Cerca

20180327 VM GulagOgni anno attorno al mio compleanno (che casca il 28 gennaio) si va a parlare dei campi di sterminio e dell’efferatezza del regime nazista. Si parla di Auschwitz. Un contributo di spessore a questo tema ritengo di averlo già fornito, andando ad intervistare l’ingegner Artale, uno degli ultimi sopravvissuti del campo di sterminio di Auschwitz Birkenau (Rif. 1 / 4). L’intervista mi ha scosso ad un’intensità tale da obbligarmi a scrivere un piccolo libro (mai pubblicizzato in nessun modo) dove ci aggiungo altre riflessioni (rif. 5).

Vengo al punto: che affinità ci sono tra le due strutture, quella sovietica e quella tedesca, e che differenze si possono trovare? Non sono uno storico e la mia va considerata una chiacchierata che nasce però dalla constatazione che simili comparazioni non si trovano agevolmente in rete. Sicuramente ci sono, ma essendo nascoste si crea uno spazio dove magari anche il mio contributo può risultare utile.
Fine dell’introduzione ed inizio dalle affinità che ho rilevato tra i Lager e i Gulag.

Affinità tra lager (nazisti) e Gulag (sovietici)

.- Entrambi hanno come scopo la purificazione della società dalle “mele marce” o, se si preferisce, da coloro che chi detiene il potere reputa infettante per il resto del gruppo.

.- Entrambi hanno come scopo prioritario (che non significa principale) lo sfruttamento della forza lavoro dei malcapitati.
Ho trattato questo aspetto in un precedente articolo (rif. 6) ma devo aggiungervi delle ulteriori osservazioni. Questo fatto del campo di concentramento come struttura di produzione a basso costo, dove manca il riconoscimento economico a chi i manufatti li realizza, è da tutti dimenticato o peggio manco considerato. Sbagliando a mio avviso. Mi rifaccio a Karl Marx che parlava della sovrastruttura (l’ideologia) che serve a reggere la struttura (l’aspetto che conta, ovvero l’aspetto economico). Condivido in toto questa marxiana impostazione e, a mio avviso, i campi di lavoro sovietici e nazisti ne sono una conferma. Voglio approfondire quest’aspetto.

Gli Arbeitslager (lager dove lo scopo è presente nel nome: campi di lavoro) erano di gran lunga numericamente superiori ai Vernichtungslager (campi di sterminio). Questo aspetto è poco evidenziato quando si parla di lager tedeschi. Guarda caso pure i Gulag erano decisamente luoghi atti a far produrre beni e infrastrutture a costo basso. L’estrazione di oro nella Kolyma e la produzione di legno (giusto per citare due settori che stavano molto a cuore a Stalin in quanto fonti importanti di “export”) erano in enorme percentuale realizzate dai deportati obbligati ad andare nelle zone ricche di questi prodotti, ma talmente isolate ed inospitali da essere rifiutate dai liberi cittadini sovietici.

L’idea di rinchiudere delle persone considerate “inferiori” o di far finta di volerle “purificare” mediante il lavoro è chiaramente una storiella ideologica che lascia il tempo che trova e chi ci crede. Caso vuole che anche oggi nella Repubblica Popolare Cinese, vi siano i laogai, (rif. 7) che vogliono riabilitare il prigioniero per mezzo del lavoro. Lavoro che naturalmente non è remunerato. Insomma, è facile sentir dire dal vessatore che il lavoro imposto al malcapitato è un operazione necessitata dalla volontà di redimere l’asociale. Si vorrebbe quasi esser ringraziati per avergli dato questa possibilità. L’ideologia serve a questo, a creare quest’aurea che contribuisce a reggere il gioco.


