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2020210418 MZ n.18 Slucia finali 005 1Giornata piovosa oggi … era da tanto che serviva un po’ di pioggia, siamo ad aprile e non piove, anzi fa freddo. Le coltivazioni di stagione stanno soffrendo, gli agricoltori si lamentano: il clima sta cambiando e diventa sempre più difficile ragionare in termini di aratura, semina, concimazione. Sarà necessario ripensare un po’ tutta la nostra civiltà agricola se continua cosi, ed anche le nostre vite, e certo la virulenza del Covid 19 che per il secondo anno consecutivo si è impadronito delle nostre vite, non aiuta. Comunque oggi non volevo parlare di agricoltura e meteorologia: ho sconfinato. La malinconia di questi tempi che stiamo vivendo mi ha riportata indietro negli anni a quando ancora vivevamo esistenze dichiaratamente

“normali” ed i Musei erano aperti, i luoghi d’arte e di cultura di cui il nostro paese è pieno zeppo attraevano centinaia di migliaia, anzi milioni, di turisti italiani e stranieri. Anche Treviso stava piano piano facendosi conoscere: merito della bellezza dei suoi tesori d’arte e di storia, merito di luoghi incantevoli e spesso non noti al grande pubblico, che lentamente andavano svelandosi e mostrandosi in tutto il loro splendore. Uno di questi luoghi è il Monte di Pietà.

Nel 2016, precisamente nel mese di giugno, ricevetti un invito a partecipare ad un evento organizzato dall’Associazione Ex Allievi del Liceo Canova (di cui mio marito fa parte in quanto ex canoviano, appunto): una visita guidata al Monte di Pietà ed alla adiacente chiesetta di Santa Lucia, a Treviso. Animatore e competentissima guida in quell’occasione fu un ex allievo del Liceo Canova, il prof. Ciro Perusini, che oggi abbiamo irrimediabilmente “perduto” a causa di un incidente domestico dal quale, sfortunatamente, non si è più ripreso, cadendo in un oblio della mente che ce lo ha portato via per sempre. Il punto di incontro dei partecipanti al gruppo di visita era fissato dietro a piazza dei Signori, dove troviamo un’ampia corte lastricata di sassi, - appunto la piazza del Monte di Pietà - il cui leggero declivio conduce ad un sottoportico che affaccia sulla incomparabile bellezza di Piazza San Vito. Al Palazzo del Monte di Pietà si accede attraverso una stretta, antica porta incastonata nell’edificio, ingresso che affaccia sulla Piazzetta a retro di Palazzo dei Trecento e pare quasi un ingresso di servizio, ma così non è.

Nel dicembre 2004, la Fondazione Cassa Marca acquista da UniCredit Real Estate (controllata da UniCredit) il compendio immobiliare denominato Monte di Pietà di Treviso. A quanto posso sapere, allo stato attuale parte dell’edificio viene utilizzato per gli uffici della Banca, e la restante parte è riservata alle attività di alcuni pubblici esercizi. Ciò nondimeno, questo luogo racconta la storia della più antica banca trevigiana e Fondazione Cassa Marca, acquisendo l’edificio, si è impegnata a non venderlo, per garantire l’interezza del corpo storico e permetterne la fruibilità alla cittadinanza. La visita richiede all’incirca un’ora di tempo, dedicando la prima parte al Monte di Pietà ed in particolare alla Cappella dei Rettori, e successivamente passando alle adiacenti Chiese di Santa Lucia e San Vito. Seguitemi dunque in questo itinerario che io stessa percorsi, nel lontano 2016, alla scoperta del Monte di Pietà di Treviso.

IL MONTE DI PIETÀ A TREVISO

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Secondo la storia è nel 1462, per interessamento dei Frati Francescani ed allo scopo di aiutare i più bisognosi, che ebbe inizio la costruzione del Monte di Pietà di Treviso. Nel 1496 fu il vescovo Nicolò Franco, già nunzio apostolico in Spagna, sostenuto dal Podestà Girolamo Orio e dai Provveditori, a fare in modo che il Comune donasse l’edificio da adibire a sede del Monte di Pietà. All’inizio del XVI secolo, per l’inadeguatezza dei suoi spazi, si procedette al suo ampliamento con un intervento che andò ad occupare lo spazio sovrastante la Chiesa di “Santa Maria ad Carceres” o “de la Preson” corrispondente all’odierna Chiesa di Santa Lucia. Lo storico edificio trecentesco, nel XIV secolo ha visto l’insediamento dell’originario Monte dei Pegni.

