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20201011 MZ RiflessioniMio figlio è partito due settimane fa, è andato a Udine per frequentare l'Università, Facoltà di Agraria. Pensavo di essere preparata a questo momento di distacco, ci scherzavo, gli dicevo che non vedevo l'ora di esser finalmente libera da vincoli ed impegni di tipo casalingo, lavare e stirare, riordinare l'immancabile confusione in camera sua, cucinare e via dicendo. Mi dicevo che non avrei sicuramente sofferto della cosiddetta "sindrome da nido vuoto", quella sottile e inaspettata malinconia che assale madri e padri quando uno dei loro pargoli lascia definitivamente il nido familiare. 

 

Mi divertiva la definizione psicologica di questo malessere descritta come "fase della vita genitoriale caratterizzata da sentimenti di tristezza e solitudine che si manifestano quando i figli decidono di lasciare casa per la prima volta". Pensavo che i figli prima o poi se ne devono allontanare da questo nido sicuro che è la loro casa e la sicurezza del nucleo familiare, per affrontare da soli il mondo là fuori, un mondo difficile oggi, pieno di insidie e difficoltà di ogni genere, non ultima quella di convivere con una miriade eterogenea di persone non sempre psichicamente equilibrate. Già mi immaginavo come avrei impiegato la mia nuova libertà, una volta rientrata da una faticosa giornata di lavoro, senza più impegni più o meno fissi, con nuovo tempo libero da riempire e nuove attività cui rinunciai molto tempo fa per dedicarmi appieno a lavoro e famiglia e mi dicevo che sarebbe andata alla grande. Beh, mi sbagliavo.

La sindrome del nido vuoto esiste davvero e coglie impreparati tutti i genitori di figli divenuti oramai grandi che decidono di "lasciare il nido" per i motivi più disparati (lavoro lontano da casa, nuove convivenze, università) e per periodi più o meno lunghi. Tanto per cominciare l'abbiamo accompagnato ad Udine e salutato. Era solo, essendo il primo ad occupare l'appartamento. Mi sembrava un pulcino sperduto e il mio cuore di mamma tremava. Una volta in auto, prudentemente, ho lasciato a mio marito lo sgradevole compito di guidare fino a casa, più o meno un paio d'ore di strada e ... sono scoppiata a piangere. 

Ho pianto tutta la sera e sarebbe davvero arduo descrivere i sentimenti che agitano un genitore, una madre, in queste occasioni. Pensavo a quando lo aspettavo, a quando l'ho partorito ed ai suoi primi giorni di vita; pensavo alla prima pappa, alla prima parola che ha detto, alle febbri interminabili dei suoi primi tre anni di vita, ai compleanni, alla prima volta che andò in bicicletta senza rotelle. Al suo primo giorno di scuola, ai suoi innumerevoli primi giorni di scuola, alle vacanze insieme, alle gite in montagna tra pascoli e picchi quando lo vedevo andare avanti impavido e temerario e gli urlavo di tornare indietro. 

Pensavo al giorno in cui ha avuto la patente e mi ha chiamato felice e al giorno difficile della sua maturità in tempi di Covid, agitatissimo e nervoso una volta terminato l'esame la prima persona che ha chiamato è stata la sua mamma, e pensavo alla sua faccia, trovandoci fuori dal liceo ad aspettarlo, poichè eravamo arrivati alla chetichella poco prima per fargli una sorpresa. Pensavo a tutto questo e mi sentivo vecchia e stanca, nonostante i miei 54 anni di vita intensi e coraggiosi, e ho pianto disperata per tante cose, ma soprattutto per quel vuoto al cuore che non mi sentivo capace di riempire, quantomeno nell'immediato. 

Ed è assolutamente vero che ti invade la tristezza, la sensazione di incertezza della tua vita da quel momento in poi, l'impressione che la tua esistenza senza i figli perda di senso dopo che per un paio di decadi in cui ci si è presi cura di loro ci si ritrova d'un tratto SOLI. E poi soli senza saper cosa fare di se' stessi. Certo, la prima sera magari vai a cena fuori convinto di ritrovare la magia di coppia dei primi tempi ma non succede; tuo figlio ha lasciato un buco enorme e difficile da riempire e anche se lo senti tutti i giorni – mentre sbuffa perchè gli rompi – tu ti senti comunque vuoto e solo, anche se da vent'anni stai con il tuo coniuge tanto che oramai ti sembra di starci insieme da sempre. 

