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20210709 VM TramontoIl concetto di aurea è proposto da Walter Benjamin nel suo celeberrimo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, elaborato molto breve, che verrà riproposto in più versioni datate 1936, la prima, 1939 l’ultima. Da dove parte la riflessione del filosofo? Dalla constatazione che da sempre le opere d’arte vengono copiate. Il maestro faceva copiare i suoi lavori agli allievi per introdurli, per favorire l’impratichirsi con il mestiere. Successivamente acqueforti e litografie erano tecnologie che favorivano la crescita del numero delle copie. Ora però, con l’avvento della modernità, esistono tecniche, si pensi alla discografia per quanto riguarda la musica e la fotografia per quanto riguarda le immagini, che cambiano radicalmente le carte in tavola e devono rappresentare uno spunto di riflessione, ci lascia intendere il filosofo.


La fotografia, ad esempio, permette di cogliere dettagli della realtà, grazie agli obiettivi, che l’occhio umano non potrebbe scorgere, e già qui si comprende che questo da dignità a questa nuova disciplina, la quale permette a quel determinato animale di entrare con tutti i dettagli del caso in molte case occidentali, senza la necessità da parte dei fruitori di recarsi a vedere un safari in Africa. Per cui la riproducibilità tecnica ha una sua importanza e va tenuta in considerazione senza, tuttavia, dimenticare cosa caratterizzava l’opera d’arte in precedenza. L’autenticità era importante perché raccoglieva il qui ed ora, in una parola, l’opera d’arte aveva un'aurea che la contraddistingue.

Cos’è, insomma, l’aurea? Una singolare trama di tempo e spazio: un’apparizione unica di una lontananza, per quanto prossima essa sia”. Le parole usate dal filosofo lasciano intendere come spiegare il concetto con mie parole non sia facile, ma ci provo lo stesso. L’emozione che certi eventi sanno fornire, che ne so i colori e la serenità di certi tramonti, unici l’uno dall’altro, (pur se in quel singolo posto ogni sera fenomeni simili si ripropongono) vengono catturati dall’artista in quel suo lavoro che tramanda per sempre quell'unicità. Fa anche un esempio Benjamin, la statua di Venere aveva un valore nella grecia antica totalmente differente rispetto a quella stessa statua vista dai monaci medievali, per i primi era la rappresentazione della divinità, e ne apprezzavano alcuni aspetti che solo chi conosceva i valori di quella tradizione poteva percepire, al contrario nel medio evo, la stessa statua, era vista come una divinità pagana, e quindi il significato era totalmente diverso, però, anche dopo svariati secoli, l’aurea era rimasta integra, precisa Benjamin.

Ora per meglio spiegare il concetto il filosofo tedesco ci dice che le prime opere d’arte erano legate alla magia e al culto, alla relazione tra l’artista, l’autore dell’opera d’arte, e la divinità. I primi dipinti nelle caverne degli animali avevano probabilmente valore evocativo, il fatto di averli riprodotti era un modo per chiedere alle forze ultraterrene di far ritornare il branco di gazzelle, (o cervi o quel che era) nella prateria per poterli cacciare. L’artista cercava di dialogare con l'imperscrutabile, il fatto di aver fatto apparire nella roccia il branco di animali doveva bastare per favorire la comparsa degli stessi nella realtà, lì dove la sua comunità poteva trarre sostentamento.  Certe statue in certi templi medioevali sono esposte in modo tale da essere visti dalla divinità, non dai credenti, al pari di certe coppe che solo il sacerdote può ammirare, toccare e alzare al cielo.

Alcune statue vengono portate in processione una sola volta all’anno, per il resto del tempo rimangono nascoste. Benjamin ci lascia intendere: perchè dedicare tanto tempo per realizzare ceselli così raffinati in coppe d'oro, se poi nessuno poteva vederli? Proprio perchè quel oggetto è il tramite che mette in relazione l'artista con il sovranaturale, e che i fedeli lo vedano non ha importanza. Quei cervi riprodotti nella caverna non serve vengano visti da altri, espletano la loro funzione per il solo fatto che il credente, l’artista, li abbia evocati, un po’ come certe preghiere che non devono essere ascoltate da troppe persone perché non solo non serve, ma forse è anche un modo per ineficiarle. Ora pare, ci dice Walter Benjamin, che tanto più cresce il valore espositivo, tanto più l’opera d’arte viene esposta ad un pubblico, tanto più si perde il valore sacrale che lui lo chiama valore cultuale (da culto).

