Su invito di una mia amica, una delle protagoniste dell’esposizione, sono andato a visitare la mostra #noisiamoTreviso, fruibile gratuitamente al Museo Bailo di Treviso sino al 16 agosto 2020. Ho parcheggiato fuori dalle mure e ho imboccato porta Santi Quaranta per giungere al museo, passando davanti alla storica osteria “al Cavallino”, già sede di ritrovi carbonari quando alcuni patrioti, così
verranno presentati successivamente nei libri di storia, tramarono per portare il Veneto nel regno dei Savoia, strappandolo agli austriaci. Con mio rammarico ho scoperto che l’osteria ha chiuso i battenti, non so se recentemente a seguito del coronavirus o se già prima soffriva, al pari di decine di altre attività locali, è stata decimata dalla crisi.
Questa scoperta mi ha mal disposto ed è probabile questo abbia influenzato il mio giudizio sulla mostra che sto per esprimere. Il progetto #noisiamoTreviso nasce da un’idea del fotografo Giovanni Vecchiato che voleva omaggiare la città dopo il lungo periodo di quarantena causata dal coronavirus. In varie sale erano esposti i volti di circa cinquecento trevigiani uno affianco all’altro in pannelli di grandi dimensioni. Il lavoro ricordava di primo acchito quello proposto da Franco Vaccari nel lontano 1972 (rif. 1), ma dopo una veloce analisi apparivano chiare le differenze, tanto che paragonare i due lavori sarebbe ingiusto e forse inutile. Entrambi i lavori presentavano una sorta di fototessera dove però in questo lavoro trevigiano le dimensioni dell’immagine erano assimilabili ad un A 4, (21 cm x 30 circa, ma se mi sbaglio chiuedo scusa, non ho il senso delle misure) mentre nel '72 le immagini erano quelle della fototessera. Per il resto una miriadi di volti erano affiancati l’uno all’altro tutte in bianco e nero, con una sola unica eccezione di cui parlerò in seguito.
La prima idea che mi ha trasmesso osservare tutte quelle persone poste una all’altra è stata l’idea di “massa”. Tante pecore stipate una contro l’altra. Non l'idea di popolo, e neppure l'idea di gente, ma proprio della massa, un vocabolo carico di connotazione negativa. Ho voluto osservare più da vicino e con maggior attenzione per modificare questa prima impressione. Bambini ve n’erano molto pochi, persone molto anziane, quali quelle che vengono nel policlinico dove lavoro per curare i loro acciacchi, ve n’erano molto poche. Extracomunitari ve n’erano molto pochi, e quelli malvestiti che si vedono per strada erano assenti del tutto. Cinesi, negri, magrebini, qualche volto riconducibile a una delle molte badanti che provengono dal est Europa, non ne ho trovato traccia.
Magari anche c’era, ma non sono riuscito a notare questo status nella massa di volti uno affianco all’altro. La maggioranza dei fotografati erano persone dai 30 ai 50 anni e tutti erano tendenzialmente sorridenti. L'abbigliamento era poco valorizzato, e non poteva essere altrimenti trattandosi di una foto tessera simile a quella dei documenti, dove l’idea che mi ha raggiunto era di serenità, di gente vestita in modo urbano, non sfarzoso, ma neppure barocco, magliette estive, alcune direi proposte da chi il progetto aveva ideato. Un senso di pulizia, di igene. Qualche volto straniero in effetti c’era, ma visto li, pareva quello di persone perfettamente adattate alla città, i nuovi trevigiani, gente che aveva fatto tutto il percorso di studi in Italia e che si sentiva parte del tessuto sociale. Volendo generalizzare direi che quei rari volti stranieri potevano essere quelli degli immigrati di seconda generazione. Il dramma di chi è arrivato in modo clandestino, sbarcando in Europa dopo chissà quali peripezie non l’ho certo percepito, e, va precisato, non credo fosse quello l’obiettivo di chi il progetto ha concepito.
Mi sono quindi chiesto: io sono rappresentato da questo progetto? Io vivo a Treviso da sempre e ho l'età del soggetto medio proposto da questo lavoro; mi sento come un essere mediamente sorridente in mezzo a molti altri? Sono un individuo standardizzato? Risposta: no! Io sono tra coloro che si è attivato nel Movimento 5 Stelle per far nascere un nuovo soggetto politico che rompesse con la tradizione e facesse svoltare il paese. Il primo consigliere comunale del partito ora maggioritario in parlamento fu un certo David Borrelli, guarda caso insediatosi proprio nella nostra casa comunale. E sono stato anche tra coloro che l’ha contestato questo personaggio, prendendo le distanze con molti del nostro gruppo dal partito che oggi inneggia a Giuseppe Conte.
