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20240820 VM immigratiSto facendo un lavoro che mi rimanda alle origini dell’umanità, quando l’Homo Sapiens era un cacciatore; sto anche per redigere un articolo che tratta della poesia. Ambedue questi argomenti rimandano al tema del mito (dal greco antico mỳthos: ovvero "parola, racconto"), forse per questi pensieri che si intrecciano nella mente, dal profondo della stessa è affiorata una storia che avevo dimenticato, e che ben si presta per spiegare le caratteristiche del mito. Senza perder altro tempo procedo con il racconto per poi ritagliarmi lo spazio per i commenti e le spiegazioni.

Un amica mi porta a Giavera (un comune ai piedi del Montello, siamo nel cuore della marca trevigiana) dove svolgevano una festa etnica. Ho un ricordo confuso di quell'evento anche se, per fortuna, ho scattato qualche foto, (e della loro importanza in seguito darò lumi) sennonché ho conservato la testimonianza di una anziana vecchietta che mi colpì molto. È il ricordo delle sue parole che è riemerso dal profondo della mia memoria a stimolare tutto il pezzo che sto scrivendo e vado ora a narrare questo racconto mitico.

La vecchietta spiegava che era andata in America imbarcandosi convinta di arrivare negli Stati Uniti, solo dopo aver attraversato l’oceano scoprì che il bastimento era giunto in Brasile (non vorrei dire una cavolata, ma opterei per São Paulo). Come costruirsi una nuova vita? L’autorità che li accolse disse a tutti loro: “Andate e recintate un terreno in questa zona: quella terra rimarrà vostra e potrete coltivarla…” Non avevano precisato le autorità che quel territorio era foresta vergine e renderla coltivabile significava disboscare dalla fitta vegetazione, eliminare tutte le forme di vita preesistenti, (scimmie, insetti, serpenti velenosi e non, giaguari, fiumi infestati da caimani… giusto per citarne qualcuno). La vecchietta spiegò che c’era poi un ulteriore situazione da risolvere: la foresta era abitata da delle popolazioni ritenute primitive, era compito loro, dei coloni, gestire la questione facendo attenzione a non farsi ammazzare. A quanto pare gli indigeni non è che apprezzassero molto che il loro habitat venisse distrutto e divenisse proprietà privata, nel nostro caso, di una giovane coppia venuta da una regione italiana chiamata “Veneto”. Fine del ricordo.

Inizio con i commenti e le precisazioni. Le foto che ho in archivio mi diconono con esattezza quando ascoltai questo racconto: la sera del 8 Giugno 2014, ma oltre al fatto che la testimonianza mi par di ricordare fu espressa in dialetto trevigiano, ricordo poco altro. Non ne sono certo, ma direi che questo racconto mi fu proposto mezzo un video, e opto per questa possibilità perchè altrimenti avrei fatto una foto alla narratrice senza considerare poi che una vecchietta di ottantanni o forse novant’anni non poteva essere presente in persona, le date non quadrano. Giocoforza la trasferta in Brasile dev’esser stata fatta prima della fine del 1800, e solo una registrazione video tiene in piedi il tutto. Ahimè non ricordo neppure se il documentario fosse stato proposto a colori o in bianco e nero, e già questo sarebbe di aiuto per una datazione sommaria… In sintesi non ho la più pallida idea di quando si fosse verificata la colonizzazione del territorio, di come si chiamasse la nostra testimone e di tutta una serie di informazioni che ora mi paiono basilari, ciò nonostante è questo un ottimo esempio di cosa sia un mito.

Il mito è un racconto che si tramanda oralmente dove la certezza e la precisione non sono elementi basilari. Chi mi legge comprende che io posso aver alterato parte delle informazioni ricevute, ma la stessa testimone potrebbe aver aggiunto o smussato fatti per rendere più digeribile la narrazione; pur con tutto ciò io ora mi trovo a comunicare a voi questo racconto che ritengo molto interessante per varie ragioni. La prima è che quando si pensa alla colonizzazione si va con la mente a quella epica narrata dai centinaia di film hollywoodiani: quella del West americano, e, magari in misura minore, quella del nord america e del Canada dove vi fu “la febbre dell’oro”. 

La vecchietta ci ricorda che anche nel Sud America ci fu chi dovette “civilizzare” quei territori, e non si trattava di praterie con delle belle distese d’erba pianeggianti (o quasi) come si vedono nei film televisivi del genere western, ma, le sue parole erano chiare, si trattava di disboscare una foresta insidiosa, inabitabile per chi avesse cultura occidentale. Cultura occidentale che, sempre riflettendo sulle parole della simpatica vecchietta, si basano sul furto e il genocidio: quelle terre e quelle foreste non erano di proprietà della vecchietta, ma erano abitate dagli indigeni che furono sterminati, a quel che mi è dato capire, anche se questa parola non credo venne pai proferita dalla protagonista. Non solo, oggi che va di moda la vena “ecologista” devo dire che quelle popolazioni “incivili” convivevano con quello che è definito il “polmone del mondo” e non lo distruggevano, andando a creare quella alterazione dell'ecosistema che oggi qualche fesso (scusatemi se prendo posizione) pensa di risolvere obbligandoci a comprare l’auto elettrica. Nota a margine, questo giochetto di disboscare eliminando gli idigeni si sta compiendo anche oggi. 

