“Puro cashmere è un film, del 1986, diretto da Biagio Proietti. Primo ed unico film con protagonista Mauro Di Francesco nonché ultimo film al cinema per il regista”. Inizia così la descrizione della pellicola proposta da wikipedia (rif. 1) e ritengo interessante recensire questo lavoro sia per omaggiare Mauro Di Francesco, che recentemente è venuto meno (25 ottobre 2025), sia perchè la reputo una buona fotografia dell’Italia che stava cambiando, e vedrò di spiegare il perchè di questa mia opinione.
Siamo a metà degli anni ottanta quando Biagio Proietti con la complicità di Osvaldo de Micheli crea il soggetto del film (non so la sceneggiatura da chi sia stata redatta, la mia fonte non lo precisa, ma è probabile sia comunque influenzata dallo stesso regista che molte scenegiature ha sviluppato in precedenza). Dico subito che la pellicola ha il sapore di una grande incompiuta, ma anche per questo pare a me ben narrare del declino che si stava sviluppando in Italia.
La trama è semplice, Giuliano (interpretato da Mauro Di Francesco) è stato lasciato da Manrica (Anna Galiena) la quale si è accopiata con Jody (Antonio Cantafora). Nel party dove la nuova coppia dà evidenza della loro relazione agli amici, Giuliano incontra Liliana (interpretata da Paola Onofri). La conoscenza di Liliana, cui il ragazzo presta il proprio maglione di puro cashmere, coinvolgerà lo stesso in una storia contorta, di cui non accenno per non togliere interesse al lettore; il film può essere considerato anche un giallo, volendo essere magnanimi con la produzione.
Pur essendo girato a Roma, ed essendo sia il regista che le due attrici protagoniste capitoline, l’esposizione della trama e le sensazioni che trasmette, richiamano la figura dei paninari milanesi, che è poi la città che ha dato i natali a Mauro Di Francesco. Definizione di paninaro: “Il paninaro è un fenomeno giovanile italiano nato a Milano negli anni '80, caratterizzato da uno stile di vita edonistico, consumo di beni di marca (Timberland, Moncler, jeans Levi's) e ritrovi in paninoteche, diventando un simbolo del consumismo dell'epoca. Il termine indica anche il venditore ambulante di panini; il movimento si è sviluppato attorno al bar "Al Panino" in piazza Liberty a Milano. Valori: Rappresentava una rottura con i movimenti politici degli anni '70, privilegiando l'apparenza, il divertimento e il consumo”. (fonte: IA della rete)
A conferma del consumismo come fulcro esistenziale, nella prima scena si vede il protagonista fare shopping con la compagna; così come emblematico è il titolo del film che si rifà ad un oggetto prestigioso. Durante tutto il film questo status symbol rivesterà un ruolo chiave, dando senso compiuto al titolo della pellicola. Che per Giuliano apparire sia basilare si intuisce anche dal fatto che viaggia in Porsche, (altro bene di lusso), vettura per altro manco sua (e di un parente). Lui lavora come operatore di un asilo, e quindi non se la può permettere un'auto così. L’immagine e l’apparire è importante per tutti i protagonisti del film, questo mi sento di scrivere e di segnalare.
Un altro aspetto che mi ha colpito della pellicola è che le protagoniste femminili di questo lavoro sono tutte, mi si passi il lessico sbrigativo, delle “stronze”. Manrica tratta con disprezzo il suo ex compagno, dimostrandosi per nulla empatica verso i suoi sentimenti, logicamenti feriti dalla loro separazione. Liliana nel salire le scale con Giuliano al loro primo contatto, non gli degna neppure una parola, facendo finta di non sentire quel che dice, ignorandolo volutamente, pur se quell’apporccio era chiara espressione di imbranatagine.
Giuliano, giusto per esser chiari, è un po' coglione, e forse per questo rischia di risultare simpatico allo spettatore, se non a tutti, almeno a qualcuno! Ritornando alle ragazze del film, pure la ragazza del lavasecco lo tratta con disprezzo; insomma, quasi tutte le ragazze del film sono ragazze “che se la tirano”, con un’unica eccezzione, la portinaia Isa Gallinelli che veste i panni della “disperata” e la sua infatuazione per il condomino Giuliano non è presentata dalla narrazione come un sentimento “nobile” pur se non assecondato, ma come un segno di debolezza.
