargas), maschio di mentalità fascista, quindi maschilista, accentratore, che paventa ed esibisce senza “fregarsene” dell’opinione altrui, in particolare dell’opinione della legale compagna, una passione per la carnalità e per il sesso. Lui è il capo famiglia, a lui tutto è concesso, tanto più che la tradizione, quella cui si riconduce l’ideologia fascista, vede l’uomo “cacciatore”, e questo pare legittimare, almeno secondo la sua visione del mondo, questo suo agire.
La combriccola oltre alla moglie dell’ingegnere, Zoraide, (interpretata da Annie Carol Edel) comprende anche Piero, dipendente fidato ed “amico” dell'ingegnere, (Giorgio Ardisson), ma ne è parte pure un’avvenente cameriera, Doris, (Orchidea De Santis). Le attenzioni dell’ingegnere sono orientate verso la procace governante e la bramosia di possederla è tale, da togliergli lucidità, sin tanto da non accorgersi che la moglie gli sta restituendo i corni in tempo reale, accoppiandosi con il suo compagno di caccia, che lui continuamente taccia come “mona”. Questo equilibrio famigliare è modificato da due figure che si aggiungono al gruppo: Adele, (Francesca Muzio) figlia della sorella di Zoraide (e quindi nipote dell’ingegnere ma non per sangue, per affinità) ed il figlio di Favaretto, Antonio, (Roberto Proietti) di ritorno dal collegio religioso dove studia durante l’anno, in libertà nel periodo estivo. L’ingegner Luigi è il padre naturale di Antonio mentre Zoraide ne è la matrigna.
La pellicola può essere considerata una commedia sexy dove commedia è un vocabolo riduttivo giacché le situazioni proposte sono riconducibili alla comicità; sicuramente vi è del erotismo, ma questo è forse raffreddato dall’abbondanza di situazioni ilari che penalizzano questo aspetto; ciò non toglie che molte situazioni, la trama stessa, e le immagini dove spesso i veli femminili cadono senza indugio, favoriscano lo stimolo per chi ha una sensibilità maschile. Come per Malizia di Samperi sorge in me una domanda: come valuta il pubblico femminile una simile pellicola? Non è questo il momento di cercare queste risposte, ritorno per tanto alla storia ruotante attorno al capofamiglia, un erotomane incallito con l’istinto di “catturare” ogni figura femminile paia a lui appetitosa. E’ lui a tenere desta l’attenzione dello spettatore con situazioni sempre divertenti causa le molte disavventure che complicano le sue strategie di seduzione, istintive, improvvisate, e direi per nulla raffinate che quando gli va bene, si concretizzano in performance sessuali di basso livello.
Oltre alle molteplici scene simpatiche uno degli strumenti di cui si serve il regista per divertire lo spettatore è la lingua veneta, elemento questo che se da un lato mi avvicina alla pellicola (io sono di Treviso), dall’altro capisco che ostacola chi è lontano a questo dialetto ed a una certa “sensibilità”. Insomma, il veneto da un lato è un punto di forza di questo film, ma dall’altro ne è anche uno dei limiti. Faccio subito un esempio: quasi sempre il Favaretto si rivolge al suo amico Piero dandogli del mona. “Mona” è un epiteto molto diffuso nella mia regione, dai molteplici significati, in questo caso può essere tradotto in italiano con “sciocco”. Il fatto però di battere la testa sulla porta della propria abitazione, (questo accade mentre l’ingegnere sta inseguendo la cameriera Doris che, probabilmente, vuole anche essere acchiappata ed infatti lo avvisa del pericolo - “Atento ala testa”...Niente da fare, TOC! - fine della corsa e niente godimenti per nessuno). Il fatto di perdere il binocolo facendolo cadere dalla finestra mentre sta spiando la collaboratrice domestica che si spoglia, perdendo le immagini salienti, ma perdendo anche il binocolo agguantato dal cane da caccia che lo porta via e lo nasconde come si trattasse di un fagiano; e non da ultimo il fatto di essere cornificato dal proprio amico e dipendente che proprio lui ha voluto in casa, da lui deriso ogni qual volta lo coinvolge in una qualsivoglia iniziativa, sono solo alcuni veloci esempi che rendono palese a qualsiasi veneto che il mona del film non è Piero, ma è chi a Piero del mona da: ovvero l’Ingegnere.