Non solo, trovo molto interessante constatare che questi emigranti che pensavano di andare negli Stati Uniti, si son trovati a “fare la storia” contro la loro volontà. Gli “amici” della vecchietta non solo non sapevano dove li avrebbero sbarcati, ma tanto meno che cosa avrebbero dovuto fare per sopravvivere e a quali difficoltà sarebbero andati incontro. La colonizzazione del territorio passa per centinaia, migliaia di persone che dovettero, al pari della nostra narratrice, affrontare quei problemi e ritengo improbabile che fossero tutti informati di cosa stessero per intraprendere. Molti di essi dovettero recitare uno spartito che altri avevano scritto per loro e qui mi fermo con le considerazioni che mi porterebbero forse troppo lontano. Certo è che, a mio giudizio, questa testimonianza è significativa su cosa significa “portare la civiltà” ed ha il pregio di non andare a scomodare i conquistadores spagnoli della metà del XVI e XVII secolo, ma di riportarci a tempi molto più vicino a noi, dove anche noi italiani (e veneti nello specifico) abbiamo avuto un ruolo da protagonisti. 

Colonizzare significa semplicemente prendere terre che non sono tue, eliminando la cultura preesistente per imporre la tua. Ho già scritto un articolo dove spiego cosa caratterizza la cultura (rif. 1) la lingua, le regole di vita, il cibo… Con l'avvento della nostra eroina finisce l'attività di raccolta in una terra che era di tutti, come immagino vivessero gli indigeni amazzonici, ma si impone la proprietà privata. Il portoghese è la lingua ufficila, quella in cui si spiegano le leggi in vigore su quelle terre, anche se il dialetto veneto ed altre idiomi (tedesco, spagnolo e chissà che altro) sono utilizzati dai coloni per comunicare tra di loro. Chi si interessa di linguistica rilevava che in alcuni luoghi del Sud America c'erano ceppi di dialetto (veneto, ma anche di altre regioni) che si sono perse già perse in Italia.

Tornando a parlare di colonizzaizone quanto sta avvenendo a Gaza è significativo, gli israeliani non usano il machete e il fucile per impossessarsi di quelle terre, come immagino fece la vecchina ed il suo gruppo, ma oggi gli strumenti per impossessarsi di un territorio altrui (quello dei palestinesi) sono una forte propaganda mediatica e delle armi molto più aggiornate, dove bombe e carri armati vengono utilizzati contro gente tendenzialmente inerme. Sta accadendo a Gaza, è accaduto (e sta accadendo oggi che scrivo nella foresta amazzonica) ed è accaduto nella culla dell’occidente attuale, gli Stati Uniti, dove dei pellerossa se ne parla sempre molto poco, ma quando se ne parla definirli “incivili” pare sempre un eresia.

Come nasce un mito dicevo… un “mito” è un racconto elastico, nel senso che viene adattato da chi narra e da chi ascolta e tramanda di un fatto che si perde nel corso degli anni e che ci dice, certo in modo “poco preciso”, cosa accadde in quel tempo "lontano" dando delle risposte e aiutando a capire il presente in chi ascolta. Non so se quanto narrato dalla nostra vecchietta è da voi lettori ritenuto una storia interessante, se la riterrete tale, magari ne parlerete in una cena tra amici, o durante un aperitivo e i vostri ascoltatori forse faranno lo stesso, perpetrando il mito. Certo c’è la possibilità che questa storia non abbia diffusione e sia una delle molte chiacchiere che la razza umana ha proferito nel corso della sua storia. In definitiva ciò che tiene vivo “un mito” è la capacità di risultare un racconto interessante ed a suo modo istruttivo nel corso degli anni, quando questa valenza viene meno, accade  ciò che si verifica in certi fiumi, non hanno la forza per arrivare al mare e l’acqua che li formano viene inghiottita nella terra dove sparisce per sempre. 

In tal senso non so se il racconto della vecchietta sia un vero mito o se sia solo un pretesto per spiegare al lettore il mio punto di vista a riguardo. Ultima precisazione, se il mito si caratterizza da una trasmissione orale, nel nostro caso vi sono due eccezioni significative, anzitutto il racconto orale proferito dalla fonte originale è stato "cristallizzato" da un video. Da qualche parte c’è una (o più) copie di questa storia che non varia in base a chi la ascolta, è un unico immutabile. La seconda eccezione è legata al fatto che io comunico con voi lettori mezzo uno scritto, e anche in questo caso le mie parole rimangono “stabili”. Queste due precisazioni sono ulteriori importanti elementi per spiegare come l’umanità si sia evoluta e come dalla Preistoria si sia entrati nella Storia. Con l'avvento della scrittura finisce l’epoca dei miti (legati alla trasmissione delle informazioni mezzo l’oralità) tipiche dell’antichità, ed inizia una nuova era dove la scrittura dà stabilità alle informazioni. Penso di potermi fermare sperando di aver illustrato con chiarezza questo tema non molto facile da trattare.

Mirco Venzo, Treviso 18/08/2024 #qzone.it

Nella foto uno dei miei scatti realizzati durante il festival etnico di Giavera del Montello nel lontano 2014.

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