Lo stesso Giuliano che è ancora innamorato di Manrica, è visto come un perdente anche da una delle ospiti del party che lo saluta con un misero “Ciao” solo per guardarlo in faccia, e commentare la “sconfitta” del ragazzo alle sue spalle con chi le sta di fronte. Insomma, anche quel saluto non è un gesto di simpatia, ma un girare il coltello nella piaga di chi è visto come uno sfigato. Questo è il quadro che mi sento di riassumere, ben diverso, ad esempio della cammeriera Femi Benussi che ho recensito in Cara dolce nipote, di Andrea Bianchi (1977), o della stessa Benussi in Lezioni private di Vittorio De Sisti - 1975, piuttosto che le varie protagoniste de La Nipote di Nello Rossati del 1974 dove sia Francesca Muzio che Orchidea De Santis non lesinano “una carezza” a chi è un po’ impacciato. Potrei andare oltre con le citazioni, ma non mi pare il caso... Diciamo che dal concedersi come nelle pellicola citate, al non rivolgere manco una parola, come si constata nella pellicola che sto recensendo, c’è una via di mezzo che pare essere sparita in un decennio, almeno dalle rappresentazioni cinematografiche della donna.
Sorge qui un interrogativo, ma sono rappresentazioni cinematografiche, o al contrario sono riscontri di come le donne si stavano evolvendo? Il punto è che l’immagine, lo status, è determinato anche dall’avvenenza della donna che si ha al proprio fianco e quando Giuliano si trova al fianco Liliana, pure la sua quotazione sale, come dimostra la giravolta che farà Manrica a fine storia. Nel paesaggio descritto dal regista ci sono gli status symbol, e le donne stesse sono “beni” che danno o tolgono valore a chi se le porta in casa. Avere una Liliana al fianco da 10 punti, la portinaia al contrario te ne fa perdere qualcuno. In questo panorama i sentimenti pare non contino.
Sia chiaro, non che non fosse così anche in passato, è sempre stato così, ed in particolar modo lo è stato nelle commedie sexy dove il valore del film (e delle attrici che ne erano protagoniste) era legato al valore del corpo delle stesse, ma, in uno dei film che ho recentemente recensito, Taxi girl (rif. 2) per alro affine per molte cose con quello che sto commentando, la protagonista, Marcella (Edwige Fenech) si propone in modo totalmente differente dalla protagonista di questo lavoro sempre ambientato a Roma, ovvero da Liliana - Paola Onofrio. Comparare le due pellicola può essere d’interesse, ambedue descrivono Roma e ambedue narrano di una sorta di giallo dove i protagonisti devono rapportarsi con la delinquenza.
C’è una differenza, Taxi girl è del 1977, mentre Puro cashmire è del 1986, in neanche dieci anni, stesso lasso temporale poc’anzi commentato, la protagonista del film datato è una ragazza che lavora, e l’obiettivo di quella generazione è “un posto alla Rinascente, anche come commessa, e sposare un ragioniere, sott’inteso, un bravo ragazzo” - lasciamo intuitiva l’idea di “bravo ragazzo”. A metà degli anni 80 Liliana la prendiamo in un dettaglio del film, ovvero quando, dopo aver trascorso la notte a letto con Giuliano, ed aversi lui concesso, gli chiede: “Dove vai a quest’ora”? Risposta, “Sono le 7 devo andare a lavorare”.
Bambina mia, dove vuoi che vada uno durante la giornata lavorativa? Va a lavorare! La scena è emblematica perchè a questa bella ragazza, manco passa per la testa una simile risposta. Tra le righe, una gnoccolona come lei, gente che si alza presto per andare a lavorare, non ne frequenta proprio! D’altra parte se la Fenech sappiamo che fa la “tassinara” del lavoro di Liliana si sa nulla, così come si sa nulla del lavoro dell’altra donna del film, Manrica. L'idea della "donna che lavora" non è di nessun interesse per questa pellicola.