Ho parlato del dialetto veneto come uno dei protagonisti di questo film affermando che ne è nel contempo un limite, sono convinto infatti che anche una ipotetica traduzione in inglese (ad esempio) faccia perdere elementi di fascino importanti. Resta il fatto che il regista Nello Rossati non valorizza la mia regione solo con il dialetto, ogni attore è doppiato, e devo dire che i doppiatori hanno fatto un lavoro ottimo, cito Sergio Graziani che da la voce a Vargas (costui originario di Imola) e Vittoria Febbi che da la voce alla De Santis (nativa di Bari), ma lo fa, la valorizzazione del Veneto, anche sapendo cogliere dettagli del paesaggio, oltre che sfumature psicologiche di questo territorio. Esempio: il film inizia con una chiacchierata nella piazza del paese dove degli amici della famiglia, il parroco del paese (Otello Cazzola) ed il medico Romeo, (Ezio Marano) si scambiano opinioni futili. Certo, questa scena ha una sua importanza perché la figura di Romeo contribuisce a dare ilarità ed interesse all’intero film, ma può passare inosservato il fatto che in questo modo il regista sta illustrando allo spettatore come la ciacola (il chiacchierare alle spalle) sia una caratteristica veneta che coinvolge ogni cittadino, a prescindere dal ruolo più o meno prestigioso, può coinvolgere il medico del paese (uno dei cardini della collettività paesana dell’epoca) e/o può coinvolgere fin anche il parroco del paese, l’esempio morale della comunità.
Altra bella descrizione della psicologia veneta è il rapporto con la religione, assai ipocrita: l’ingegnere si confessa, ma non ci pensa proprio ad abbandonare la strada del peccato. Un adagio popolare locale rende l’idea "basa banchi, ciava santi" che si può tradurre con “diffidate di chi va sempre in Chiesa, questi che si inginocchiano davanti all'Altare, devoti in pubblico, sono coloro che poi ti “fottono” quando possono…” (poi si confessano e ritengono, con l’anima sciacquata e purificata, meriti il paradiso). Torniamo al regista che non si limita a catturare l’architettura delle ville venete, la pianura con i fiumi, e le piazze cittadine ma, dicevo, tratteggia un po’ anche l’anima del territorio; ne Il corpo, una delle mie critiche era proprio rivolta in tal senso, dei caraibi non c’è traccia mentre, al contrario, senza tanto sbandierarlo, Rossati tra una battuta e l’altra, tra una palpata di culo ed una di tette, sta raccontando qualcosa del Veneto. Non va dimenticato che l’obiettivo principale della produzione è far cadere veli per esibire corpi femminili quindi questi elementi che potrebbero sembrare "un di più" e che a molti sfuggono, sono però la ragione per la quale questa pellicola per me è una piccola opera d'arte. Del protagonista maschile ho detto, ma non meno importanti sono le due protagoniste femminili che rappresentano altrettanti cardini del film; una polarizza l’interesse dello spettatore nella prima parte, l’altra la sostituirà nella seconda.