Tra le altre cose, la partenza di tuo figlio spesso coincide con una fase – come dire – di transizione della tua vita: i fatidici cinquant'anni e oltre.
Eh si, perchè se lo hai messo al mondo attorno ai trenta, perchè prima non ne avevi voglia, o tempo, o l'opportunità, quando tuo figlio raggiunge i vent'anni tu ne hai più o meno cinquanta e oltre, un'età difficile, di bilanci e resoconti nella vita di una persona. Ed è anche fisicamente un'età di transizione in cui il tuo corpo deve fare i conti con un "passaggio" ormonale, l'età della menopausa o dell'andropausa, dei chiletti in più, delle rughe, della perdita di capelli e dei doloretti articolari. Con me per il momento la natura è stata clemente e posso reputarmi fortunata: ho passato quasi indenne questa fase ma non garantisco per il futuro.

Insomma la vita cambia e ci si ritrova di fronte alla difficoltà di dover affrontare una casa vuota ed un grande cambio della routine giornaliera cui eravamo abituati, oltre a ritrovarci in coppia, l'uno di fronte all'altra ed è lì che spesso casca il palco. Molte coppie, impegnate per anni nella crescita e nell'educazione dei figli, fagocitate nei mille impegni massacranti della vita familiare e nei ritmi sostenuti della giornata lavorativa odierna, si perdono una volta che i figli se ne vanno di casa e ne ho conosciute parecchie. Ci si ritrova da soli a guardarsi negli occhi e più o meno rapidamente ci si rende conto che i binari di esistenze e sentimenti ed interessi un tempo condivisi, sono oramai lontani nel tempo e non si sa, non si capisce quando questo sia avvenuto ma è avvenuto, e il fragile equilibrio tenuto su da valori effimeri, o passeggeri, o che si credono importanti e non lo sono, crolla miseramente.

A volte si riesce a stare insieme ugualmente, dicendo a se' stessi e agli altri che le cose cambiano, che si invecchia e non si è più come una volta, che i sentimenti e le persone cambiano: ma non è vero. Certo che si cambia, fuori e dentro, ma non dovrebbe cambiare il centro di quel sentimento che lega due persone che intraprendono un progetto di coppia e di famiglia, non dovrebbe perdersi il dialogo che li ha fatti ricoscere e unire. Invece spesso, una volta partiti i figli, il vuoto di tutto ciò che si è perduto nel tempo si rivela improvvisamente insopportabile. Ma ci sono anche genitori che si riscoprono coppia, anche se ci mettono un po' per ricreare un ritmo familiare diverso perchè si deve capire da che parte andare e come gestire i nuovi spazi senza figli. 

E' la legge della vita, comunque vada, e se tuo figlio se ne va e cammina bene da solo puoi dire di aver fatto un buon lavoro. Insomma, sono guarita: vado al lavoro, torno a casa e me la prendo con più calma. Parlo al telefono con mio figlio e lo vedo nei fine settimana e mi si apre il cuore quando vedo la sua espressione di sollievo appena entra in casa, o quando lo vedo mangiare a quattro palmenti e con soddisfazione ciò che gli preparo e gli metto nel piatto mentre mi racconta dei pasticci culinari che fa in appartamento, e della spesa, e della mancanza di tempo e delle uova che non si cucinano e della pasta al pomodoro, sempre la stessa.

E' la legge della vita, comunque vada, e se tuo figlio se ne va e cammina bene con le sue gambe, allora sì, puoi dire di aver fatto bene il tuo lavoro.

Moniza Zuccato, Treviso 11 ottobre 2020 #qzone.it
Foto tratta dal web la cui frase di corredo è: "Dio non poteva essere dappertutto, così ha creato le madri" (proverbio ebraico)

 

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