Giuliano sappiamo che lavora in un asilo dove ci sono dei bambini, ma non è presentato come un grande professionista. Diciamola tutta, nel film di Bagio Proietti del lavoro non se ne parla e anzi, la mossa furba la fa Liliana andando a scommettere (in modo vincente) sul toto scommesse clandestino (e truccato!). Non importa come fai i soldi, l’importante è che tu li abbia, perchè sono i soldi che ti permettono di “essere bella” “di valere”, circondandoti di status symbol. Questo è ciò che comprendo io osservando la pellicola e per questo la reputo una buona rappresntazione del panorama giovanile di molti giovani italiani dell’epoca.
D’altra parte, altra comparazione tra le due pellicole, Marcella/Fenech rinuncia ad una valangata di soldi quando l’arabo di turno le propone di accopiarsi con lui, cosa che la ragazza non fa di sicuro perchè ha una morale. Marcella (Fenech) non è una donna di Chiesa, sia chiaro, ma “la dà via" solo se ci sono dei sentimenti, quanto meno se prova almeno una semplice attrazione. Liliana, al contrario, non esita a concedersi al migliore amico del suo ex (Appignani, interpretato da Dario Mazzoli) pur di fare un dispetto a chi la scaricata. Il sesso e la "concessione della propria intimità", per una donna, non è più legata al sentimento amoroso, come negli anni 70, o all’istinto, ma risponde a logiche ragioneristiche, che sono poi quelle che ben ci illustrerà Silvio Berlusconi con la sua storia (rif. 3).
La concessione che Liliana fa ad Appignani mi suggerisce di spostarmi dal contesto sociale a quello più strettamente cinematografico: lo strep tease che Paola Onofri (Liliana) propone per sedurre Appignani, è uno dei più tristi spogliarelli da me visti in un film. Sia chiaro che non sto mettendo in discussione l’avvenenza della ragazza, ma la sua recitazione, la sua interpretazione! D’altra parte tutti i dialoghi sono poca cosa (e questo vale per tutti i protagonisti) recitati per altro con poco trasporto. Persino un’attrice di indiscusse capacità come Anna Galiena pare trasparente e non si nota. (Vi è un'eccezione che citerò con soddisfazione!) La trama pare slegata, i personaggi, qualcuno interessanti sulla carta, sono sviluppati dal regista rendendoli poco avvincenti. Le musiche spesso sono un richiamo a Dario Argento e alle sue opere con crescendo e dei ritmi che vorrebbero incutere paura, ma, aimhe’ il modo di sviluppare le scene, e gli stessi protagonisti, non inducono tensione, anzi, favoriscono gli sbadigli.
Lo dico senza girarci attorno: non ci siamo! Dal punto di vista cinematografico questo film è una mezza schifezza, come, d’altronde reputo lo siano molti film che stavano riempiendo le sale dell’epoca. Siamo nella stagione dei “Sapori di mare”, dei Jerry Calà e delle Vacanze di Natale. Siamo nel “giardino” dei fratelli Vanzina! (rif. 4). Avevo anticipato che era una buona fotografia del paese e la mediocrità della pellicola è la conferma di come il nostro cinema si stesse evolvendo. Cosa c’è da salvare?
Anzitutto il tentativo di produrre una storia originale, tentativo dove c’è anche della personalità da parte del regista. Ha puntato su un protagonista indedito: Mauro Di Francesco, scommessa persa, facile per me oggi dire “com’era prevedibile”, ma anche la scelta di Paola Onofri nel ruolo di protagonista è manifestazione di coraggio e se ho voluto vedere il film è stato anche per scoprire come recitassero questi due attori; insomma a me chi rischia piace! Rilevo inoltre che ci sono scene dove Anna Galiena si spoglia. Avevo sopra anticipato che l’avrei riportata in auge, l’attrice E’ un bel vedere! Le immagini sono succulente, anche se inserite senza capo ne coda, e risultano poco seducenti, questo non certo per mancanza di "materia prima" come si può grossolanamente affermare. E’ questa un altra critica al regista; ma per lo meno il pubblico maschile ha un sussulto, cosa che in quegli anni con la castità delle protagoniste, spesso viene a mancare. Un esempio di questa castità è fornito proprio da Paola Onofri che fa la parte della “bella del film” ma che non concede nulla al pubblico. E’ un ulteriore segnale che si sta uscendo dall’epopea felice dei film degli anni 70, verso il declino del nostro cinema proposto negli anni 90’, perfettamente in linea con il resto delle cose del Paese.