Le due donne del film: Doris ed Adele
Doris, la cameriera che affascina il suo padrone e lo spettatore con una semplicità ruspante è una donna carnosa e carnale, spontanea, molto terra terra. L’idea è che ami il sesso tanto quanto il suo titolare. La servetta è una donna burrosa, sa che le sue curve piacciono agli uomini e, capito che dall’ingegnere può solo aspettarsi palpeggiamenti al fondoschiena o volgari carezze ai seni, (per situazioni più appaganti quel “granduomo” non è predisposto), non ha difficoltà a cercare soddisfazione altrove, prima andando a stuzzicare il giovane ed impacciato Antonio, tentando di “svegliarlo” o, vista la scadente risposta del ragazzo, a trovare un amante di comodo in una festa organizzata proprio per stimolare gli istinti del figliastro di Zoraide, che, naturalmente, di tutti i partecipanti al festino è l’unico ad andare “in bianco”. In questa pellicola ogni gesto di Doris è provocazione proprio le scene che il regista gli fa fare, scene di una seduzione che definirei semplicistica. Non vorrei si scambiasse la semplicità con l’efficacia: Doris è la figura più sexy dell’intera pellicola anche in base ai giudizi che poi riporterò.
Questo ruolo di protagonista femminile viene però ceduto nello scorrere del film all’ultima arrivata, Adele, la nipote, che ha caratteristiche totalmente differenti rispetto alla bionda. Adele è mora, ha seni piccoli e non ha le curve abbondanti della concorrente. Ciò non toglie che abbia delle belle gambe e volendo fare un paragone si passa da una donna da “balera emiliana” (Doris) ad una sofisticata ballerina di danza classica (Adele). Non solo il fisico cambia, ma anche la modalità di seduzione, molto più raffinata nel caso della nipote, meno pomposa ma non per questo meno efficace, direi anzi macchiavellica. Tra le differenze rilevanti vi è l’età, la bionda Doris è sì giovane, ma la percezione è di una donna che abbia alle spalle le sue esperienze amorose e lo spettatore capisce che costei conosce assai di queste cose, al contrario Adele si presenta come una fresca cerbiatta impaurita ed abbandonata da tutti, pare inesperta e da principio sembra una preda predestinata nella foresta della vita. Di minuto in minuto, di scena in scena, da un ruolo dimesso, quella ragazza apparentemente insipida ed amorfa, lo spettatore la vede fiorire: da crisalide assiste alla trasformazione in farfalla, anche se è più giusto dire, la vede uscire dal bozzolo per diventare una feroce mantide molto poco religiosa.
A me ha affascinato seguire l'evoluzione della nipote e notare come un passo alla volta, acquisisca sempre più carisma, sempre più attrattiva, come si impossessi del palcoscenico di cena in scena. Doris è una donna che canta a squarciagola e che dimena il sedere quando lava sul tinozzo (specie quando sa che alle sue spalle occhi maschili la osservano: deve catturare la loro attenzione) Adele arriva sempre silenziosa ma sa essere lì dove deve essere quando le cose importanti accadono. Dicevo che pur se giovane, la mora, sa valorizzare il suo corpo per attirare gli uomini dentro la trappola, risultando in questo, alla fine della pellicola, non del tutto diversa da Doris. Qui vi è una similitudine con la Malizia di Samperi, ovvero anche in questo caso, come nel film dell’anno precedente, a muovere come pedine nella scacchiera gli altri protagonisti più anziani, è un personaggio giovane e insospettabile, Nino la Brocca, (Alessandro Momo nel film del 73), Adele (la Muzio) nel film di cui scrivo. Dicevo che è soprattutto caratterialmente che Adele è diversa da Doris, tanto estroversa, spontanea e fresca è la prima, tanto introversa, riflessiva, osservatrice, pianificatrice, luciferina, è la seconda. Narrerò ancora di Adele e dell’interpretazione della romana Francesca Muzio, ventiduenne all’epoca delle riprese, ma per farlo devo ritornare alla trama. Eravamo rimasti che alla famiglia in vacanza si aggiungono il figlio dell’ingegnere e la nipote della sua compagna. Sin dalle prime scene il ragazzo viene presentato come un giovane cui manca un boio (traduzione: la fase di crescita mentale non è stata portata a compimento, come quando, cucinando la pasta, mancano due minuti, ed ad ogni forchettata, ovvero in ogni situazione, questa risulterà sempre dura, così è per il ragazzo).