Sotto il profilo artistico, è uno dei più interessanti di Treviso e, contemporaneamente, uno dei meno conosciuti. Vero gioiello è la Cappella dei Rettori piccolo ambiente risalente al cinquecento molto ben conservato e riccamente decorato da cuoi dorati di Cordova (XVII sec.). E’ pregevole il soffitto a travicelli dipinti ad intreccio e le sei storie e parabole, che richiamano il tema della carità ai bisognosi e sono considerate il capolavoro del pittore fiammingo Ludovico Toeput detto “Il Pozzoserrato”. Nella parete absidale di fondo è rappresentato ad affresco il miracolo della "Moltiplicazione dei pani e dei pesci" attribuito a Lodovico Fiumicelli.

La sezione occupata dalla prima sede del Monte di Pietà prospetta sull’omonima piazza con una facciata di intonaco bianco su due livelli che presenta finestre rettangolari al piano nobile e quadrate nel sottottetto; vi si accede dal portale lunettato affiancato da un negozio ora inglobato nell’istituto bancario. L’edificio, che dalla fine del XV secolo ospita il Monte di Pietà al primo piano e nel sottotetto, comprende al piano terra la chiesa di S. Lucia, il cui prospetto mattonato, che presenta tracce di arcate ogivali, è scandito da cinque finestre trilobate di fattura gotica. Il Monte di Pietà costruito sopra la chiesa di San Vito maschera con il suo prospetto l’edificio ecclesiastico. Esso presenta un portico di archi su colonne; la facciata, articolata da aperture rettangolari e quadrate, rispettivamente al piano nobile e nel sottottetto, era un tempo affrescata.

L’ala settecentesca del Monte di Pietà, un edificio lungo e stretto dotato di un portico di nove arcate su pilastri in finto bugnato color ocra, con chiave di volta e cornici di imposta in pietra d’Istria, delimita il lato settentrionale della piazza. Nei due corpi di fabbrica (vecchio e nuovo Monte di Pietà) sono evidenti la corrispondenza dei livelli, benché approssimativa, e l’omogeneità della finestre protette da inferriate al piano nobile (rettangolari) e nel sottotetto (quadrate), mentre l’identità del corpo di fabbrica settecentesco è data dalle cornici marcapiano e dal cornicione color orca ben evidenziate sulle superfici intonacate di bianco.

Da segnalare nell’area numerosi oggetti richiamanti la funzione dell’edificio (iscrizioni, stemmi, lapidi) quali: un altorilievo raffigurante Cristo emergente dal sepolcro, murato sulla facciata del vecchio Monte di Pietà; un altro elemento scultoreo raffigurante la Pietà; l’iscrizione di un decreto circa il buon funzionamento del Monte di Pietà (Treviso, 18 maggio 1795), murata sulla facciata del nuovo Monte di Pietà; la lapide con il proclama di Bartolamio Gradenigo contro gli “impegnaroli” (anno 1720), murata sul retro del palazzo della Prefettura; gli stemmi del Comune e del podestà Marco Zeno affissi lungo la parete esterna della chiesa di S. Lucia.

All’interno risultano di notevole interesse: il Cristo presente già nella cappella della Madonna del Monte (traslato nella sede dell’istituto nel 1593, come ricorda una lapide); le decorazioni a fresco (Fiumicelli) e le tele (Pozzoserrato) della cappella dei rettori; il lavabo (1557) e il locale della cassaforte nella tesoreria del Monte. La storia dell’edificio è segnata da un secondo ampliamento (1561) dettato da continue necessità di spazio da adibire a deposito delle merci e ad uffici per l’amministrazione delle stesse. Tale intervento coinvolse la Chiesa di San Vito; in cambio del permesso di edificazione di due ulteriori piani sopra la Chiesa, i rettori del Monte di Pietà si impegnarono ad eseguire opere di restauro all’interno di San Vito (che in quel periodo era in avanzato stato di degrado). Nel 1800 le sorti dell’istituto mutarono in seguito alle dominazioni francese dapprima ed austriaca poi, che imposero pesanti imposte costringendo il Monte di Pietà ad abbandonare l’ipotesi di un ulteriore ampliamento in nuova sede (Piazza Duomo), nonché a ridurre la propria attività fino a che, nel 1822, fu proposta la conversione del Monte in una Cassa di Risparmio. Questo primo tentativo tuttavia, come pure quello seguito all’unità d’Italia, non andarono a buon fine. Fu solo grazie al consiglio del 1910 che furono poste delle solide premesse per consentire ad una nuova Cassa di Risparmio di dare l’avvio ad una attività durevole.