Accadeva anche nell’antichità dove si era creata tutta una letteratura e tutto un mito che narrava dell’eroe e del guerriero che era pronto a sacrificarsi in guerra per la gloria. (rif. 8). La “gloria” era finalizzata all’approvvigionarsi di schiavi (rif. 9) utili per lavorare i campi (e non solo); per procurare donne da mettere a servizio nelle proprie case; per recuperare terreni situati in zone importanti dal punto di vista strategico, commerciale o militare, o ricche di risorse, terreno fertile, acqua, risorse minerarie. Mica puoi dire ai tuoi soldati che devono andare a combattere con ardore, arrivando al punto di sacrificare la loro vita per il tornaconto economico delle elite? Avresti un esercito svogliato e poco efficiente. Se però già in tempo di pace crei il mito dell’eroe (narrando della bellezza della guerra, di come chi muore combattendo venga eternamente ricordato e dedichi statue e opere artistiche rendendo immortali questi protagonisti), allora riesci a suscitare quel “fanatismo” necessario affinché il gonzo sacrifichi la sua vita per assecondare gli interessi di chi trae profitti dalla vittoria, ma mai rischia in caso di sconfitta. La tattica è molto in auge anche al giorno d’oggi.

Tornando ai tempi della Grecia e della Roma antiche, la guerra era un modo utile per recuperare schiavi, ovvero persone prive di qualsiasi diritto costrette a lavorare per te gratis. Precisamente questo sono i reclusi dei lager tedeschi e dei Gulag! Probabilmente lo sono anche i reclusi dei laogai, ma, dato che io su quelle strutture non ho letto nulla, lascio al lettore la realizzazione di una sua ricerca in merito che possa confermare o rigettare questo sospetto.

Torniamo ai detenuti dei lager e dei Gulag per evidenziare come nel XX secolo questi uomini erano trattati molto peggio degli schiavi antichi. In passato, infatti, veniva garantito al malcapitato il cibo sufficiente per tenerlo in vita in modo dignitoso. Infatti non era interesse del proprietario, che aveva pagato per acquistare questo “bene,” lasciarlo poi morire o ammalare per carenza di nutrimento. Lo schiavo era sì considerato alla stregua di un animale, ma aveva pure i diritti di un animale domestico, ovvero era alimentato a dovere. Questo non accadeva né dentro i lager tedeschi, né dentro i Gulag, dove il numero di calorie elargito ai prigionieri era insufficiente per permettere loro di vivere.

Anche l’ambiente dove vivevano era di qualità tale da favorire il diffondersi di malattie non solo debilitanti, ma spesso addirittura mortali. Questo è un altro punto di affinità tra le strutture tedesche e quelle sovietiche. La Appelbaum (rif. 10) scrive di tassi di mortalità in alcuni Gulag, negli anni peggiori, che rasentano il 20/25%. Quanto agli Arbeitslager avevo letto che era stata calcolata una durata media per ogni prigioniero di novanta giorni, dopodiché le razioni caloriche, che si sapeva erano insufficienti, avrebbero portato il “sub-umano” a spegnersi.

A tal riguardo ho anche un racconto che mi è giunto tramite il passa parola. Un deportato, zio di un mio amico, rinchiuso in uno di questi campi di lavoro, quando arrivava un nuovo carico scommetteva con gli altri deportati suoi “colleghi” su quanto sarebbe vissuto Tizio piuttosto che Caio. Parametro determinante per gli scommettitori era la taglia della persona analizzata: più costui era grande e robusto, maggiori erano le risorse alimentari di cui avrebbe avuto bisogno, risorse che non gli sarebbero state garantite, anticipando il suo decesso.

Il principio è che una macchina di grande cilindrata necessità di una maggior quantità di benzina e se quella che riceve è pari a quella che vien concessa all’utilitaria, questa, semplicemente, si fermerà prima. Il racconto potrà sembrare cinico e poco allegro da parte di questi sventurati, ma immaginare che ci fosse spazio per la gioia e per scherzi simpatici, in quei luoghi forse sarebbe pretendere troppo. Il risultato tra la comparazione degli schiavi moderni, creati dalle nostre “evolute” ideologie, e di quelli antichi rende di gran lunga vantaggioso esser stati incatenati nell’antichità che non nel XX secolo.