Un ulteriore merito questo sogetto ce l’ha, parlando di totoscommesse, si pone l’accento su partite internazionali, si sta anticipando come il fucus, anche calcistico, si stia spotando fuori dallo stivale. Oggi che scrivo molto dell’interesse calcistico è rivolto alla Champions League e squadre come il Barcellona, il Real Madrid, il Liverpool o il Mancester City sono conosciute e apprezzate nei loro protagonisti molto più del Lecce o del Pisa. Lo sportivo medio italiano, con eccezione della sua squadra del cuore, ha più conoscenze di questi club stranieri rispetto a quelle del proprio campionato nazionale. Il film, in questo suo accenno, anticipa l’idea di globalizzazione sportiva, un altro punto segnato dal regista.
Spazio ora ad alcuni agli opinionisti di Davinotti (rif. 5)
Tra i più benevoli cito Rambo90 con due pallini: “Curioso mix di giallo e commedia, molto sbilanciato ogni volta nei toni ma che si lascia guardare per una simpatia di fondo dell'operazione e per la buona performance degli interpreti. La prima parte gira un po' a vuoto, poi le cose cominciano a chiarirsi e si segue con più interesse. Colonna sonora che echeggia i Goblin, buona ma a volte che mal si sposa con le immagini. Di Francesco e la Onofri sono una coppia ben assortita”.
Galbo (sempre due pallini) : “Mediocre tentativo di coniugare la commedia con le venature di un noir, raccontando la storia di un pullover che mette il suo proprietario in contatto con un sottobosco umano variegato e poco raccomandabile. Tentativo non riuscito a causa di una sceneggiatura assolutamente inadeguata, con dialoghi e battute che rivelano il peggio del cinema italiano anni ’80 (cioè vuoti) e un protagonista (Di Francesco) deludente. Pessimo”.
Pinhead80: “Un insegnate di scuola dell'infanzia ha un colpo di fulmine nei confronti di una ragazza conosciuta a una festa a casa della sua ex. Cercherà il modo per incontrarla nuovamente, ma non sarà così facile come sembra. Primo e unico film che vede come protagonista il buon Mauro Di Francesco, a cui viene data per l'occasione la possibilità di affrancarsi dalle precedenti commedie. Il risultato però è deludente sotto molteplici aspetti. La sceneggiatura è molto confusa e si fa fatica a stargli dietro. Il protagonista dal canto suo funziona meglio come spalla e di fatto non si ride mai”.
Cottola si fa apprezzare oltre che per la franchezza (molto negativo il suo giudizio) anche per la capacià di sintesi cromatica: “Tra il giallo e il rosa, alla fine il risultato è, senza voler offendere nessuno, un po’ marrone. Dirige Biagio Proietti, che dopo questa pellicola non dirigerà più alcun film (un puro caso), che sceneggia anche (ma successivamente per la tv farà molto meglio). Peraltro oltre a scrivere una storia per nulla avvincente o divertente, ha avuto anche la pessima idea di mettere il film sulle spalle di Mauro di Francesco, forse adatto al ruolo ma in difficoltà nel reggere un film intero come protagonista. Evitatelo”.
Mirco Venzo, Treviso 15/02/2026 #qzone.it
rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/Puro_cashmere
rif. 2 https://www.qzone.it/index.php/q-movies/1138-taxi-girl-m-m-tarantini-1977
rif. 3 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/709-prendo-le-distanze
rif. 4 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/941-sig-vanzina-la-penso-diversamente
rif. 5 https://www.davinotti.com/film/puro-cashmere/2389