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20261106 VM Avere 20anniE’ stata la IA ad indirizzarmi su Avere vent’anni, di Ferdinando Di Leo, non so per quale ragione, ma il consiglio è stato quanto mai apprezzato. Regia, soggetto e sceneggiatura sono opera dell’intellettuale ed artista pugliese. La storia è semplice, per come la posso riassumere io: due ragazze, Lia (Gloria Guida) e Tina (Lilli Carati) si incontrano e decidono di trascorrere qualche giorno assieme. Arrivano a Roma in autostop e li conoscono tutta una serie di personaggi che io interpreto come dei simboli; questo mi farà giungere ad una mia conclusione che mi permetterà di far quadrare il cerchio. Ad accoglierli è una comune gestita dal Nazariota (Vittorio Caprioli) e qui già ci sono delle informazioni da recepire. La comune che si immagina come luogo di liberà, è pur sempre inserita in un economia di mercato e ciò significa che a fine mese ci sono delle bollette da pagare.

Il regista sin dalle prime battute ne ridimensiona il "mito".  Come raggranellare i soldi per far fronte a queste spese?  Nella comune ci sono tutta una serie di personaggi, come Patrizia, una ragazza madre (interpretata da Daniela Doria). Voleva provare l’esperienza della maternità e si ritrova con tre gemelli da accudire senza aver un compagno al suo fianco. Non può lavorare perché ha i tre bebè da accudire. Ad aiutarla in questo vi è un personaggio assai ambiguo, Riccetto, interpretato da Vincenzo Crocitti, scopriremo che è un informatore infiltrato dalla polizia. C’è poi Argiumas, un personaggio dipinto in volto che pare quasi un Pierot, interpretato da Leopoldo Mastelloni. Cosa simboleggia Argiumas? Le filosofie orientali, dal sapore indiano e tibetano, che molti giovani seguivano e volevano scoprire orientati dalla rivoluzione giovanile degli anni ‘70. L'apporto che da alla comunità e alle protagoniste è nullo. Proseguendo su questa strada, ma accelerando incontriamo il rappresentante delle forze dell’ordine, Giorgio Bracardi, l’intellettuale acculturato, Daniele Vargas, il drogato, interpretato da Ray Lovelock, e direi che ci possiamo fermare, anche se i personaggi che entrano in scena sono molti di più, e per altro tutti funzionali allo scopo del regista.

Che cosa ci vien a dire il regista con quest’opera? Che avere vent’anni non è sempre una bella cosa. Se c’è l’avvenenza e l’energia che emanano le due protagoniste Lia e Tina, dall’altra parte c’è tutto un mondo che propone molte “strade chiuse”. La comune non è un luogo confortevole dove rifugiarsi, la droga non è di aiuto, gettarsi a vivere le esperienze seguendo l’istinto, come ha fatto la ragazza madre Patrizia, significa poi ritrovarsi impegolati in una situazione “difficile da gestire”, il mondo della cultura, gli intellettuali, non sono d’aiuto, le istituzioni, non sono d’aiuto, men che meno le forze dell'ordine, che anzi sono causa di problemi e perseguono i giovani, ignorando e evitando di toccare il "potere vero".  Lo stesso movimento femminista non mi pare d’aiuto e le sue rappresentanti, nel film, sono le uniche figure che paiono “recitare”. Al macero anche il femminismo! C'è poi la comparsa dei mezzi d'informazione, poco significativi... 

E con simili carte disposte sul banco, quale può essere la conclusione? Può esser solo drammatica, e risparmio al lettore il finale sorprendente, non prima di aver detto che se la pellicola nasce sobria e all’insegna della leggerezza, giungendo ad un epilogo sorprendente che spiazza lo spettatore e che per durezza può essere definita pasoliniana. Ho interrogato la IA se Di Leo e Pier Paolo Pasolini si fossero frequentati, perché dopo aver visto questo film è mia convinzione che il regista abbia voluto “comunicare” qualcosa al pubblico utilizzando strumenti tipici del poeta friulano. In particolare mi sovviene la frase “Io so… ma non ne ho le prove”! Analogamente Di Leo sa, che i giovani non solo Tina e Lia, ma tutti i giovani, particolarmente le donne, hanno di fronte a loro una vita senza grandi prospettive e quindi tutta la loro esuberanza, il loro coraggio, la loro energia, anche sessuale, che le due ragazze cercano di mettere in campo, rischia di venir dissipata nel nulla, senza raggiungere risultati utili, significativi, importanti. Questo è il messaggio forte del film, ma non è il solo.

