L’altro giorno in Piazza ciacolando con Checco (nome finto di persona vera) gli ho parlato della lista civica Resistere Veneto con Szumski, Checco mi guarda: Szumski? Ma xeo veneto? "Venetissimo" -rispondo- "el xe nato in Argentina, so pare xe polacco, so mama xe veneta, più veneto de cussì? Ghemo vudo un papa polacco, desso nialtri veneti podemo aver un presidente polaco-veneto, te sé, noialtri veneti semo internassionai, sempre più vanti de ialtri". Cecco mi guarda fra lo stupito e il divertito e con il suo sguardo perennemente bonario: "Ma va in mona! Ma come se scriveo sto Szumski, conteme xeo un bon toso…"
La domanda: "xeo veneto", a causa del cognome, mi ha fatto riflettere e pensando anche alla disputa tra la Egonu di Cittadella e il Generale Vannacci, mi sono posto una domanda: cosa significa essere veneto? Lo stereotipo del “veneto” è cambiato molto dal secondo dopoguerra, siamo passati dalla servetta veneta proveniente dalle zone venete depresse, e dell’ingenuo carabiniere Stelluti, innamorato e ricambiato dalla “Bersagliera” nel film "Pane amore e fantasia" del 1953, allo stereotipo dell’industrialotto veneto arricchito, ossessionato “dai schei”. Stereotipi appunto, ma indicativi di un modo di pensare.
Mi sono detto che per rispondere alla domanda: cosa vuol dire essere veneto era necessaria almeno una ricognizione storica, e ho constatato che, a parte il riferimento a Tito Livio che ho riportato nel libro, “Siamo tutti figli di Troia”, l’aneddoto del trafugamento della salma di San Marco nell’827 d.c., i libri di Meneghello e Pino Sbalchiero la traduzione di Luigi de Giorgi del 1872 dell’Iliade di Vincenzo Monti, e poco altro, la mia conoscenza della storia del veneto è lacunosa. Quindi, sono andato nel sito della Biblioteca Bertoliana e ho lanciato la ricerca “Storia del veneto e delle Repubblica Veneta”, sono usciti più di mille titoli, anca massa! Allora ho iniziato a circoscrivere la ricerca. Prima di far parte con voi della mia ricerca, per diletto e curiosità riporto l’inizio dell’Iliade nella versione di Luigi de Giorgi del 1872:
Contime vià, Caliope, quela bile,
Tanto fatal per i infelici Achei,
Che ha ciapà el semidio Pelide Achile,
E i Greghi, co dolori e piangistei,
Ga fato andar al Orco a mile a mile;
Chè pur tropo cussì el gran re dei Dei
El gaveva za belo e destinà
Co Achile e Agamenon ga barufà.
Trovo che il verbo barufare sia molto più chiaro, immediato e leggero della dotta “aspra contesa” nella traduzione del Monti. Infatti, ho sempre sostenuto che l’Iliade fosse “’na barufa durante na guera”, caratteristica sia dei romani che dei serenissimi, come vedremo. Anche se precisi riferimenti al popolo veneto li fece Giulio Cesare, il primo a parlare di Veneti in senso storico fu Tito Livio (59 a.c.-17d.c.), che riconduce ad una stessa origine veneti e romani, forse perché originario di Padova e cittadino romano, infatti i veneti divennero cittadini romani nel 49 a.C.. La Storia di Roma di Tito Livio inizia: “E’ innanzitutto generalmente noto che, dopo la presa di Troia, si infierì contro tutti i Troiani, fuorché due , Enea e Antenore, […] perché essi erano sempre stati fautori della pace e della restituzione di Elena agli Achei.[…] dopo varie peripezie Antenore, con un gran numero di Eneti (antica popolazione di origine illirica), … giunse nella più profonda insenatura del mare adriatico, e dopo aver combattuto gli euganei , stanziati tra il mare e le Alpi, Eneti e Troiani occuparono quella regione, ..e troiano è chiamato il territorio; a tutta quanta la gente , invece, fu dato il nome di Veneti".