Perfino la comparazione con degli animali da soma gestiti da un qualsivoglia contadino, è a favore di muli e cavalli o galline ovaiole: nessun allevatore sarebbe orgoglioso di avere tassi di mortalità del 20 / 25% annui. Egli si attiverebbe per risolvere il problema! Ecco che l’ideologia nazista e peggio, quella comunista, avevano creato un contesto di valori atto a render accettabile una “logica” che pare a me demenziale.

Perché rimarco la colpa della filosofia comunista? Perché questa, a mio avviso, andava con maggior incoerenza contro il suo principio cardine che era proprio la valorizzazione del lavoro e rendere ogni cittadino libero. Non solo, il modello comunista negli anni settanta aveva coinvolto circa un terzo del pianeta e i Gulag non rappresentavano eccezioni dentro questo modello, non a caso ho citato i laogai ancor oggi presenti in una nazione filocomunista (considerare oggi la Cina paese comunista alla luce degli interessi capitalisti che vi regnano è un ossimoro, ma il lettore mi ha compreso) ma pure il regime dei Khmer Rossi prevedeva il lavoro forzato. Quindi inseriamo la similitudine nella nostra lista.

.- Entrambe le strutture sottoalimentavano i propri internati, sfinendoli al punto di portarli alla morte, con buone percentuali.

Può essere interessante a questo punto affiancare altre esperienze storiche all’idea del “campo di concentramento”. La prima, pure trattata da Qzone è relativa al dominio belga in Congo (rif. 11/12/13), dove tutto il territorio africano governato da Leopoldo II divenne, di fatto, un campo di lavoro forzato con lo scopo di rendere il sovrano uno degli uomini più ricchi del pianeta. Anche qui il sopruso era giustificato dalla immancabile “sovrastruttura” ideologica; nella conferenza in cui si concesse il Congo a Leopoldo II venne sostenuta la tesi che il Belgio avrebbe aiutato “i negri incivili” ad elevarsi a livello umano.

Quando si parla di razzismo va ricordato che alcune etnie nere, quali ad esempio pigmei e watussi, per citare le due più singolari, erano esibite dentro una sorta di zoo nelle più evolute capitali europee quali Parigi (vedi Expo 1889 dove il villaggio negro venne visto da circa 28 milioni di persone “bianche”)! Nel periodo della bell’epoque, Parigi era da considerare il centro culturale mondiale. Un’altra realtà di concentramento in cui mi sono imbattuto è quella del campo di concentramento vicino a casa mia, quello di Monigo, dove i reclusi non erano obbligati al lavoro. (rif. 14).

La motivazione economica va pertanto esclusa? La risposta è negativa: nel campo di concentramento di Treviso erano finiti i prigionieri conseguenti all’invasione fascista della Jugoslavia, invasione generata dalla smania di grandezza del Duce che voleva impadronirsi del “Mare Nostrum”, ridiventato punto strategico con l’avvento del petrolio. Chi governava quel mare, aveva una posizione privilegiata rispetto ai giacimenti di petrolio medio orientali che di punto in bianco avevano assunto priorità nei processi d’industrializzazione (e quindi economici).

L’interesse del dittatore di Predappio per il Mediterraneo e per i Paesi del nord Africa (Libra ed Egitto) va posto in correlazione con l’apertura del canale di Suez. E’ pur vero che a differenza dei nazisti, alleati del dittatore, il fascismo non ritenne utile costringere al lavoro i propri prigionieri, forse perché il territorio sociale italiano, impregnato di cattolicesimo non avrebbe facilmente digerito la cosa, o forse perché, semplicemente, non si riteneva proficua l’operazione del lavoro coatto. Fosse vera tale intuizione sarebbe da ritenersi corretta visto che i dati relativi ai Gulag sovietici fanno comprendere che il lavoro forzoso non è produttivo e alla fine risulta antieconomico.

Eccovi una serie di probabili cause: i lavoratoria giscono controvoglia, sono mal gestiti, sono malnutriti; oppure perché per ogni lavoratore ci dev’essere un certo numero di sorveglianti che pure rappresentano un costo. Alla fine nell’unione sovietica attorno agli anni settanta si era compreso che i Gulag come realtà produttive non funzionavano, ma la burocrazia che vi era legata cercò di difendere il proprio impiego. Morale: i Gulag resistettero, pur modificandosi lo stretto necessario, sino alla fine del regime. Non ho dati circa gli Arbeitslager, anche perché i nazisti ebbero il tempo per eliminare molti documenti prima della loro debacle.

