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20241230 MZ.baby gangMi hanno colpito tantissimo, in questi giorni, i fatti di cronaca che hanno coinvolto Treviso per effetto delle aggressioni ad opera delle cosiddette baby gangs. In particolare mi ha colpito ed emozionato tantissimo la storia di Francesco Favaretto, un ragazzo di 22 anni, tossico-dipendente, aggredito ed ucciso con estrema ferocia da un branco di ragazzi, di cui alcuni minorenni, per motivi – pare – legati a droga e spaccio. Non mi dilungherò nel narrare fatti che sono di dominio pubblico e che altro non sono se non una tragedia annunciata, da lungo

tempo, per tutta una serie di eventi che ne hanno costituito il preludio e che potevano certamente essere considerati “premonitori” e preparatori a quanto si è verificato. Purtroppo la pubblica amministrazione ha sottovalutato fenomeni che si stanno verificando un po’ ovunque nelle grandi città italiane, forse ritenendo che in una realtà circoscritta come quella trevigiana non potessero prendere piede e svilupparsi come invece è accaduto, evidenziando uno spaccato sociale preoccupante e fuori controllo.

Francesco Favaretto è stato aggredito, accoltellato e colpito al collo, in un punto vitale, con un coccio di bottiglia dal branco, e mentre cercava di difendersi e mettersi in salvo è stato ripetutamente assalito e colpito, con ferocia disumana e senza pietà nell’intento preciso di uccidere. Una ferocia che, esercitata da ragazzi giovanissimi – sia pure in preda agli effetti di droghe terribili quali la ketamina e dell’alcool utilizzato per “condire” il mix di sostanze assunte – preoccupa, sconcerta, lascia letteralmente senza parole. E una domanda sorge spontanea: perché? Perchè le nostre nuove generazioni sono preda di questa deriva che impedisce loro di crescere, sperimentare, socializzare, divertirsi in maniera sana ed equilibrata? 

A cosa o chi attribuire la responsabilità di questi fenomeni? Non certo direttamente a loro stessi, troppo giovani per potersi assumere il peso enorme di comportamenti errati, devianti ed estremi che evidenziano un profondo malessere celato per anni e cresciuto dentro, non risolto e scaturito in pesanti disagi annegati in sostanze tossiche, alcool e comportamenti al limite dell’umano. Cosa ancor più preoccupante - ed evidenziata dalle statistiche sui reati compiuti dalle baby gangs in ambito locale - la percentuale di reati ad opera di ragazzi definiti “italiani di seconda generazione” quindi figli di stranieri stabilitisi sul territorio italiano.

Spiegare questo fenomeno? Cosa non facile, certamente un fenomeno legato all’immigrazione incontrollata, o più o meno controllata, dell’ultimo decennio nel nostro paese. Per lavoro mi occupo di immigrazione già da parecchi anni ed è quindi un argomento che mi tocca da vicino e che conosco piuttosto bene. Scorrendo le cronache degli ultimi periodi la prima cosa che mi salta all’occhio è la definizione: italiani di seconda generazione. Che cosa può significare esattamente “italiani di seconda generazione?” Tecnicamente sono ragazzi che derivano, per origine, da genitori non italiani e quindi provenienti da altri paesi, con altre culture, altre lingue, altre religioni. Nel caso del povero Francesco Favaretto, uno dei ragazzi che lo hanno aggredito ed ucciso era di origine marocchina, un altro di origine sudamericana, tutti provenienti da contesti familiari non certo abbienti e residenti in quartieri estremamente popolari della città di Treviso, con un’alta concentrazione di stranieri. 

Ragazzi che sono divenuti italiani per essere nati in Italia, e quindi hanno scelto – a 18 anni – di acquisire (o meglio aggiungere alla nazionalità acquisita per nascita dai loro genitori) la cittadinanza italiana. Oppure ragazzi che sono divenuti italiani per naturalizzazione del loro genitore, che nel percorso di vita in questo paese ha deciso – per motivi etici ma più spesso per mera convenienza personale – di richiedere ed ottenere la cittadinanza italiana avendone i requisiti.

E quindi cosa significa ESSERE ITALIANI e cioè cittadini di questo paese?
Io credo che significhi prima di tutto essere integrati nel tessuto sociale di questo Paese, partecipare alla vita pubblica e privata, PARLARE in lingua italiana, frequentare la scuola o far frequentare la scuola ai figli, votare con cognizione di causa, credere e sentirsi parte integrante di un paese che ha accolto e permesso una vita dignitosa. Il contesto familiare in questo caso è importantissimo, perché ci forma e ci origina come individui anche se poi dobbiamo tener conto di altri fattori, uno su tutti le frequentazioni di questi ragazzi giovanissimi e spesso disorientati. Perchè disorientati? La spiegazione è molto semplice e parlerò per esperienza personale. 