Particolari degli affreschi all’interno d el Palazzo del Monte di Pietà.

 

2020210418 MZ cappella - La moltiplicazione dei pani e dei pesci. Lodovico Fiumicelli (Fine 1500)

Cappella dei Rettori del Monte di Pietà – Treviso. Negli angoli sono visibili due angeli con rami d'ulivo. Purtroppo l’opera originale è giunta ai nostri giorni dopo una serie di rimaneggiamenti e restauri non sempre appropriati, come quello dell’800 eseguito da Francesco Gennaro.

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- Monte di Pietà – Treviso  Lodovico Pozzoserrato - Elia sfamato dai corvi

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- Monte di Pietà – Treviso Lodovico Pozzoserrato - Il figliol prodigo

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- Monte di Pietà – Treviso Lodovico Pozzoserrato - Il buon samaritano

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- Monte di Pietà – Treviso Lodovico Pozzoserrato - Agar e l’angelo

Nei pannelli sopra evidenziati vengono rappresentati soggetti rappresentanti argomenti allusivi al soccorso ed alla indigenza.

 

BREVE STORIA DEL MONTE DI PIETA’
Monte di Pietà è un nome composto: monte significa (nel linguaggio finanziario dell’epoca della fondazione) cumulo di prestiti, mentre pietà rimanda ad una delle immagini della passione di Cristo. I poveri, visti come vera immagine del Cristo sofferente, questo il senso dell’immagine della pietà.

Il Monte di Pietà è un'istituzione finanziaria senza scopo di lucro, di origini tardo-medievali, sorta in Italia nella seconda metà del XV secolo su iniziativa di alcuni frati francescani, allo scopo di erogare prestiti di limitata entità (micro credito) a condizioni favorevoli rispetto a quelle di mercato. L'erogazione finanziaria avveniva in cambio di un pegno: i clienti, a garanzia del prestito, dovevano presentare un pegno che valesse almeno un terzo in più della somma che si voleva fosse concessa in prestito. La durata del prestito, di solito, era di circa un anno; trascorso il periodo del prestito, se la somma non era restituita il pegno veniva venduto all'asta.

La funzione dei Monti di Pietà era quella di finanziare persone in difficoltà, fornendo loro la necessaria liquidità. Per questa loro caratteristica, i Monti si rivolgevano alle popolazioni delle città, dove molti vivevano in condizioni di pura sussistenza ma disponevano comunque di beni da poter cedere in garanzia; i contadini, invece, di norma non avevano nulla da impegnare se non beni indispensabili alla loro attività, come sementi e utensili da lavoro.

Fu la prima istituzione, senza fini di lucro, ad erogare piccoli prestiti alle persone in difficoltà economica. In cambio nessun tasso di interesse gravoso, ma piccole condizioni di pegno, in caso di mancato ritorno delle somme prestate. A fondarla sono stati i francescani, per arginare il fenomeno dell’usura.

Sembra una storia dei nostri giorni; in realtà ha oltre seicento anni di vita: stiamo parlando dei Monti di pietà, nati nel corso del 1400, quindi in pieno Umanesimo civile, in Umbria e nelle Marche, per estendersi poi a tutta Italia (soprattutto nel centro-nord) e in seguito anche nel resto d’Europa. A partire dal ’500 si ebbero istituzioni di Monti in Belgio, in Francia, e poi in Spagna.

CHIESE DI S. LUCIA E S. VITO A TREVISO

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La storia dell’articolato insieme architettonico delle chiese di San Vito e di Santa Lucia, con il soprastante Monte di Pietà si intreccia profondamente con quella della città di Treviso, sin dall’alto medioevo, nell’età comunale e successivamente durante la dominazione della Repubblica di Venezia, quando il complesso monumentale svolse un ruolo di notevole rilievo religioso e politico.