Quanto alle aziende che sfruttavano il lavoro degli internati, non han fatto nulla per pubblicizzare i loro rendiconti. Torniamo ai campi fascisti, nello specifico a quelli raffazzonati in Africa dove mancavano proprio le condizioni per rendere produttivi i prigionieri: non c’erano i macchinari e le vie di comunicazione per far arrivare gli eventuali manufatti dove necessitava, quindi, forse anche per questo, il fascismo evitò di sfruttare quella manodopera. Questo non impedì alla reclusione di risultare brutale: i campi di concentramento dove furono rinchiusi circa 100.000 seminomadi cirenaici ne vide morire di stenti circa 40.000 (dato recuperato dall’ISTRESCO Treviso).

Un'altra realtà in cui mi sono imbattuto nelle mie ricerche sono i campi di rieducazione dei pellerossa americani (rif. 15) che risale alla metà del 1800. “Che c’entra tutto questo con gli aspetti economici”? - penserà il lettore. C’entra giacché le terre dei pellerossa furono scippate per favorire i coloni giunti dall’Europa. I bufali, perno della sopravvivenza indigena, furono ammazzati a migliaia dai precisi fucili frutto della tecnologia dei civili invasori. Tutto ciò è strettamente legato al benessere economico degli invasori e questo è alla base dell’esigenza di “rieducare i pellerossa” a un modello che i più forti definiscono “democratico”, così democratico da obbligare i legittimi proprietari del suolo americano a star rinchiusi in riserve inospitali. Queste persone, gli americani, con questa storia alle spalle, stanno andando in giro per il mondo a dettare lezioni di “democrazia” e di “civiltà”!

Chiudo questa lunga digressione ricordando in che frangente nacque il termine “campo di concentramento”, che è un vocabolo di conio inglese creato per definire le strutture dove venivano rinchiusi i boeri, coloni di origine olandese, che si erano insediati nell’attuale Sudafrica. (Rif. 16/17). Il Sudafrica, avevano scoperto gli inglesi, non era solo un territorio fertile, ma era anche ricchissimo di oro e altri minerali preziosi, non ultimi i diamanti. Lasciarlo agli olandesi o permettere loro di autogestirsi pareva uno spreco in un periodo in cui la filosofia colonialista andava per la maggiore, ed ecco che si decise di impossessarsi di quei ricchi territori. Apro una parentesi: degli abitanti autoctoni antecedenti ai boeri, naturalmente manco si parla, che gli africani avessero un qualche diritto di vivere nel loro territorio e magari di godere delle sue ricchezze è argomento fuori di discussione, cosa che peraltro pare vera anche oggigiorno per il resto di tutto il continente.

Ma torniamo ai boeri e al conflitto con il fortissimo esercito inglese dell’epoca. I sudditi della regina, manco a dirlo, annoveravano numerose vittorie e riuscivano a catturare un buon numero di nemici. Che farne dei prigionieri boeri una volta catturati? Costruire prigioni era complicato, senza contare che la prigione è il luogo dove si rinchiude chi ha infranto le leggi di un territorio, ma che leggi erano state infrante da chi abitava quel territorio ed era stato scacciato con la forza? Ecco come nasce il campo di concentramento. Il breve percorso storico, sicuramente impreciso, che ho velocemente ricordato, evidenzia come i campi di concentramento siano strettamente legati e all’idea coloniale, dove il mito della razza superiore giustifica l’invasione del più forte nel territorio del più debole, ma rende chiaro come sotto l’aurea della civilizzazione, quella che Marx definirebbe una sovrastruttura, vi sia un mero obiettivo economico di recuperare, anche se forse il termine corretto è depredare, risorse a chi da quel braccio di ferro è risultato sconfitto. Queste risorse sono quelle che nell’equazione della produzione producono la ricchezza assieme al lavoro, rieccovi una volta in più l’equazione:

Y = f (K, L)

Ritorniamo al tema principale che voleva affrontare l’articolo e cioé le affinità tra lager e Gulag per proporre un altro aspetto comune alle due realtà.

