L'associazione Sguardi Fotografici di Carbonera (TV) che da poco sfrutta la nuova sede, splendida, vicinissima all’ufficio postale, dimostra di non temere le malelingue e ha indetto una serata sul fotografo più scomodo che il panorama possa offrire: Robert Mapplethorpe (rif. 1) A gestire la patata bollente in qualità di relatore, che poi si è anche assunto l’ingrato onere di scegliere le foto da presentare al pubblico, Piero Mazzoli, fotografo professionista e appassionato di quest’arte. Mapplethorpe era gay senza riserve e amava il mondo del sadomasochismo; quell’ambiente andò a fotografare con uno stile, una forza ed una capacità, sconvolgenti. Uomini dunque, preferibilmente nudi, meglio se di colore dove le chiacchiere che girano negli spogliatoi sportivi circa le ragguardevoli dimensioni dei loro organi riproduttivi trovano indiscussa conferma a guardare le immagini proposte durante la serata. Spesso il centro della foto era proprio quel pezzo di carne che tanta importanza assume negli accoppiamenti.
Mazzoli, precisa che la scelta di soggetti dalla pelle scura nasce anche da una necessità, che nell’opera di Mapplethorpe era basilare, evidenziare le fattezze del corpo umano. Muscoli, tendini, plasticità, tutto ciò era accuratamente dettagliato nelle immagini realizzate dal fotografo che evidenziava questi elementi con un raffinatissimo uso delle luci, e la pelle bianca non favoriva il risultato ottimale. Pur non avendo terminato la scuola d’arte, l’autore si rifaceva ad un’idea classica del corpo umano e i suoi lavori dimostrano inequivocabilmente che autori anche “italiani” quali Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello o Antonio Canova erano a lui ben noti e rappresentarono fonte d’ispirazione. Il corpo umano spesso venivano corredato da oggettistica del mondo che a lui interessava, affascinava e conosceva, il sadomasochismo. Catene, corsetti e maschere di pelle, coltelli, per non parlare di fruste, in uno scatto che ha particolarmente colpito i presenti una di esse era conficcata nel retto del fotografo, da cui fuoriusciva a mo’ di lunga coda. La descrizione di questa foto rende palese come l’autore non temesse di entrare in ambito pornografico, dove però sempre la composizione dell’immagine era estremamente accurata, oserei dire raffinata.
In particolare molta attenzione l’artista poneva, come già scritto, alle luci che creavano però problemi ai suoi modelli spesso pescati nel mondo degli attori porno. Come il lettore avrà compreso il pene in erezione fu uno dei suoi soggetti preferenziali, ma il protagonista dello scatto non rimaneva “sull’attenti” per troppo tempo e capitava che quanto le luci, finalmente fossero state calibrate correttamente, “lui” non avesse più voglia di proporsi in tutta la sua magnificenza, complicando, e non poco, i piani del fotografo. Oltre a nudi con soggetti maschili e amanti omosessuali che si abbracciavano e/o baciavano, parte importante del lavoro dell’artista furono nudi a soggetto femminile, in particolare aventi come modella Lisa Lyon, una delle prime culturiste, a ripetere come fossero le forme umane, principalmente i muscoli, ad attirare la sua attenzione ed a stimolarne il prodotto artistico. Non va dimenticata nella sua produzione artistica anche la rinomata serie di ritratti dove molti sono i nomi fragorosi provenienti da Hollywood e la serie di foto aventi come protagonisti i fiori.
Fiori, precisa il relatore che non rappresentano un differente filone di ricerca, ma che ne rappresentano una continuazione. I fiori sono gli organi riproduttivi delle piante e l’ironia che spesso, velata, traspare negli scatti richiede capacità interpretativa da parte di chi si pone di fronte alla foto. Si potrà allora comprendere come quel determinato fiore in ripiegamento su se stesso possa ricordare il suo corrispettivo che non amava aspettare la sistemazione delle luci di cui trattai poco fa, o quel mazzo di fiori colorati che pare scappi dal vaso può ricordare l’attimo conclusivo di un’erezione quando ciò che è interno al corpo maschile fuoriesce in uno schizzo liberatorio. Confesso che non conoscevo il lavoro a colori sui fiori, splendido, e di non aver in alcun modo posto la necessaria malizia per interpretarlo. Se oggi dispongo di questa chiave interpretativa devo dire “grazie” a Piero Mazzoli che ha saputo parlarci anche di ciò nella sua piacevole e garbata disquisizione.
Mapplethorpe pur con la sua stravaganza è indubbiamente uno dei maestri della fotografia, e si può considerare un artista che rimarrà nella storia di quest’arte come un punto di riferimento. Nello scatto con cui si congeda al pubblico, lui morirà per complicanze causate dall’AIDS, lo si vede impugnare un bastone dove oltre alla mano bianca che lo stringe con veemenza, brilla il pomello dello stesso: un cupo teschio in argento. Il gioco di luce ammanta la foto di nero, quando in quasi tutta la sua produzione a circondare i suoi soggetti c’era il bianco. Dal nero emerge in secondo piano, sfuocato, il suo volto, dove la sofferenza della malattia traspare. E’ come se dicesse a chi visiona la foto, la morte (presente in primo piano) mi sta portando nell’aldilà, ove regnano i fantasmi; ma sino alla fine io qualcosa di lungo, ritto e rigido lo stringo con forza. E’ questa una mia interpretazione favorita dalle molte immagini e dalle altrettante osservazioni che le hanno accompagnate durante questa bella ed interessante serata.
Mirco Venzo, Carbonera 23/01/2019 #qzone.it
Rif. 1 https://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Mapplethorpe