Anche la taciturna puledrina, dicevamo, appena arrivata pare smarrita è forse anche un po’ turbata dall’abbondanza di sesso che la circonda, dai crudi palpeggiamenti che non gli vengono certo celati, e dagli accoppiamenti che lei sa scorgere, (al contrario del ragazzo che nulla nota, e nulla vede, anche perchè troppo chiuso nel suo mondo fatto di riviste pornografiche, masturbazioni e turbe giovanili mai superate).Quest’ultima, il tema della masturbazione e delle pulsioni adolescenziali, è un’altra analogia con Malizia di Samperi. Entrambi i giovani che si aggiungono alla famiglia, (nel film La nipote) circa coetanei, arrivano da un collegio, ed entrambi sono privi della madre naturale. Due annotazioni sulla ragazza che sa di essere diventata povera, la madre che pagava la retta del collegio non c’è più, e la zia, Zoraide, le si presenta subito palesemente come una figura ostile. Dicevo che nelle prime scene Adele appare in fase di studio, scruta silente come tutto ruoti attorno al capofamiglia, come in quella casa il sesso sia il motore di ogni relazione e capisce che deve iniziare a muoversi in quel “universo maschile”, dove il fisico e la passionalità devono essere messe in campo, capisce che è giunto il momento di esplorare il terreno amoroso; non ci è dato sapere se fosse tanto o poco digiuna a questioni carnali, certo è che da un certo punto in poi lo spettatore comprende che la giovane nipote nel terreno amoroso gioca seguendo un canovaccio da lei prestabilito ed ancorato a una consolidata tradizione familiare.
La prima mossa è assumere il ruolo di Doris, rimasto vacante, dopo che lei stessa ha tramato per farla uscire di casa. Tra una risata e l’altra, tra una scena di nudo e un'altra, non è facile seguire la trama del film che però c’è e da dignità a tutta la pellicola. La dipartita dell’antagonista avviene perché, utilizzando il sigaro fumato da Piero, la morettina conduce passo passo l’ingegnere sin dove la Doris si sta accoppiando con uno sconosciuto, generando nei fatti la rottura tra la bionda e la famiglia, il capofamiglia è anche geloso degli altri maschi: a lui tutto dev'essere permesso, agli altri non deve rimanere nulla. Una volta tolta di scena la storica cameriera (che se ne va imprecando) l’ultima arrivata si propone per rilevare la posizione vacante di governante famigliare e da quella posizione privilegiata attira l’attenzione sia dello zio, sia del figlio dello stesso, seducendo entrambi. In particolare al più anziano, al “cacciatore di donne”, fa venire un primo attacco cardiaco e, non contenta, colpendolo su un suo punto debole con subdolo cinismo, gliene fa venire anche un secondo, definitivo, costringendolo per sempre alla posizione orizzontale dentro una cassa di legno. Durante il funerale arpiona l’erede delle fortune, il figlio dell’ingegnere Antonio, che sposato di lì a poco la fa diventare padrona di tutto. Nell’ultima scena si capisce che la vendetta nei confronti della zia che l’aveva umiliata si compirà a breve: anche Piero dimostra di essere attratto della giovane che, lungi dal respingere le sue avances, se la ride sotto i baffi. Il volto anonimo della ragazza finalmente da segni di espressività: è il ghigno di chi gode il sapore della vittoria e il dolce aroma della vendetta. La ragazzina anonima e insignificante ha eliminato tutti gli ostacoli che la separavano dal successo e sfruttando femminilità e determinazione è arrivata all’apice.