C’è chi non concorda con Livio e con la comune discendenza con i romani e propone altre origini, ad esempio che l’origine veneta non sia nell’alta Turchia ma nei freddi territorio del nord est, indipendentemente dall’origine razziale tutte le teorie hanno un comune denominatore: il Veneto è una zona di transito e i Veneti rappresentano un modello particolare di integrazione tra razze e popoli di provenienza diversa, che hanno dato vita a una poliedrica e meticcia cultura comune, la cultura Veneta. La stessa inclusione dei veneti nell’impero romano non avvenne attraverso guerre sanguinose ma con un accordo pacifico tra entità alleate che per reciproco giovamento trovarono fruttuoso unirsi.
Possiamo dire che i principi giuda della nascente cultura veneta sono sempre stati, libertà, indipendenza, reciprocità, equità, diversità e inclusione. La peculiarità dei veneti è sempre stata evidente, essa emerge con la caduta dell’Impero romano, uno degli storici stranieri che nei secoli scorsi evidenziò la diversità dei veneti dagli altri popoli è l’ex gesuita francese Marc-Antoine Laugier (1713 – 1769). Nella sua Storia della Repubblica di Venezia affermava che la Repubblica sembrava non seguire un modello standard di evoluzione istituzionale comune gli altri stati europei. Secondo Laugier gli altri stati normalmente si evolvevano in tre stadi: fase democratica, fase aristocratica e fase monarchica. Venezia, per Laugier, fino all’XI secolo fu nella fase democratica, poi passò nella fase aristocratica, senza mai arrivare alla fase monarchica. Il Veneto non ebbe mai un Re veneto, ma solo capi (doge) scelti col metodo elettivo, democratico o aristocratico, solo per un periodo storico ridotto ebbe Re stranieri, dalla caduta della Serenissima nel 1797 per opera di Napoleone sino al 1948 con la nascita della Repubblica Italiana. Centocinquant’anni circa, una bazzecola se si pensa che alcuni datano la nascita della Repubblica Veneta nel 421 d.c. a seguito delle incursioni dei barbari, quando i veneti dell’entro terra si rifugiarono nelle isole della laguna frapponendo fra loro e gli invasori la barriera salvifica del mare.
La peculiarità veneta è ben descritta da Antonio Pertile, professore nella Regia università di Padova, nella sua Storia del Diritto Italiano del 1896, dedica un capitolo, alla storia e alla struttura della “Costituzione Veneta”, dal primo Doge fino alla più complessa struttura degli ultimi anni della Repubblica è un susseguirsi di cambiamenti e miglioramenti in linea con il cambiamento dei tempi, e volti ad impedire abusi o forzature di potere. Intorno al quarto secolo dopo Cristo, i veneti dell’entroterra in fuga dai barbari si organizzarono autonomamente nelle isole lagunari, ogni isola eleggeva quelli che venivano chiamati Tribuni, e un’isola non s’impicciava dei fatti delle altre isole, i tribuni a loro volta si riunivano, inizialmente ad Eraclea, per discutere delle questioni comuni, prima tra tutte la difesa delle isole dall’esterno.
Quest’organizzazione durò fino al 697 anno in cui a seguito di una scorreria di pirati, il sistema organizzativo parcellizzato delle isole si dimostro inefficace, per motivi di sicurezza si decise di nominare un Doge che avesse come compito principale la difesa e la sicurezza delle isole. Ma quali dovevano essere le caratteristiche di questo Doge, prendiamo le parole originali di Giuseppe Cappelletti, che nella sua Storia della Repubblica Veneta del 1848 dedicata a Daniele Manin, così scriveva in merito alla Concione di Eraclea convocata per risolvere i problemi sorti dall’incursione notturna di pirati slavi nella laguna:
“Stimolato dai cittadini più avveduti e più zelanti del pubblico bene, il patriarca di Grado, che avea nome Cristoforo, venerando vecchio amato e stimato da tutti, assunse a parlare ed a comporre gli spiriti a salutevole deliberazione.» Un solo capo adunque ci è necessario, il quale sia centro della pubblica autorità; il quale valga a far eseguire con prontezza le leggi ed a muovere le forze dello stato, senza turbolenze e senza opposizioni; il quale sia consacrato intieramente alla patria e trovi l’interesse suo nel vantaggio di tutti, e collochi nella pubblica prosperità la sua gloria. [...] Ora. che il mio parere vi ho manifestato, a voi tocca il decidere.» Fu accolto con vero entusiasmo il discorso del patriarca ; e tutti di unanime consenso ne adottarono il progetto; e sì che tutti i voti si unirono in Paoluccio o Paoluzzo Anafcsto, uno dei primi e dei più stimati cittadini dì Eraclea ; il quale giurò di ris¬pettare inviolabilmente il diritto, che l’ assemblea si riserbava circa i casi di alienare beni o ragioni pubbliche, di fare, di abolire o di alterare le leggi e di stabilire circa la politica costituzione dello stato.[...] Questo limite della ducale autorità e l’ ampiezza del suo potere comunicatogli dalla popolare assemblea contenevasi in questi nove articoli :
1. Convocasse e presiedesse l’assemblea, a lui superiore per autorità. […]”
Per il nostro scopo non è necessario elencare tutti i punti, ma partiamo dalla cronaca e dal primo punto per comprendere cos’era la veneticità.