Chiesa di San Vito
La chiesa di San Vito è uno degli edifici religiosi più antichi di Treviso e si trova in piazza San Vito. Il primo nucleo, edificato intorno al 883, era costituito da uno Xenodochio (luogo per l’assistenza dei viandanti, dei pellegrini e di altre fasce di bisognosi), con annesso un piccolo oratorio dedicato al Santo eponimo. La trasformazione del primo nucleo costruttivo in chiesa urbana, a navata unica, si attuò alla fine del XII secolo. A questo periodo risale il campanile, più volte alzato nel corso dei secoli, fino ad acquisire il suo aspetto attuale.

Dopo breve tempo, agli inizi del XIII secolo, la chiesa fu ampliata divenendo un edificio a tre navate, coperto da tetto a capanna con un portico antistante il lato nord, che si apriva sulla piazza omonima. San Vito, si può ragionevolmente supporre che avesse assunto internamente l’aspetto stilistico-formale proprio delle architetture definite tardo romaniche. Le poche tracce della struttura originale sono leggibili nelle parete absidale, attualmente visibile dalla navata destra della chiesa di Santa Lucia.

A quest’epoca appartiene anche la decorazione pittorica ad affresco dell’abside destra, con Cristo benedicente e la teoria degli apostoli. San Vito prese la definitiva fisionomia nella metà del XVI secolo attraverso una serie di interventi strutturali, assumendo così un’elegante veste architettonica tardo rinascimentale. Tale radicale rinnovamento venne realizzato su richiesta del Monte di Pietà, che si espanse sopra l’edificio sacro, costruendo due piani di sopraelevazione per ricavare nuovi e ampi spazi al fine dell’accatastamento dei pegni. All’esterno venne creato un profondo portico, mentre all’interno, l’aula venne suddivisa da colonne tuscaniche in tre navate di uguale altezza, con soffitto a volta ribassata nella navata maggiore e, semplice volta nelle navate minori.

La “Passio” leggendaria di San Vito è raccontata nella “Leggenda Aurea” di Jacopo da Varagine, e il suo culto ebbe ampia diffusione nel Medioevo perché il Santo fa parte dei Santi Ausiliatori. Questi quattordici Santi sono invocati dal popolo cristiano in casi di particolare necessità, generalmente per guarire malattie quali l’epilessia e la corea di Huntington, che è una malattia del sistema nervoso che provoca movimenti incontrollati. Lo sguardo percorre le navate in profondità fino all’altare maggiore, arricchito da un dipinto dei primi del Seicento, attribuito a Bernardino Prudenti. La pala rappresenta la Madonna con il Bambino e i martiri Vito, al centro, Modesto e Crescenzia. I Santi sono rapiti in un intenso dialogo con la Vergine, rivolta verso di loro mentre trattiene il vivace Bambino che si sporge per benedire. Nella contro facciata domina la cantoria con il prezioso organo di Domenico Malvestio.

Nel pilastro, a sinistra dell’altare maggiore, è murato l’antico tabernacolo a muro, datato 1363. La pregevole opera scultorea, ascrivibile all’ambito artistico veneziano, è ornata da clipei con busti di Santi entro uno spazio cuspidato; sotto, San Vito tra i due stemmi dei donatori raffigurati in ginocchio. L’antica abside destra, detta Cappella del Redentore, è decorata da affreschi risalenti alla prima metà del secolo XIII e attribuiti ad Ognibene da Treviso. Cristo domina il catino absidale circondato dagli Apostoli e al centro della volta spicca l’agnello pasquale. L’abside a sinistra, detta Cappella del Crocifisso, era affidata all’omonima Confraternita; l’altare racchiude il Crocefisso, scultura lignea di Francesco Terilli, artista d’origine feltrina della fine del Cinquecento, inizi del Seicento.

Nel grande ovale dell’Incoronazione della Vergine sito nel soffitto della navata centrale, la moltitudine di angeli sospinge le nuvole in modo da sottolineare il moto ascensionale di Maria Vergine verso la Trinità. La cerimonia dell’incoronazione è concelebrata da Cristo e dal Padre eterno che recano le insegne del potere universale: lo scettro nelle mani del Figlio e il globo sorretto da un angelo al fianco del Padre. La colomba dello Spirito Santo vola nel cielo luminoso al di sopra della semplice corona congiuntamente imposta sulla testa di Maria. Il grande dipinto è opera di Antonio Zanchi, insigne artista veneto del XVII secolo

Chiesa di Santa Lucia
Nel luogo ove si trova attualmente la Chiesa di Santa Lucia, sappiamo che, in precedenza, sorgeva la piccola chiesetta di Santa Maria delle Carceri, cappella carceraria addossata alle absidi di San Vito, ed elevata al posto del carcere cittadino distrutto da un incendio nel 1354.