.- Sradicamento dei malcapitati dai propri territori e dai parenti.
Entrambe le strutture strappavano fisicamente i malcapitati, ebrei o sovversivi, dai propri territori e dai propri cari, per destinarli altrove, dove non avessero riferimenti, legami, radici. Sia i Gulag che i lager erano collocati in aree tendenzialmente isolate, dove la concentrazione dei prigionieri non fosse di grande impatto per la popolazione locale.

.- Processo di disumanizzazione.
Entrambe le strutture attraverso processi simili, un viaggio assurdo dove gli sventurati erano trattati alla stregua degli animali, la spogliazione e la doccia nudi, la perquisizione invasiva del malcapitato che veniva leso di ogni diritto e trattato senza dignità, il taglio dei capelli che ne distorceva ancor più la sua specificità, rendendolo identico agli altri sventurati, erano operazioni atte a privare l’individuo della sua personalità, della sua soggettività per essere trasformato in un numero. E non a caso negli appelli si rispondeva indicando il proprio numero, mai il proprio nome che dentro quelle recinzioni perdeva di significato. L’essere umano viene trasformato in un “oggetto”, (Stϋck in tedesco, ovvero “pezzo”). E l’oggetto ha un padrone, che è il sistema, il quale forte della sua ideologia nega all’individuo recluso ogni diritto umano in quanto considerato non umano. Questo processo aveva una sua funzionalità: il soggetto, privato dell’autostima e della dignità, risultava più malleabile e venivano rimossi molti degli stimoli per una ribellione. Infatti si ribella chi ha carattere, non chi è senza personalità. Chi si riconosce “Uomo” certi soprusi non li accetta. Vi è però anche un altro aspetto che va sottolineato: l’annullamento della personalità favorisce anche i carcerieri. Controllare e umiliare chi non appare simile a noi è molto più facile che non soggiogare persone che riteniamo nostri simili, o peggio, che stimiamo. Quest’ultimo punto suggerisce un’ulteriore somiglianza tra la struttura tedesca e quella comunista: l’azione atta a screditare gli internati partiva da lontano e vedeva in ambedue le società un importante uso dei mass media.

.- Uso dei mezzi di comunicazione di massa per creare nella collettività la “giusta atmosfera”.
Che cosa voglio dire con questa frase? E’ la continuazione del ragionamento iniziato sopra: i carcerieri potevano vessare i reclusi forti di un indottrinamento che li aiutava nel compito. Gli spot televisivi dove gli ebrei erano rappresentati come dei ratti infestanti, che andavano eliminati, al pari dei discorsi di Stalin che esortava a tenere alta la guardia contro i “nemici del sistema”, i “sabotatori” aiutavano il tedesco a spingere gli ebrei dentro i convogli bestiame ne più ne meno di come le guardie sovietiche non fossero agevolate nel loro compito dai discorsi del loro dittatore. Alla fine anche se quegli uomini venivano trattati male le ragioni c’erano! Forse avevano cospirato contro il sistema, come aveva detto Stalin (o Hitler). Il fatto poi che fossero malvestiti, abbrutiti dal viaggio, dalla fame, dalle sevizie, dal caldo e dalla sete o dal freddo, contribuiva a renderli diversi da loro, dai “normali” cittadini tedeschi, in un caso e comunisti, nell’altro. Quest’idea però non nasceva dal nulla, passava per un sapiente uso dei mass media (questo aspetto fu, per inciso, oggetto di studio della Scuola di Francoforte).