Il Doge era dotato di ampi poteri, ma era sottoposto all’assemblea dei cittadini, ultima e superiore autorità, il Doge era sottoposto all’autorità dell’assemblea a cui partecipavano tutti i cittadini. Il compito del Doge era far rispettare le leggi e far funzionare “lo stato” doveva essere persona di elevata integrità morale ed etica e porre l’interesse comune come primo obiettivo, “e trovi l’interesse suo nel vantaggio di tutti, e collochi nella pubblica prosperità la sua gloria”. Stesse caratteristiche degli odierni amministratori, non vi pare?
Nell’antico veneto l’interesse della collettività era importantissimo soprattutto per esercitare le libertà individuali, importantissimo era il rispetto delle leggi della comunità, non importa da dove vieni, da Padova, Treviso, dal Metaponto o dall’Africa, chiunque tu sia sei veneto se accetti le leggi e la cultura veneta. Se sgarravi pagavi, anche se sei il Doge.
Un altro aspetto che rendeva omogenea la civiltà veneta, anche se disomogenea etnicamente, erano l’alto valore in cui erano considerate le competenze, Paoluccio era tra i primi e più stimati cittadini di Eraclea. E qui permettetemi di sfatare uno dei più recenti luoghi comuni sui veneti. I veneti non sono mai stati un popolo del fare, ma hanno sempre dato preminenza al saper fare, perché solo il saper fare ti permette di agire produttivamente, fare per fare non è mai stata una qualità veneta.
Veniamo quindi allo strano caso di Paola Egonu di Cittadella e del Dottor Szumski di Santa Lucia di Piave, i veneti antichi non avrebbero considerato la Egonu per la sua perenne abbronzatura, nel il dottor Szumski per le sue origini barbariche, ma avrebbero valutato il loro comportamento con la collettività e le loro competenze, che per entrambi sono eccellenti, la loro storia parla per loro, entrambi sono veneti perché in regola con le antiche tradizioni venete. Con buona pace del noto generale “seduto sulla collina”, forse Egonu non rappresenta il tipo tipico italiano, ma sicuramente è veneta al 100%, come lo sono tutti quelli che indipendentemente da dove nascono o sono originari, ma pensano e agiscono secondo le antiche tradizioni della Serenissima Repubblica Veneta.
E veniamo ad un’altra caratteristica storica dei veneti, la resistenza a leggi ingiuste.
Se prendiamo come riferimento della nascita della Repubblica veneta il 421 d.c. e la sua fine nel 1797, abbiamo una repubblica che è durata 1376 anni. In un così lungo asso temporale, qualche Doge bricconcello c’è stato. Ma in tutti i casi, i veneti, se non alla prima marachella, successivamente hanno sempre rifiutato le ingiuste azioni dei Doge, sia tirandoli giù dalle spese, una volta non avevano i tre gradi di giudizio, sia con accortezze costituzionali. Infatti l’aristocrazia veneziana, a differenza delle altre
aristocrazie europee, una volta preso il potere, decise di mantenere le cariche
pubbliche sempre flessibili e di limitare a un tempo molto breve la durata delle cariche. Resistere a leggi che si ritengono ingiuste, Resistere è nel DNA e non nell’mRna del popolo veneto.
Marco Fascina