Ora che il lettore conosce la trama del film, posso riportare alcune critiche ricavate dal sito Davinotti (rif. 4) che permettono a me di proseguire con la mia analisi, ma danno nel contempo al lettore l’opportunità di conoscere opinioni differenti dalla mia. “...mentre la Muzio è tremendamente inespressiva e Proietti troppo imbambolato. Rossati, come altrove, non sa imprimere ritmo, ma qui lo salva in parte la non stonata lentezza della vita padana. Memorabile Orchidea De Santis” - “Strepitosa la Orchidea e la Edel, ma la Muzio è davvero il contrappasso dell’eros: difficile mimar Gloria (Guida) e Laura (Antonelli, evidentemente rimpiante da questo commentatore)- “... mi chiedo per quale assurdo motivo abbiano tolto di mezzo la De Santis a metà film: davvero un incomprensibile autogol. Per il resto la storia non interessa a nessuno neanche per 30 secondi…” Partiamo proprio da quest’ultima constatazione per difendere innanzitutto la storia. Ne Il corpo, thriller erotico, tutti si aspettano una storia sorprendente, la troveranno (in parte), ma i personaggi non sono per nulla originali e sorprendenti, qui, come la trama sopra esposta sta a illustrare, l’intrigo c’è, e mi spiace per l’amico che non si sia interessato alla storia che è pure funzionale ad uno degli elementi erotici del film. E già perchè se la burrosa e genuina Doris è sostituita dalla luciferina (utilizzo volutamente un aggettivo trovato tra i commenti di questo sito) Adele, la ragione è offrire al pubblico che si gode il film due differenti modi di essere donna, di sedurre, insomma, un bar che si rispetti non ha solo un liquore, ne ha una varietà, poi spetta al cliente stabilire quale preferisce.
L’interpretazione della Muzio deve essere, soprattutto all’inizio, sottotono, e il suo personaggio nelle prime scene deve sembrare inespressivo (o smarrito) proprio per poter passo passo svelare la sua personalità ed evidenziare la sua ascesa. Adele non è un personaggio statico come Doris che sculetta, fa vedere qualcosa del suo bel corpo, dal primo all’ultimo fotogramma sin tanto che sta nel film, ed il gioco è fatto, Adele si svela con un crescendo, evolve di scena in scena, è una pescatrice che getta l’esca di soqquatto senza dare nell’occhio, ma fa abboccare tutti al suo amo, per metterli in pentola senza pietà, ed anzi pare che proprio questo dominio della situazione sia la vera cosa che genera in lei soddisfazione.
Ribadisco quindi che tanto più lo spettatore capisce quanto la giovane stava in basso, tanto più poi può apprezzare il percorso compiuto per arrivare all'apice del successo. Doris/De Santis, rimanendo nella similitudine di cui sopra, sin dalle prime scene si capisce che è una tigre (una cacciatrice), Adele/Muzio seduce un altro tipo di spettatore, quello che è attratto da una figura più cerebrale, più sofisticata, lei è come quelle serpi che stanno nascoste, fanno vedere la coda e poi, quando lo sventurato si avvicina, lo colpiscono definitivamente con il veleno mortale. Per certi aspetti Adele è una figura quanto mai attuale sia per il suo fisico androgino, (oggi viviamo l’era dei trangender), sia perchè siamo nell’epoca delle mistress che crudelmente causano dolore e impongono la propria volontà agli sventurati che tale superiore volere subiscono e non da ultimo oggi viviamo in una società competitiva dove “mors tua” è “vita mea”, tutti questi elementi si ritrovano nella nipote e rendo merito a Rosati di aver anticipato i tempi con questo prototipo femminile. Questo modo di essere donna, spietata, competitiva come e più dei maschi, questo personaggio viene svelato dal regista un passo alla volta, lentamente, mentre, si badi bene, tutto il film scorre a grande velocità. “...la storia non interessa a nessuno…” diceva il commentatore di cui sopra, spero di aver spiegato perché, a mio avviso, questo non è affatto vero! Ribadisco per la seconda volta che la presenza di due donne in una stessa pellicola crea non un singolo, ma un duplice interesse nel vedere come madre natura ha plasmato la femminilità, trattasi di una pellicola erotica e la curiosità dello spettatore sarà appagata: i corpi delle due protagoniste verranno generosamente esibiti dal regista.