Nella maggior parte dei casi il processo di integrazione, auspicato e richiesto per poter affermare di far parte integrante del tessuto sociale, in questi contesti familiari NON AVVIENE. Vi è spesso il rifiuto sistematico di adeguarsi al contesto, anche linguistico, del paese ospitante – in questo caso il nostro – e si continua, in ambito familiare ma anche esterno, ad usare la propria lingua madre, ovviamente si continua a professare il proprio credo, a mantenere vive le proprie tradizioni e cultura di provenienza. Il che nel nostro paese è lecito e garantito dalla Costituzione Italiana che ammette libertà di espressione, culto, opinione politica e via dicendo. Mi metto però nei panni di un bambino o di un ragazzo straniero, chiamiamolo pure “italiano di seconda generazione” che si trova a dover crescere ed interagire in un contesto familiare in cui si parla una lingua diversa dall’italiano, che poi è la sua lingua madre, che il più delle volte è “costretto” a parlare in famiglia dato che in questi contesti familiari certamente non si parla italiano.

Con il risultato che per la maggior parte del loro percorso evolutivo questi ragazzi hanno estreme difficoltà a comprendere concetti elementari, elaborare discorsi, tematiche e scritti ed esprimersi correttamente in italiano, lingua del paese in cui le loro famiglie li hanno scaraventati e costretti a vivere. Salvo martellarli continuamente che la loro lingua ed il loro Paese sono altri, di cui magari sanno poco e nulla, e dove vanno a soggiornare brevemente durante le vacanze estive per brevi periodi di caotiche full immersions che lasciano il tempo che trovano e sicuramente grandi interrogativi in queste giovani menti. Non solo … devono frequentare la scuola dell’obbligo, perché in Italia andare a scuola è obbligatorio e non sempre nei loro paesi, ma molti dei loro genitori non gradiscono che ci debbano andare e che apprendano cose e condividano realtà che non fanno esattamente parte della loro cultura. 

Parliamo poi del vissuto economico. Queste famiglie straniere hanno il denaro come vera e propria fissazione, probabilmente per il fatto che hanno scelto di trasferirsi in Italia per trovare un lavoro e migliorare la loro vita rispetto all’esistenza che conducevano nei loro paesi di origine. E’ comunque un fatto assodato che la maggior parte del denaro che guadagnano in Italia se ne parte immediatamente appunto verso i loro paesi di origine per sostenere i familiari che ancora vi vivono o per essere accantonati in vista di un futuro rientro definitivo. Ciò detto, per queste famiglie il denaro è veramente la ragione primaria di vita e non si vive per altro. Fin dai primi anni di vita questi ragazzi crescono in contesti familiari in cui l’urgenza di procurarsi denaro è primaria, denaro per la sopravvivenza della famiglia, per il sostentamento dei familiari nei paesi di origine, per vivere, per risparmiare. 

Nelle nostre famiglie le priorità sono diverse. Il denaro guadagnat lo impieghiamo certamente per vivere ma anche e soprattutto per i nostri figli, per il loro percorso di studio, perché facciano sport, per il tempo libero, magari per una vacanza tutti insieme. Credo che le enormi contraddizioni con cui questi ragazzi di seconda generazione devono fare i conti siano il motivo principale del loro disorientamento. Divisi tra una cultura familiare di altri paesi, spesso arcaica ma nella quale vengono mantenuti a forza dalle loro famiglie, ed un’altra cultura di un paese che li ospita, dove crescono, studiano e si inseriscono a fatica – o forse non si inseriscono mai – cercano di sopravvivere e crearsi uno spazio. Uno spazio in cui vivere, essere qualcuno, venire rispettati. Dentro famiglie che non si accorgono del loro disagio e li crescono in un contesto che non gli appartiene già più, che forse non gli è mai appartenuto. 

Con l’urgenza di crescere, di guadagnare, di vivere una vita, anche sbagliata. Credo sia questo il disagio di queste generazioni di ragazzini trapiantati in una terra che, di fatto, non sarà mai la loro se i loro genitori non si decideranno a staccarli da origini lontane, che non possono più dare un’identità ma soltanto confonderli.

Monica Zuccato, Treviso 29/12/2024 #qzone.it

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