Dopo pochi decenni, sempre a ridosso delle absidi di San Vito, venne costruito un nuovo corpo di fabbrica avente varie funzioni: politico amministrativa negli spazi al primo piano e religiosa nell’ambiente al piano terra. Come segno della benevolenza divina, tale ambiente fu consacrato a Santa Lucia, il 13 dicembre 1389, in perenne memoria del giorno in cui il governo della Repubblica di Venezia si insediò nella città di Treviso. La nuova chiesa mantenne anche la funzione di cappella carceraria, con l’altare dedicato a Santa Maria delle Carceri.

Agli inizi del 1399 nella chiesa di Santa Lucia, le Confraternite di San Giacomo e Cristoforo e di Sant’Antonio abate ottennero la concessione di costruire due nuovi altari dedicati rispettivamente ai loro Santi patroni. A testimonianza della intensa vitalità che caratterizzò la vita religiosa di quest’epoca, restano gli apparati decorativi ad affresco delle Cappelle di Santa Maria delle Carceri, dei santi Giacomo e Cristoforo e di sant’ Antonio abate, giunti a noi grazie al ritrovamento degli anni Venti del Novecento, che assieme all’articolazione spaziale e al susseguirsi delle colonne e delle volte creano il suggestivo aspetto interno della chiesa di Santa Lucia risalente ai secoli XIV e XV.

I locali, sopra la Chiesa di santa Lucia, appartenenti al Comune vennero ceduti al Monte di Pietà nel 1498, per le accresciute esigenze operative del pio istituto, il quale nella metà del Cinquecento innalzò l’edificio di un piano, e si espanse sopra la vicina chiesa di San Vito. La spirituale armonia del luogo, avvolto dall’oscurità, accoglie il fedele e il visitatore della chiesa di Santa Lucia, dedicata al un culto della Santa siracusana le cui spoglie sono custodite a Venezia sin dal 1204. Venne martirizzata il 13 dicembre del 304 durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano e nel Medioevo si diffuse la leggenda di Lucia che si strappò gli occhi.

L’iconografia degli occhi sul piatto è da ricollegarsi invece alla devozione popolare che l’ha sempre invocata come protettrice della vista a causa del suo nome, Lucia da Lux, luce. Situata accanto all’ingresso, la Cappella della Crocifissione incorpora l’affresco della Madonna del paveio (farfalla) inquadrata dai due frammenti degli Angeli reggicortina, di squisita fattura, dipinti da Tomaso da Modena nella prima metà del XIV secolo. Molto articolata risulta la decorazione delle pareti, che si divide in scomparti con le scene del Ciclo della passione di Cristo, dove la Crocefissione risulta il punto focale dell’insieme. Lateralmente, a sinistra, l’Orazione nell’orto e, a destra, l’Ultima Cena, affreschi parzialmente conservati.

A compimento della narrazione l’anonimo frescante collocò sulla volta a botte la Maiestas Domini secondo la convenzionale raffigurazione di Dio Padre entro un’iride circolare sorretta da quattro angeli. La decorazione della Cappella della Crocefissione va ricondotta, per il carattere articolato dell’organizzazione spaziale, per l’impostazione delle scene di chiaro impianto altichieresco e i numerosi rimandi a invenzioni giottesche, ad un artista formatosi nell’ambito tardogotico padovano, attivo in Santa Lucia entro l’ultimo decennio del secolo XIV. La cappella Sant’Antonio abate, occupa lo spazio della prima campata a sinistra, ed è decorata da una serie di scene dedicate alla vita del Santo. Nella parete la pala dipinta da Antonio Corazza (XX sec.) raffigura Sant’Antonio abate con il bastone a Tau, il maialino ed il fuoco nella mano.