La storia grillina passa per Treviso e infatti ero anche tra coloro che han collaborato con Alessandro Gnocchi, il secondo “grillino” entrato a Ca’ Sugana, anche lui poi uscito da quel movimento, oggi partito. Treviso ha dato i natali alle 5 Stelle e ne ha preso anche subito, a suo modo le distanze. Trevigiana è la famiglia Benetton, ovvero colei che ha gestito il famoso ponte crollato a Genova. Treviso è quindi una città dalle molte sfaccettature dove personaggi molto diversi, famiglie molto diverse, vivono nella stessa urbe. Tutto questo non traspariva dai volti mediamente sorridenti dei 500 e più trevigiani immortalati che mi parevano più che non la Treviso odierna, un auspicio di trevigiani futuri. Gente serena, uno simile all’altra, pronta a consumare qualcosa di standardizzato.
Parlavo di massa, di pecore, bestie destinate al macello una più o meno uguale all’altra. Gente facilmente orientabile verso un’unica direzione. Ho sopra citato i Benetton ed i “primi grillini” per esemplificare brevemente come Treviso a mio avviso non è proprio rappresentabile così! A Treviso le differenze ci sono, eccome se ci sono!
L’unico gioco interessante che consiglio anche al lettore è quello suggeritomi dalla Cristina: “Vedi se riesci a rintracciarmi”? Tra le centinaia di ritratti, infatti, si possono riconoscere amici o parenti, e la cosa suscita autocompiacimento e una sorta di “piacere”. “Guarda qui chi c’è!” si pensa una volta riconosciuto il volto amico. Che c’entra questo con Treviso e l’essere trevigiani? Con la trevigianità? A mio avviso proprio nulla.
Rimango moderatamente sorpreso quindi dal fatto che un lavoro che non ha la mia approvazione sia riuscito a trovar spazio all’interno di una sede così prestigiosa. Dicevo che sono moderatamente sorpreso anche se non posso definirmi esterrefatto: il mondo dell’arte, almeno quella locale, poche volte ha offerto chiavi di lettura per comprendere la società che ci circonda, e quindi è a suo modo complice con la crisi che stiamo vivendo, quella che ha portato alla chiusura di locali come “il Cavallino”. Dopo aver aspramente criticato il lavoro del fotografo Vecchiato, debbo però lui riconoscere un lampo di genio artistico, determinato dall’unica foto a colori presente nella serie. Il protagonista è un ragazzo di nome Alessandro che si è avvicinato al set dove venivano realizzati i ritratti, sotto la loggia dei Cavalieri, ed è riuscito in qualche modo a far comprendere che voleva anche lui essere del gruppo dei fotografati.
Non è stata un’impresa facile essendo Alessandro un bambino autistico; ciò non solo non ha impedito al giovane di essere incluso dentro “noisiamoTreviso”, ma di venire immortalato con uno scatto a colori. Questa uscita dagli schemi proposta dal fotografo, questo rimarcare la differenza di Alessandro, mi è piaciuta. A modo loro tutte le persone presentate sicuramente hanno delle loro peculiarità, che a me sono sfuggite dentro questo progetto artistico. Riconoscere tuttavia l'eccezionalità di questo trevigiano è una cosa che ho apprezzato, sia mai che da lui inizi un percorso di riconquista delle specificità, di uscita dal gregge, dalla standardizzazione, cosa che auspico non solo per il mondo dell’arte, ma soprattutto nel mondo della vita reale.
Voglio tornare a mangiare in locali come la vecchia sede carbonara, i ristoratori capaci non mancano e non devono cambiare lavoro come vuole la pentastellata Laura Castelli, e non voglio appiattirmi dentro uno dei tanti McDonald’s o Burger King. Dopo tutto ciò che ho scritto val la pena di andare a visitare la mostra al museo? La mia risposta è positiva, primo perchè il lettore potrebbe avere percezioni differenti dalle mie, e trovare il lavoro di suo gradimento, secondo perchè il costo è zero e se non dimostriamo di apprezzare le iniziative gratuite, in un certo qual modo stimoliamo le iniziative a pagamento, ed allora ben fanno coloro che amministrano a considerarci non solo pecore, ma polli da spennare, cosa che la sottoscrizione del recente Recovery Fund favorirà di sicuro, a parere di chi scrive, ma questo è un altro tema.
Mirco Venzo, Treviso 24/07/2020 #qzone.it
Foto di una delle sale di #noisiamoTreviso all'interno del museo Bailo.
Rif. 1 http://www.qzone.it/index.php/q-arts/192-franco-vaccari-spiega-la-sua-ricerca
