Quando son di piglio buono mi piace dialogare con la gente, e mi è capitato di farlo anche durante la stagione estiva, andando a farmi un’idea assai negativa sulla salute di Venezia. Uno s’immagina che la “città immortale” abbia tutto da guadagnare dalla globalizzazione e che milioni di turisti la rendano sempre più ricca. Io, se do credito alle voci raccolte chiacchierando, mi son fatto un’idea opposta. Il primo a darmi dei dati interessanti fu un abitante di Burano, l’isola famosa ad ogni fotografo per i colori sgargianti delle sue case e per i preziosi merletti che si realizzavano. Bene, quando quest’uomo nacque, altri 109 bambini videro la luce quello stesso anno (a spanne saranno stati circa quarant’anni fa) mentre quando questo “buranello” mi parlava i nati nell’isola erano solo dieci. Quell’isola si sta spopolando e le tradizioni che sono parte di Venezia, come l’arte di produrre merletti, inevitabilmente è destinata a sparire.Attorno a Venezia, che lo ricordo è un arcipelago di isole, vi è la terraferma.Terraferma che s’incastra con il mare mediante una battaglia quotidiana, ora l’acqua del mare si impossessa di un po di terra, ora il mare si ritira e dall’acqua emerge una maggior porzione di terra. Questo territorio in relazione con l'acqua è la causa originale dell'insediamento umano, ma non voglio ora dilungarmi in disquisizioni storiche, quanto soffermarmi su un aspetto legato a tutto ciò evidenziato da una seconda chiacchierata fatta con un abitante del Cavallino, luogo che guarda la perla dell’Adriatico dalla terra ferma. Lui e i suoi vicini di casa, come vuole la tradizione, produceva ortaggi di pregio. La terra attorno alla laguna è indicata per coltivazioni di ortaggi e certi tipi di frutta perchè quel territorio rubato all'acqua marina è salato e ciò, da come ho compreso, condisce ciò che produce. Questi ortaggi sono in una parola più gustosi.
Questo stesso concetto mi venne espresso tempo fa da chi sta al lato opposto di Venezia, ovvero a Chioggia, e quindi lo ritengo veritiero.Ordunque molti piatti tipici veneziani danno grande importanza agli ortaggi, si pensi al famoso “risi e bisi” (riso con i piselli) che veniva offerto al Doge il 25 Aprile, giorno in cui si festeggia San Marco, il patrono di Venezia. La ricetta del “risi e bisi” è semplice: soffritto di cipolla dove aggiungere e rosolare con l’olio qualche cubetto di pancetta è cosa opportuna. Quindi si aggiungono i risi e dopo due rigiri con il mestolo di legno si aggiunge un mezzo bicchiere di vino bianco secco, poi al bisogno brodo e i piselli che a casa mia erano sempre cucinati a parte. La tradizione si legge nel web (e gli usi della mia famiglia lo confermano) vuole che il piatto si serva a metà strada tra una zuppa e un risotto.
Torniamo al mio interlocutore, dal Cavallino partivano nel periodo estivo 12, 13 containers per il resto del paese. Ora ne partono uno o massimo due. Mi scuserà il lettore se non ho memorizzato l’unità di tempo cui si riferisce la fonte, non ho capito/non ricordo se i camion partivano una volta al giorno o alla settimana. Poco male, la cosa che volevo dire è che quella produzione che dava da vivere a molti abitanti del Cavallino ora è ridotta ad un decimo o meno. A conferma di ciò, mi dice il giovane, ora non lavora più per gli orti, ma per i campeggi. Se Venezia significa tradizione e cultura, in era di globalizzazione la si sta perdendo come già aveva segnalato la nostra Daniela Grassato in un articolo dove parlava di Sant’Erasmo, altra isoletta di Venezia, anch’essa produttrice di ortaggi (le castradure - carciofi) e anch'essa in via di spopolamento (rif. 1).
Venezia si riduce di anno in anno ad essere sempre più solo una città museo che sta andando sott’acqua e tutto ciò che la rendeva viva ed interessante ai miei occhi si sta perdendo.
Venezia sta però sparendo anche fisicamente; il problema dell’acqua alta che proprio i giorni scorsi ha devastato la città, la conseguenza, a mio avviso, di quanto scritto sopra. Il problema politico e la mala gestione della cosa pubblica non può essere compreso da chi italiano non è, e tanto meno da chi è veneziano di adozione. I ricchi americani o i magnati arabi che possono permettersi di acquistare le case storiche non hanno nulla a che fare con la complessità della politica locale, e però se un certo allarme non parte da chi è legato a quel territorio, come pretendere poi se ne preoccupi chi sta a Bruxelles?
La chiacchierata con questi veneziani, le cui informazioni andrebbero tutte verificate, pare a me un bell’esempio di cosa significhi in concreto la globalizzazione. Tutti vanno dove vogliono, la gente è libera di girare senza confini e sopratutto chi ha i soldi compra quel che vuole e dove vuole. Se questo significa uccidere le tradizioni, poco male, è il "nuovo" che avanza. I "risi e bisi" devono, e lo stanno già facendo, lasciar spazio al “Big mac” di McDonald, mentre il pareggio di bilancio voluto dalla UE spinge a vendere a privati, singoli individui, o anonimi fondi d’investimento, isole che sono parte di Venezia quali Poveglia o San Giacomo in Paludo. (rif. 2)
Chiudo rilevando che l’interpretazione dei fatti sopra esposti non credo siano condivisi dal “buranello” né dal abitante del Cavallino. Non credo siano neppure contrari a quanto esposto, semplicemente se mai avessi iniziato ad esporre queste mie idee, la chiacchierata si sarebbe interrotta.
Mirco Venzo, Treviso 28/11/2019 #qzone.it
Foto realizzata a Cavallino Treporti, luogo di pesca ed orti.