Termina qui la serie di affinità che ho rilevato tra le due strutture, quella tedesca dei lager e quella comunista dei Gulag. A margine di questi temi ritengo utile inserire anche una riflessione del filosofo ebreo Günther Anders, pseudonimo di Günther Stern, molto caro a Umberto Galimberti. Che rileva Anders? Che la deportazione (lui focalizza la sua attenzione sul fenomeno della Shoah, naturalmente, ma il principio da lui evidenziato si può benissimo applicare anche ad altri aspetti) fu possibile perché l’industrializzazione comporta uno spezzettamento delle varie funzioni che deresponsabilizzano ogni singolo anello della catena sociale che provoca il fenomeno. Perché ho accennato a questo aspetto? Perché c’è un termine usato dai detenuti russi per spiegare con un’unica parola tutto il processo dei Gulag che riassume magnificamente tutte le numerose parole da me utilizzate. La parola è TRITACARNE.

Il tritacarne non è solo uno strumento che spezzetta ogni brandello di carne, rendendolo molliccio, indistinto l’uno dall’altro e alla fine uniforme e senza consistenza. Ogni detenuto subisce un processo finalizzato proprio a questa trasformazione. Ma il tritacarne è anche una macchina fatta da singoli pezzi, le viti, la manopola, l’imbuto, la lama elicoidale che spezzetta eccetera, che nel processo della concentrazione è rappresentata da singoli uomini, i vessatori, spersonalizzati anche loro e resi “funzione” di un progetto che manco conoscono. Chi catturava gli ebrei non era chi li costringeva dentro il vagone, chi li faceva uscire non era chi li indirizzava alle docce di Ziclon B e chi si occupava dei cadaveri e della loro cremazione non aveva nessun rapporto con chi, dentro ad un ufficio, aveva apposto la sigla di Jude nella cartella dell’infelice. Tutti assieme alla fine erano responsabili dello sterminio di milioni di persone, ma nessuno si sentiva responsabile di nulla.

Adolf Eichmann, colui che organizzò i treni per la deportazione di ogni singolo ebreo, al processo parlò della sua visita nel campo di sterminio di Chełmno. Lì fu costretto ad assistere alla gassazione di un gruppo di ebrei, ma fece il possibile per evitare di osservare quello spettacolo per lui inaccettabile. Eichmann fece arrivare ogni Stϋck dove gli avevano ordinato di far arrivare, ma probabilmente non sarebbe stato in grado reggere un solo giorno di lavoro dentro un centro di sterminio. La sua competenza era un'altra ed è l’insieme delle competenze che rese possibile l’olocausto. Questo dice Anders andando quindi in un certo senso a corrodere quanto ho scritto sopra, ovvero che vi fu un’importante azione di propaganda che aiutò il processo chiamato tritacarne dai russi. Anders sostiene che nella frammentazione del lavoro, nel rendere il singolo individuo granello di un ingranaggio, lo si deresponsabilizza al punto tale che nessuno si sente mai responsabile di nulla.

I campi di concentramento nascono più o meno in parallelo con l’avvento della colonizzazione (e non a caso l’idea di razza ha giustificato molte di queste realtà) la quale a sua volta è sorta in parallelo con la rivoluzione industriale. Come abbiamo visto spesso i reclusi venivano utilizzati quale forza lavoro, ed in questo senso non vi è nulla di originale rispetto agli schiavi che risalgono ai tempi biblici o, in tempi più recenti, a quelli che dall’Africa approdarono alle Americhe. Però gli schiavi avevano un nome ed una soggettività. Se vogliamo avevano una relazione con il loro padrone. Solo con l’industrializzazione del processo tipica dei campi di concentramento ogni zec (o Stück) perde totalmente ogni barlume di umanità agli occhi dei vari “funzionari” che lo portano alla morte senza manco sapere che cosa stanno facendo. Volendo interpretare Anders potrei dire che i campi di concentramento, nazisti, comunisti ed altri, attraverso questo meccanismo di catena di montaggio (tritacarne) non solo trasformano i reclusi in altro rispetto all’Uomo, ma trasformano in altro rispetto l’Uomo anche chi è carnefice nel processo di concentramento.

