Il problema dei problemi, così nel Gennaio del 1919, Piero Gobetti intitolava un suo editoriale. Lo spunto era un articolo di Gaetano Salvemini pubblicato sull’Unità dell’11 gennaio dello stesso anno. Scriveva Salvemini: “ O la nostra attuale gioventù ha la forza morale di lavorare tenacemente una decina d’anni e crearsi una nuova cultura politica e ad organizzarsi in una nuova classe dirigente del paese in modo da pater sbalzare di seggio tutti i vecchi padreterni sostituendoli con elementi migliori; oppure anche questo rinnovamento morale prodotto dalla guerra si ridurrà ad un nuovo fiasco” Il problema dei problemi, cent’anni fa come oggi, è la mancanza di una nuova classe dirigente.
Gobetti aggiungeva che “ciarlatani della politica ne abbiamo molti, troppi”; oggi, nulla, o quasi nulla, è cambiato. E’ nel quasi nulla la ragione della sconfitta del M5S, che ha prodotto una classe dirigente nuova ma non un nuova classe dirigente. Parafrasando sempre Gobetti all’indomani della marcia su Roma, e sostituendo 5 stelle alla parola fascismo: “5 Stelle autobiografia di una nazione”. Di Maio è allo stesso tempo carnefice di se stesso e capro espiatorio di una precisa impostazione politica di Grillo e Casaleggio, in un prossimo articolo ( qui il precedente) riporterò la genesi storica della caduta stellare, oggi voglio soffermarmi sull’aspetto politico.
Grillo e Casaleggio hanno la responsabilità di non aver creato una nuova classe dirigente, infatti, alle europeee i grillini sono stati percepiti, coerentemente con i principi del “non statuto”, come “non classe dirigente”, a differenza dei giovani salviniani percepiti come nuova classe dirigente. Non importa in questa sede sindacare se Salvini sia il nuovo o il nuovo vecchio, è un fatto, il grillino Salvini ha sconfitto il renziano Grillo. Non è un paradosso, un’attenta lettura del linguaggio di Salvini, evidenzia il suo essere grillino geneticamente evoluto, mentre il renziano Grillo, se per renziano s’intende il finto cambiamento, ha fatto finta di fare tutto, il finto cambiamento, la finta democrazia diretta, tutto e il contrario di tutto.
Le ragioni della vittoria dei cinque stelle del 2018 risiedevano nelle originarie parole d’ordine, no euro – no mafia, e in una classe dirigente degli altri partiti screditata, abbandonate le origini, il partito di Grillo è entrato a far parte di quello che Pasolini e Sciascia intuirono come metodo mafioso, e definito puntualmente dallo storico Nicola Tranfaglia nel libro La mafia come metodo : “Il pericolo maggiore per l’Italia contemporanea non è costituito tanto dalle pur agguerrite organizzazioni mafiose che ne percorrono il territorio quanto dal consolidamento e dall’espansione di un costume mafioso che inquina il funzionamento medesimo dello Stato e delle sue istituzione”. Tranfaglia scriveva queste parole nel 1991, nel 1992 venivano assassinati Falcone e Borsellino dal sistema mafioso che aveva armato la mafia.
Il sistema mafioso all’interno del movimento si è palesato già nel lontano 2010, per poi proseguire con le espulsioni immotivate dei fantomatici traditori, evocati anche nel discorso d’addio di Di Maio, il metodo mafioso consiste in un abuso di potere organizzato di pochi sui molti e che si manifesta nelle più svariate forme, è una creatura delle classi dirigenti, non delle classi popolari*. Dopo l’adesione europeista, l’ultima spiaggia per i cinque stelle è la lotta alla prescrizione, un compromesso sarebbe esiziale per i grillini, ma quelli che siedono in Parlamento sono disposti a sacrificarsi per la lotta al metodo mafioso, che ha nella prescrizione e uno dei tanti modi per proteggersi?
A questo punto non ci resta che menzionare un disobbediente: Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono. Malcom X. Chi più ne ha, più ne metta sulla guerra di disinformazione di massa in atto, comunque se c’è ancora qualche cinque stelle no euro no mafia, io ci sono. * Lodato, Scarpinaro:Il ritorno del principe, Chiarelettere
Marco Fascina