In un altro commento di Davinotti, si criticava la scena della scala analoga (scopiazzata è il senso di questo opinionista) a quella presente in Malizia con la Antonelli. Anche in questo caso rilevo delle leggere ma significative divergenze. Angela sale nella scala perché glielo impone Nino, è il giovane che muove come una marionetta la figura più anziana, certo, creando uno spettacolo per gli occhi suoi e di chi attraverso i suoi occhi si gode delle belle forme della Antonelli. Lo schema è lo stesso anche quando sulla scala sale Adele/Muzio, ma dall’alto della scala Adele trova il modo di “tirare le orecchie ad Antonio”, e, sempre da quella posizione elevata si fa infilare le calze dal capofamiglia. Adele, come dicevo, è una figura “fetish” e a ri-conferma che la sua indole la porta a guardare tutti dall’alto in basso c’è la scena dello spogliarello. Anche in quel frangente la Muzio è in alto mentre lo spettatore è ai suoi piedi, l’esatto contrario dello streap-tease proposto dalla Antonelli in Malizia dove è Nino (ed il suo amico) che la scrutano dall’alto del lucernario. Angela è costretta a spogliarsi (perchè ricattata) ai piedi dei giovani, Adele decide lei di spogliarsi (al contrario della Antonelli), e questo gesto risulterà decisivo per gli esiti della storia. E’ questa un’esigenza scenica per creare varietà tra le pellicole o è una scelta deliberata per sancire due differenti modi di essere delle protagoniste? Ribadisco che io considero Adele una antesignana della donna dominatrice, e ritorno alla scena della scala dove la piccola ed ingenua Adele, si fa indossare le calze dal presunto "cacciatore” ben più anziano di lei. E’ una scena che oggi vediamo in tanti siti dove lo “slave” ha avuto il permesso o se preferite la concessione, di avvicinarsi alle estremità della sua padrona, stando naturalmente sotto la stessa.
Alterigia è un vocabolo che non allude solo ad una certa superbia, superbia non palesata subito dalla nostra protagonista, ma il vocabolo allude anche a chi tende a stare sopra, e definire altera Adele è una scoperta che lo spettatore fa solo a fine pellicola, con sua grande sorpresa. Nel film Il corpo, presentato come un thriller, vi sono elementi di mistero e un omicidio; anche in questa pellicola questi elementi ci sono, solo che la comicità, le molte scene pecorecce, il linguaggio colorito e a tratti volgare, sviano da queste sottigliezze legate alla trama e la pellicola è presentata come una commedia sexy. Io dico che è anche quello… ma non solo. Permettetemi ora di aggiungere che lo spogliarello di Adele con un imbarazzatissimo Antonio ad osservarla, per me è uno dei più bei streap-tease che ricordi tra i vari film osservati, non solo per le immagini e per l’avvenenza più o meno grande della protagonista, ma proprio per come la scena si va a inserire. La differenza tra una pellicola “porno” ed una “erotica” sta proprio in questo: entrambi propongono corpi nudi, ma nella prima questo capita senza tanti “perchè” nella seconda vi è una storia che accompagna lo spettatore sino a quel momento topico. E c'è dell'altro, anche in quella scena il regista trova il modo di "sdoppiare" le immagini, allo spogliarello della ragazza si affiancono anche foto in bianco e nero di sua mamma (o forse anche di sua zia) creando una correlazione tra gesto presente e fatti passati che lasciano la sensazione di "non visto" e "non chiaro" anche mentre si sta spogliando del tutto la protagonista.
