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20220603 VM in her roomsLo spazio Gerra di Reggio nell’Emilia è una delle mete più appetite dalla nostra comitiva durante le visite a Fotografia Europea e questo sia per la bellezza delle sale espositive, sia per le proposte spesso originali che vengono in quel sito presentate. In questo 2022 la protagonista del palazzo è stata la fotografa Maria Clara Macrì la quale ha scelto come soggetto delle proprie opere donne rigorosamente inserite nel loro contesto abitativo - la loro camera, ma scopriremo non necessariamente quella in cui dormono - dove venivano catturate spesso senza veli, non solo in senso spirituale ma anche in senso fisico.


La presentazione mi permette di utilizzare uno "stereotipo" per catalogare il lavoro della fotografa: è un'opera di stampo globalista  nel senso che quasi sempre le protagoniste degli scatti non sono originarie del luogo dove hanno la loro dimora, ma sono delle straniere che si sono spostate a New York, Los Angeles, Barcellona, Parigi, Manchester, Milano o Roma… Questo sospetto è avallato anche dallo stesso titolo che utilizza la lingua della globalizzazione, l'inglese. A mio modo di vedere anche lo spirito della stessa raccolta vuole dissolvere i confini, le ragazze vengono volutamente riprese dentro il loro spazio più intimo (la loro stanza - In her rooms) valicando quindi una barriera simbolica, ma anche la stessa esigenza di presentarle senza veli rientra in un idea di globalismo: anche gli abiti sono una sorta di "barriera" che viene spesso e volentieri fatta cadere dalle protagoniste dello scatto.

Non è tutto, in taluni casi le protagoniste della foto trasmettono un’idea di coppia (in alcune foto vi è la donna con il pancione, la ragazza quindi presto diventerà mamma), e questa giovane è affiancata da una sua amica che, deduciamo, essere molto intima, sia perché le due sono affiancate in modo decisamente più che confidenziale, (e la posizione suggerisce della tenerezza), sia perché in tutta l’esposizione manca una qualsivoglia figura maschile. La visione globalista (mi rifaccio qui a molteplici video proposti a riguardo dal filosofo Diego Fusaro) elimina anche i confini della famiglia tradizionale e se per far figli non serve più accoppiarsi con un maschio quest’ultimo, assente lo ripeto in ogni fotografia della mostra, non serve talvolta neppure più per dare piacere alle donne, come lascia suggerire lo scatto delle "quattro Veneri" raggruppate l’una all'altra - sempre senza abito alcuno. (vedasi foto a corredo dell'articolo). Non è uno scatto dove le ragazze stanno consumando un atto di libito, sia chiaro, ma nulla impedisce, in chi osserva questa foto, l’insinuarsi del malizioso sospetto che tra le fotografate non possa esservi stato in passato (o non potrà accadere in futuro) qualcosa di “più peccaminoso”.
Ecco, ho voluto usare il vocabolo “peccaminoso” proprio per riallacciarmi al concetto di religione che comunque è un elemento dove i confini tra il “giusto” e lo “sbagliato” (il peccato appunto) sono ben tracciati. Tutti gli scatti della Macrì trasmettono l’idea che le protagoniste siano avulse da un qualsivoglia vincolo religioso, o, spiegato altrimenti, tutti gli scatti trasmettono un’idea di spensierata libertà, vissuta con freschezza e con assenza di remore.

Lo stile fotografico è libero anch’esso, tendenzialmente la fotografa non pare aver costruito con attenzione ogni singola immagine, preoccupandosi della luce o delle geometrie della foto; al contrario pare quasi aver privilegiato l’attimo magico, come quando si fa “street”, anche se qui non si fa street, si è a "tu per tu" con la fotografata. Il messaggio a me pare chiaro e volendo esprimerlo con una frase direi, “ero lì e ho catturato quell'attimo, quel momento, quell'espressione con tempestività, prima che la protagonista cambiasse stato d’animo”.

A me ed a Giorgio gli scatti sono piaciuti, anche perchè, e val la pena di sottolinearlo, le protagoniste erano tutte tendenzialmente giovani e per lo più avvenenti. Preciso; le donne e le bambine catturate da Mary Ellen Mark - rif 1 non sono certo state parte di questa esposizione come pure le donne anziane. Nota: le foto non richiamano a particolari situazioni maliziose ma tutte le ragazze sono donne in età propizia per sedurre; di anziane che rimescolano la polenta o camminano con il bastone, non se ne parla proprio. Anche le sale dove erano inserite le foto con oggetti disseminati quali: letto sfatto, vasi di fiori secchi, specchi... creava una certa atmosfera che rendeva interessante la totalità della mostra. Può risultare interessante a questo punto riportare anche il punto di vista delle due ragazze che ci accompagnavano le quali hanno trovato la scelta della fotografa (quella di catturare le protagoniste senza veli), inutile e forzosa: “...Si può tranquillamente cogliere l’essenza del soggetto senza bisogno di spogliarlo, come poi hanno fatto milioni di altri fotografi…”. 

Come vedete le opinioni sul "Gerra" sono divergenti e la chiave interpretativa che ho abbozzato, quella di scatti coerenti con la globalizzazione (ed i suoi valori), interpretazione non pienamente confermata dalle didascalie, ma neppure del tutto respinta, è uno strumento per capire la ritrosia delle nostre amiche. Chi fosse contrario alla filosofia globalista è probabile che possa provare un senso di distacco per questo lavoro; se anziché giovani ragazze fotografate nude in ambienti a loro familiari vi fosse stato un analogo lavoro dove protagonisti erano dei giovani maschi, non ho difficoltà a riconoscere che il mio interesse per la mostra sarebbe drasticamente crollato.

E con questa osservazione voglio ritornare al concetto dei confini: io non ho nulla in contrario all’omosessualità, ma vedere esposte in pubblico scatti dove i protagonisti sono degli uomini in atteggiamento dolce tra di loro, mi disturba. Facciano quel che devono fare, ma dentro certi ambiti (dentro certi confini). Ecco: questa precisazione forse chiarisce meglio l'idea mia personale su questo tema e può servire per comprendere e "tarare" la mia chiave  interpretativa su questa mostra.

Mirco Venzo, 02/07/2022 #qzone.it
Nella foto da me realizzata un dettaglio della sala dove ho cercato di adottare lo stesso stile della protagonista, catturando un attimo senza badare alla pulizia formale dello scatto: volevo che nel mio ricordo vi fosse uno dei due maschi presenti alla mostra, ed ho accelerato lo scatto per evitare che se ne uscisse dall’immagine.

rif. 1 http://www.qzone.it/index.php/q-arts/852-mary-ellen-mark-the-lives-of-women

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