Cosa cambia ora con la riproducibilità tecnica? Che il qui ed ora (l’hic et nunc) perde di significato perchè un nuovo mondo si sta prospettando, un mondo dove la massa (il popolo) inizia a diventare protagonista, e l’opera d’arte deve andare ad interagire con quante più persone possibili perchè sono queste, il popolo, il nuovo soggetto politico. L’opera d’arte in questo nuovo contesto sociale, politico e tecnologico, (che è frutto della storia oltre che della cultura di quel determinato popolo) deve modificare le sue caratteristiche. Le ha già mutate, afferma Benjamin. L’artista non deve più fare pezzi unici, quelli ammantati dall’aurea, ma deve produrre altro. Nel saggio di Benjamin, che ho letto e riletto nelle sue varie versioni, non ho trovato stretta correlazione tra il concetto di aurea e quello “sacrale”, se così posso dire, ma rimane la sensazione che nel pezzo unico, nel concentrare in quel dipinto, in quel manufatto tanta fatica, passione ed emozione (qui può tornare utile un mio articolo - rif. 1 - che parla di come Luigi Pareyson affermasse che l’opera d’arte ha una sua “personalità”) ci fosse un’alchimia che emanava a chi, pochi privilegiati, potevano avvicinarsi. In sintesi il concetto di aurea ha una correlazione sia con l'idea di unicità, sia con quello di sacralità, anche se Benjamin non vuole definire dettagliatamente questi punti di contatto.

E veniamo al film che è un insieme infinito di tanti pezzi (si è persa l’unicità, anche perchè le scene vengono ripetute più volte, al contrario della rappresentazione teatrale), che viene aggiustato dopo che i singoli fotogrammi sono stati ripresi (si perde la temporaneità) verrà proiettato su più luoghi in più giorni, a volte anni rimanendo sempre lo stesso… Si perde anche la connotazione spaziale, è l’emblema di come il precedente concetto di opera d’arte venga ribaltato. Non è più come per le acqueforti e le litografie, che cercavano di moltiplicare le opere d’arte, (ridimensionandone la capacità magnetica, direi io, volendo interpretare il filosofo): qui, nel cinema, il film per centrare il suo obiettivo deve essere visto da quante più persone possibili e magari da più generazioni, questo lo rende degno di nota. I valori sono stati sovvertiti. Gianni Vattimo direbbe tante più persone assimilano lo spettacolo cinematografico tanto più quest’opera diffonde la sua verità. E, si badi bene, non è come la rassegna teatrale o il concerto dal vivo dove ogni volta si ripropone il rischio di una stecca, di un errore... L'opera viene riproposta, ma ha sempre una sua unicità: no, nel film quella pellicola è sempre la stessa anche se gira in centinaia di sale contemporaneamente.

Protagonista di ciò è la tecnica, e destinatario di questi nuovi “prodotti” è la massa. Ora mi permetto di evidenziare come la tecnica è il frutto di un percorso collettivo, dove la storia e la cultura di un popolo sono elementi che entrano in questo processo, così come, ecco la novità, il popolo diventa protagonista nella storia e nella cultura di un paese, di una nazione, anche nelle scelte politiche. Walter Benjamin, che conosceva Karl Marx, è come se ci dicesse:"Questo è il percorso che vado a focalizzare: le cose stanno cambiando e anche il mondo dell’arte sta subendo drastici cambiamenti". Mi fermo qui con la spiegazione di aurea, anche se il saggio del filosofo tedesco inserisce altri spunti di riflessione circa la trasformazione dell’arte dalle ere primordiali in cui era un fenomeno cultuale, legato in qualche modo al sacro e al rapporto tra l’autore ed il divino ad oggi che è un fenomeno di massa dove l’aurea si è persa per lasciar spazio ad altro.

Mirco Venzo, 7/7/2021 #qzone.it


rif. 1 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/785-opera-d-arte-ha-ragione-pareyson

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