Mi sembra di aver evidenziato parecchi elementi da sottoporre alla valutazioni dei lettori appassionati al tema, credo di aver motivato le ragioni per cui difendo sia il regista, sia la storia, creata da Giacomo Gramegna (suoi sono soggetto e sceneggiatura) sia la recitazione dei vari attori, tutti! E’ un bel film con un’ottima regia. Anche Antonio visto come un “imbambolato” scriveva l’opinionista sopra riportato, è una figura funzionale alla trama, alla storia. Ora però devo evidenziare un fatto. A me piace il film, a me piace l’interpretazione della Francesca Muzio e capisco che non poteva Rossati assumere per quel ruolo una Gloria Guida o una Ornella Muti, giusto per citare due nomi a caso. Non puoi mettere due bellezze che subito ti “acchiappano” (due “tigri” fruttando il paragone sopra esposto); c’era bisogno, per le ragioni ampiamente spiegate, di una donna che ti prenda un po’ alla volta, meglio se poco conosciuta anche dal pubblico, per creare magari un personaggio come già era avvenuta l'anno prima per Laura Antonelli. Tutto ciò però ci mette di fronte ad un’evidenza che su Davinotti è palesata: se la Antonelli dopo Malizia è salita sulla ribalta, la storia ci dice che dopo un film come La nipote, la Francesca Muzio non ha lasciato tracce sensibili. Per me la distanza tra le due pellicola non è così grande, ambedue sono pietre miliari della storia della commedia sexy all’italiana, ma allora, mi interrogo, com’è che la Muzio di cui tanto ho narrato non la ricorda nessuno ancor oggi?
Qui mi devo zittire perché sono privo di parole e di giustificazioni. Anzi aggiungo che in rete su questa attrice ho trovato pochissime informazioni, capisco che ha svolto importante attività teatrale anche dopo questo film, teatro impegnato: non è quindi "la bonazza" uscita da “Drive in” che ride come un’oca e fa intravedere i seni per risultare “diva”. Pare, al contrario, una donna di grande cultura anche fuori dall'ambito dello spettacolo; si è occupata di restauro di libri antichi e ha scritto circa un manoscritto del XV secolo! E' senz'altro una figura che suscita molto interesse in chi vi scrive, e questo rafforza la domanda di cui sopra: com’è che questa donna, questa attrice, è finita nell’anonimato? Tra l’altro talvolta è assente anche in talune locandine del film che sto recensendo.
Apro ora un nuovo fronte di paragone tra la mia recensione di Malizia (rif. 5) e questa pellicola: scrivevo che nel film di Samperi le donne sono tacciate di essere delle “puttane”, ma la visione del film restituisce poi l’idea di figure che quando vivono la loro sessualità lo fanno contribuendo all’armonia del mondo, insomma, le donne sono presentate in modo positivo, al di la delle definizioni lasciate uscire dalla bocca. La sensazione che provo riflettendo su La nipote è del tutto antitetica. In questa pellicola le donne non sono mai offese, ma Doris va con tutti quelli che la stimolano, della nipote Adele ho scritto abbastanza e una donna così la lascio volentieri ad un mio nemico, ma anche Zoraide, pur se sensuale (anche lei), non è per nulla affettuosa nei confronti di sua nipote e non appare con un'aura positiva. Per finire persino la compagna di Romeo (non son riuscito a capire, con mio sommo dispiacere, che attrice interpretasse questo ruolo in modo così ammiccante) lo cornifica senza pensarci due volte. Per carità, in una commedia sexy “suore” devono essercene poche, ma qui, a mio avviso, ogni figura femminile è deprecabile, pur se sempre seducente. Aggiungo un'ulteriore osservazione, non fanno miglior figura i maschi del film: Romeo parla di corna, ma è a sua volta cornuto, Antonio, è uno scemotto, Piero alla fine sfrutta sì la situazione, ma non pare certo un esempio da seguire per nessuno, persino il parroco del villaggio, che tra tutti è il "meno peggio”, fa la sua bella gaffe quando si prepara per l’estrema unzione all’Ingegnere che però non solo non è morto, ma non è neppure moribondo, era solo ubriaco marcio. Oltre a ciò il prelato è presentato come attaccato al denaro, critica fatta a lui, ma velatamente anche al mondo religioso che lui rappresenta (e così anche la religione porta a casa il "tapiro" del regista).
Nello Rossati sa farci divertire e sa anche sedurci, sa tenere in piedi una storia ricca di dettagli e di spunti ma alla fine direi ha una bassa opinione dell’umanità tutta: non vi è nessuna figura, nè maschile nè femminile che possa considerarsi un bel modello da seguire.