L'Iliade vede lo scontro tra Achille ed Ettore, e si sa che chi perde pagherà con la vita (o con la schiavitù) l'esito della pelea. Sia Achille che Ettore sono persone con una loro storia, con una loro personalità, con una dignità tale, da rendere epico il loro combatimento. Questo nell'antichità. Nella catena di montaggio che porta ogni ebreo nei campi di lavoro (o nei campi di sterminio) al pari della identica organizzazione sovietica, nessun carceriere ha personalità, nome, onore, al pari di nessun recluso. E' un processo standardizzato dove tutti sono elementi di un sistema che gira a prescindere da vi partecipa sia dalla parte buona che quella cattiva della barricata. Tutti sono egualmente anonimi e previ di personalità, di qualità di umanità. Vessatori e vessati sono alla fine egualmente numeri, elementi del sistema.

L'essere Achille o Ettore, Peter o Sacha è diventato irrilevante, tutti devono eseguire l'ordine ricevuto come un funzionario esegue il tabulato burocratico. E se il risultato di tale attività è deleterio, mica è responsabilità sua, lui alla fine, come disse Eicheman, ha solo eseguito il proprio incarico, ha espletato la propria funzione, ha fatto quello che qualsiasi altra persona avrebbe fatto al suo posto. Il contributo personale al processo è lo stesso che può avere un singolo operaio della FIAT o della Volkswagen: indifferente. L'auto è il risultato di una serie di passaggi prestabiliti dove ogni operaio deve solo eseguire la funzione a lui attribuita ed il nome e la storia del singolo operaio è ininfluente ai fini dell'auto. Nel processo di industrializzazione ogni operaio vale l'altro. Ogni operaio non la deve eseguire il proprio lavoro con passione con amore o con personalità. No, la deve eseguire solo come richiesto, e che lo faccia lui o chi lo succederà a fine delle sue otto ore, è esattamente lo stesso. Anders sostiene che questo sorta di crimini è possibile proprio grazie a questo processo. Spero di esser un po’ più breve nel raccontare le differenze tra i lager e i Gulag.

Mirco Venzo, Treviso, 10/02/2018 #qzone
Foto dei due testi principali cui mi sono ispirato, tra i tanti che ho letto ed i documentari che ho visionato. Ripeto, quanto sopra scritto vuol essere una chiacchierata su temi di cui si trova poco in rete, la mia non ha pretese di essere un’opera scientifica.

rif. 1 http://www.qzone.it/index.php/q-stories/196-verso-auschwitz-e-ritorno-1-4
rif. 2 http://www.qzone.it/index.php/q-stories/200-verso-auschwitz-e-ritorno-2-4
rif. 3 http://www.qzone.it/index.php/q-stories/202-verso-auschwitz-e-ritorno-3-4
rif. 4 http://www.qzone.it/index.php/q-stories/204-verso-auschwitz-e-ritorno-4-4
rif. 5 https://www.ibs.it/tra-passato-futuro-libro-mirco-venzo/e/9788866827542
rif. 6 http://www.qzone.it/index.php/q-themes/mirco-venzo/401-letture-su-lage...
rif. 7 https://it.wikipedia.org/wiki/Laogai 
rif. 8 http://www.qzone.it/index.php/q-economy/72-l-onore-nella-grecia-antica
rif. 9 http://www.qzone.it/index.php/q-economy/73-la-schiavitu
rif. 10 https://www.oscarmondadori.it/libri/gulag-anne-applebaum/
rif. 11 http://www.qzone.it/index.php/q-economy/368-leopoldo-ii-ed-il-congo-1-3
rif. 12 http://www.qzone.it/index.php/q-economy/369-leopoldo-ii-ed-il-congo-2-3
rif. 13 http://www.qzone.it/index.php/q-economy/372-leopoldo-ii-ed-il-congo-3-3
rif. 14 http://www.qzone.it/index.php/q-arts/403-francesca-meneghetti-e-l-oblio 
rif. 15 http://www.complottisti.info/quando-i-democratici-stati-uniti-crearono-i-c...
rif. 16 http://cronachedal900.blogspot.it/2010/05/guerra-anglo-boera-e-nasci...
rif. 17 https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento

 

 

CookiesAccept

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo

Il presente sito web utilizza cookies tecnici e cookies di terze parti. Proseguendo nella navigazione acconsentirai all'informativa sull'uso dei cookies.

Leggi di più