Il ciclo delle Storie di San Cristoforo e San Giacomo maggiore si dipana nella parete dietro all’altare maggiore e nelle volte delle ultime tre campate, corrispondenti all’omonima cappella. Le ambientazioni ripropongono strutture architettoniche basilicali derivate dai modelli di Altichiero, e tipiche soluzioni paesaggistiche trecentesche derivate dai modelli giotteschi. Ambedue i cicli di affreschi delle cappelle sono attribuibili ad una bottega di pittori formatasi nell’ambito padovano ed aperti alle innovazioni della cultura figurativa del gotico internazionale, che operarono in Santa Lucia nel primo decennio del XV secolo. L’altare maggiore, dedicato a Santa Lucia, conserva la pala originale risalente agli inizi del XIV secolo. Il bassorilievo, in pietra d’Istria, raffigura la Santa coronata recante il vaso con gli occhi e la palma, simbolo del martirio. La balaustra attorno all’altare maggiore è un’opera d’ambito veneziano databile ai primi decenni del XV secolo. Realizzata in pietra d’Istria, con forme ad arco lobato, reca una serie di piccole sculture di Santi effigiati a mezzobusto. A sinistra dell’altare maggiore è murato il bassorilievo con San Cristoforo e a San Giacomo maggiore e la Crocifissione. L’opera, datata 1437, presenta l’iconografia piuttosto rara del dittico con due figure in piedi che si fronteggiano entro una architettura. A destra dell’altare maggiore è posto l’altorilievo della Madonna del paveio (farfalla), che riproduce quasi esattamente l’affresco della Cappella della Crocifissione. L’opera, della metà del secolo XIV, rappresenta il Bambino intento a catturare una grande farfalla, simbolo dell’anima. La scultura venne donata dal podestà Lorenzo Celsi alla chiesetta di Santa Maria delle Carceri, e stilisticamente è ascrivibile alla bottega veneziana di Filippo Calendario, autore dei capitelli del Palazzo Ducale di Venezia.

Nel 1923, il restauratore trevigiano Mario Botter ha scoperto e restaurato gli affreschi trecenteschi di Santa Lucia e ha dipinto a tempera le altre volte a crociera con motivi decorativi di gusto pseudo-gotico.

Monica Zuccato
Treviso, 11 aprile 2021

 

Chiese di Santa Lucia e San Vito - Particolari

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Sacrestia: Lavabo in pietra d’Istria sul quale è incisa la data 1557 Sopra lo stemma di Treviso sorretto da due putti.

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Sacrestia: affresco di Madonna con bambino. Al di là della parete si trovava la cassaforte con i preziosi
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Nell’immagine : è visibile parte del muro interno che il Monte di Pietà condivide con l’attigua Chiesa di San Vito.

2020210418 MZ cassaforte Sacrestia: il vano interamente rivestito in legno dove un tempo erano custoditi i preziosi.

 

- Riferimenti bibliografici nel testo Bailo L., L’istituzione del Monte di Pietà di Treviso (Nozze Palazzi-Cipollato. 14 aprile 1885), Treviso 1885; Schileo N., Cenni storici sul Monte di Pietà di Treviso, in La Cassa di Risparmio della Marca Trivigiana dopo un biennio dalla sua fondazione, Treviso 1916; Coletti L., Catalogo delle cose d’arte e di antichità d’Italia. Treviso, Roma 1935; Netto G., Guida di Treviso. La città, la storia, la cultura e l’arte, Trieste 1988; Manzato E., Il Monte di Pietà di Treviso, fascicolo a carattere divulgativo, s.d., edito dalla Cassamarca; Svalduz E., Una fabbrica fatta a pezzi in vari tempi”: il Monte di Pietà di Treviso, in “Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti”, Classe di scienze Sacrestia: Lavabo in pietra d’Istria sul quale è incisa la data 1557 Sopra lo stemma di Treviso sorretto da due putti Sacrestia: affresco di Madonna con bambino. Al di là della parete si trovava la cassaforte con i preziosi Nell’immagine : è visibile parte del muro interno che il Monte di Pietà condivide con l’attigua Chiesa di San Vito. Sacrestia: il vano interamente rivestito in legno dove un tempo erano custoditi i preziosi. morali, lettere ed arti, tomo CLIV, fasc. IV, 1996, pp. 834-880

Immagini Prelevate dai siti di Fondazione del Monte e della Diocesi di Treviso

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