E’ Avere vent’anni un manifesto dal sapore profetico, e non a caso si sta riscoprendo in questi anni, anche ripristinando le scene censurate, che sono fondamentali per capire cosa volesse dire il regista. Di Leo ci vuol mettere in guardia dalla “società liquida” (oggi un nome per questa cosa ce l'abbiamo rif. 2). La famiglia, grande assente in questa pellicola, pare essere importante per dare centralità. Lia che non l’aveva, è stata rinchiusa in un orfanatrofio, prova a trovare equilibrio ed affetto ovunque, uomini o donne. Lo fa con grande dignità, respinge la proposta di “sesso a pagamento” con la cliente, benestante (Licinia Lentini) dimostrando che siamo ancora lontani dai valori dei cine panettoni. L’amore non deve essere contaminato dal denaro, ma pur tuttavia, non è facile da trovare. Sorprende che la stessa Tina, che voleva “scopare”, ha difficoltà a trovare un partner adeguato, non ha grandi pretese, lo vuole bello e giovane, (com’è giusto che sia a vent’anni), pur tuttavia la cosa non pare così semplice, tanto che alla fine le due ragazze si daranno piacere a vicenda. Tina proviene da una famiglia "regolare", la classica famiglia borghese? E però anche quel luogo può rapprentare una gabbia, tanto che la giovane, se ne va "incazzata", con una rabbia che forse da lì trae origine.

Anche qui c’è, a mio avviso, un messaggio profetico: sono soprattutto le donne che hanno problemi a vivere un rapporto libero e spassionato, stanno forse sparendo i maschi? La comune ne propone parecchi, ma tutti, chi per un motivo, chi per un altro, non “sono adatti” ad un semplice cosa che doverbbe essere naturale, come fare l’amore. Perché qui non si cerca l’uomo della vita, si vuole solo vivere liberamente un istinto; eppur tutto ciò pare problematico. Molto problematico. Temo oggi sia addirittura peggio, ma essendo io “fuori” da quel mondo, data la mia età, posso solo parlare per sensazioni, “intuizioni”, ovvero aggrappandomi su un filo di fumo. Sarà il lettore a prendere una sua posizione a riguardo.

Altro aspetto, le ragazze finiscono malissimo perché uomini di potere, sessualmente disturbati (Tina definisce “impotente” uno di essi) usciti dall’ombra e nell’ombra ritornano, di cui non c’è nome, decideranno la loro fine. In tempi di Epstein file tutto ciò pure pare trovare conferma. Di Leo ha quindi proposto un film profetico che suona come la chiusira di un certo cinema, fantasioso, coraggioso, anche scomodo. Dietro l'angolo stanno per spuntare di li a poco i cinepanettoni, basta ricerca sociale. Basta denuncia, solo neve, sole e champagne...

Ultima considerazione cinematografica: se ho apprezzato l’interpretazione di Gloria Guida, la quale non pare particolarmente lusingata di aver fatto parte a questo cast pur se a mio avviso questa pellicola le fa salire il CV di molto, la mossa geniale di Di Leo è stato comunque assegnare la parte di Tina a Lilli Carati che ha saputo trascinare la storia con una forza ragguardevole. Bilancio: positiva la Guida, superlativa la Carati! Non è un film dove si ride molto, ma è un film che merita di essere visto (senza tagli di censura, ben inteso). Spazio ora ad alcune opinioni estrapolate dal sito di Davinotti (rif. 3)

Romaylover (cinque gettoni, il massimo possibile): “Tina e Lia si incontrano e decidono di fermarsi in una comune. Talmente avanti ai suoi tempi da non essere capito, cosa che portò al ritiro del film e alla successiva uscita di una vergognosa versione rimaneggiata. Di Leo, tramite due "dive" dell'epoca (Carati e Guida), mette in scena la libertà femminile usando benissimo la commedia erotica per poi colpire lo spettatore negli ultimi minuti, in cui il tono cambia, la sostanza viene fuori e si arriva allo scioccante finale. Il tema su come una donna debba vestirsi o comportarsi è tristemente attuale ancora oggi; iconica Lilli Carati”.

Motorship (tre gettoni) “Sulla base di una storia di due ragazze giovani belle e arrabbiate, Di Leo imbastisce questo film che appare quasi come una pseudo inchiesta sul mondo delle comuni e sui problemi e i desideri velleitari di rivoluzione dei giovani degli anni 70. Il film si sviluppa in modo piuttosto easy fino all'interrogatorio della polizia per poi avere un capovolgimento (solo nella versione uncut) al momento del violentissimo finale. Splendide le due protagoniste: più convincente Lilli Carati, mentre Gloria Guida appare un po' algida. Bravi anche Caprioli, Crocitti e Bracardi”.

Tra i più critici, in un panorama di commenti vasto e discorde, cito Leandrino: “Noto film-manifesto degli anni Settanta italici. Va bene il tema della difficoltà dell'emancipazione femminile - tra provincia e città, tra il bigottismo dello spettro borghese che si aggira tra i supermercati e la libertà malandrina della comune - ma poi nei risultati il film poco fa per non privilegiare l'occhio dominante del maschio che condanna, coi primi piani dei sederi delle protagoniste e i nudi integrali forieri di ben altri messaggi”.

Mirco Venzo, Treviso 06/11/2026 Qzone.it

rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/Avere_vent%27anni
rif. 2 https://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/778-bauman-e-la-societa-liquida
rif. 3 https://www.davinotti.com/film/avere-vent-anni-1978

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