Altra osservazione: questo regista che inserisce le sue pellicola in Veneto (sarà così anche con la successiva proposta a titolo L’infermiera con Ursula Andress) proviene dal mondo del teatro che nella terra della Serenissima ha un nome sopra tutti: Carlo Goldoni e due figure femminili sono più di altre passate alla storia tra le innumerevoli commedie goldoniane, Colombina e Mirandolina! Colombina: copio ed incollo la presentazione estrapolata da Wikipedia “Colombina è una maschera veneziana (...) spesso oggetto di attenzioni da parte del padrone Pantalone e causa della gelosia di Arlecchino”. Questa è Doris con l’ingegnere nelle vesti di Pantalone, ricordo che fu cacciata di casa per un attacco di gelosia. Mirandolina, sempre wikipedia: “...è l'archetipo di donna dal carattere forte e volitivo, ed è divenuta l'espressione della sicurezza del potere delle donne…” questa è Adele e la frae di wikipedia può riassumere le molte parole da me sopra scritte su di lei. Tra l’altro Mirandolina era la proprietaria della locanda, mentre Adele diventerà proprietaria di tutto. Una donna imprenditrice, quindi. Tutto ciò per dire che le produzioni di qualità si radicano sulla tradizione (anche teatrale), come ho già avuto modo di constatare recensendo il commissario Ricciardi (rif. 6).
Il film, oltre a tratteggiare il Veneto, narra anche dell'Italia del 58, e lo fa attraverso dettagli piacevoli per chi li sa cogliere. La voce di Nicolò Carosio alla radio che parla del giro d’Italia, l’oggettistica che si trova nelle stanze, (la brocca con cui si lava Adele appena arrivata, ad esempio), ma mi ha sorpreso anche una scena, poco prima del decisivo attacco di cuore dell’ingegnere la telecamera inquadra un contadino in bici con la falce in spalla, scena che mi riconduce alla mia infanzia dove queste figure c’erano, ed è quindi un altro elemento per raccontare il paesaggio e l’epoca, ma è nel contempo un richiamo più antico, l'uomo vecchio con la falce è Saturno che taglia i rami secchi…
Molti dettagli, raffinatezze, che permettono di affiancare questa pellicola a Malizia pure ricca di sfumature e proprio per questo tali opere vanno tenute distanti e sono cosa distinta dei “pierini” e altre produzioni dove l’obiettivo era solo spogliare le avvenenti protagoniste. In queste pellicole gli spogliarelli ci sono, le belle donne pure, il linguaggio grossolano, popolare abbonda, ma questa pellicola, nello specifico, non va confusa con tante che la succederanno, a partire da la già citata L’infermiera dello stesso regista che verrà proiettata sugli schermi l’anno seguente. Nel film dove brilla l'attrice svizzera aumenta l’audacia dei nudi, ma questo secondo film è molto inferiore alla pellicola su cui tanto mi sono dilungato.
Mirco Venzo, Treviso 24/08/2022
Nella foto una delle locandine del film. Da notare che non è rappresentata la Francesca Muzio e, in olter, non è facile capire neppure se la figura rappresentata di spalle è Orchidea De Santis. In bella sintesi se la Muzio non è decollata forse dipende anche da come fu presentata la pellicola che, pur ancor oggi, è considerata un film "cult".
rif. 1 http://www.qzone.it/index.php/q-movies/863-il-corpo-di-luigi-scattini
rif. 2 https://it.wikipedia.org/wiki/La_nipote
rif. 3 https://it.wikipedia.org/wiki/Malizia
rif. 4 https://www.davinotti.com/film/la-nipote/10877
rif. 5 http://www.qzone.it/index.php/q-movies/706-malizia-di-samperi
rif. 6 http://www.qzone.it/index.php/q-movies/746-il-commissario-ricciardi-il-mio-parere