Dentro il campo di sterminio 2/4
“Il viaggio lo facemmo chiusi dentro un vagone merci… senza cibo. Senza acqua. Senza servizi igienici… stipati uno contro l’altro, non c’era neppure lo spazio per sederci per terra… C’era un piccolo contenitore in un angolo che doveva servire per i nostri bisogni fisiologici, ma non si poteva neanche raggiungere… (c’è rabbia in queste parole) ed allora i bisogni venivano fatti lì… (Pausa. Prova ancora vergogna nel ricordare questa situazione) Lo sportello (del treno) era chiuso… ed il treno camminava… correva… (sospiro!) Il viaggio durava molte ore, molti giorni, tre quattro giorni… alcuni svenivano… (pausa e sospiro) alcuni sono morti! E rimanevano li! Il fetore era terribile…
Quando siamo arrivati (ovvero quando sono scesi dal treno) abbiamo iniziato a capire, perché abbiamo visto tutta la grande desolazione, l’orrore… Abbiamo visto la prima gente uccisa perché non era stata capace di scendere dal treno veloce… non c’era la rampa ed era caduta… Se non si alzavano subito, li bastonavano, li ammazzavano… Mia madre ci teneva per mano, (lui e sua sorella) poi ad un certo momento ci hanno separato. Mia madre si oppose e venne colpita… non so con che cosa, so che venne colpita… Voleva difenderci. Poi siamo stati portati via, l’operazione di selezione dell’arrivo doveva procedere… La divisione prevedeva esser indirizzati alla morte immediata, essere indirizzati per degli esperimenti medici, specialmente i bambini… e poi io persi anche mia sorella, non so più, e allora finì ogni cosa…”.
“Nel campo si parlava di questi esperimenti medici, o sono informazioni che ha raccolto in un secondo momento?”
“Nel campo c’era il camino, c’era l’odore…delle ossa bruciate. La neve del campo non era bianca… era grigia! La neve di Auschwitz era grigia…! Io avevo visto la neve bianca, ma lì, avevo visto una neve diversa… la polvere, la cenere l’aveva inscurita… il fumo usciva… era una neve diversa!
E così si parlava, qualcuno mi diceva ho sentito questo… qualcun altro diceva ho sentito quello… qualche frase che usciva dai kapò, detta in maniera dispregiativa… ci faceva capire che saremmo finiti nelle camere a gas e bruciati! I kapò erano dei criminali comuni, scelti a comandare noi… Col bastone o con la frusta… gridavano sempre… alcuni kapò avevano scelto dei bambini… lo chiamavano “pippel”. Si parla poco di questo: ma io lo so! Lo utilizzavano per abusi sessuali… Dopo di che, quando si stancavano lo mandavano nelle camere a gas e ne sceglievano un altro… Il bambino stava lì, perché gli dava da mangiare, lo metteva a dormire nel suo piccolo angolo caldo… Il freddo era enorme… era tutto brutto… (sospiro). Quel bambino non sapeva niente, era solo costretto dalle bastonate… da tutto… ma molti di questi kapò sono stati anche uccisi da adulti ebrei”.
“Ma dentro il campo? (Interrompo io sorpreso) Di questo non se ne parla, ... C'è stata una qualche manifestazione del vostro orgoglio… Che bella cosa!”
“Sì, più di una volta! Di questo sono stato testimone!” La voce ritrova vigore nel pronunciare queste parole, c’è dell’orgoglio. “Pippel” (?) era il loro nome, “koiet” (?) era il nome della baracca, una baracca in tre piani con assi di legno, bassi, non c’era l’altezza, non si poteva stare seduti, bisognava stare sdraiati, a volte sul fianco perché si era in tanti… questo ci faceva scaldare il corpo, però ci creava problemi… proliferavano gli insetti, pidocchi, cimici ed altro, e forse anche le malattie… Come seppi di mia sorella… mi vennero a prendere, prima ero stato messo addetto alle latrine, mi portarono dove c’era un contenitore, non so quant’era grande, pieno di acqua gelida.
Mi denudarono, mi misero dentro, mi misero delle sonde e aggiunsero del ghiaccio… ed iniziarono a registrare qualcosa, poi capii il perché: volevano capire come il corpo umano resiste al freddo…”.
“Quindi lei è stato oggetto della sperimentazione…”?
Non mi risponde Samuel, segue nel suo filo mnemonico.
“Poi mi tirarono fuori… Alcuni so che impazzirono, si gonfiarono, mi tirarono fuori e mi trasferirono al sonderkommando.
Poi capii il perché, avevano visto le mie dita allora sottili e dovetti ispezionare i cadaveri che fuoriuscivano dalle camere a gas, infilando le mie piccole mani nell’ano, in cerca di gioielli nascosti… Questo mi ha salvato la vita”.
Lunga pausa di silenzio.
“Il fatto di esser nel Sonderkommando le ha permesso di attingere ad un maggior numero d’informazioni…”.
“Nel Sonderkommando si stava meglio, c’era caldo, quello dei forni… c’era un cibo migliore… ma quei corpi, ancora molli, tiepidi, pieni di escrementi… alcuni ancora non completamente morti… Dovevamo fare queste operazioni. Alcuni, altri più adulti, aprivano la bocca e con le tenaglie estraevano i denti d’oro… sempre sotto gli occhi delle guardie… E la velocità: tutto veloce… e poi venivano trascinati lungo le carriole, messi su l’altro piano per essere infornati.
Magari qualcuno non era ancora morto, ma era agonizzante dal gas…
Il fetore, l’odore del gas io me lo sento addosso…
Io penso di non esser uscito più dal forno crematorio. Questo odore di gas me lo sento addosso, anche quando sono sotto la doccia… è qualcosa che non riesco a buttar via…”.
“Nel Sonderkommando, nessuno aveva tentato di organizzare una qualche forma di ribellione? Anche perché penso che chi vi faceva parte ormai aveva un quadro completo della situazione…”.
“Nel Sonderkommando c’è stato un caso di ribellione proprio prima che io venissi messo lì… (e questo ci permette di avere un’idea del tempo in cui Samuel visse nel lager. Tali riferimenti sono riportati nel mio libro ndr - rif 1) Perché loro dopo tre o quattro mesi facevano la rotazione, non volevano lasciare testimonianza. Io avevo sentito che erano state fatte squadre nuove. E quindi eravamo sotto stretta sorveglianza perché c’era stata una ribellione… ma una ribellione ad Auschwitz era difficile… il campo era circondato da filo spinato con corrente elettrica… c’erano i cani che andavano a guinzaglio con le guardie… le torrette…
Alcuni ebrei si sono lanciati contro questi cavi elettrici per anticipare la fine ed interrompere la loro sofferenza… Così staccavano la corrente e partiva una squadra per staccare i corpi dal filo spinato”.
“La domanda che le faccio è questa: ma se uno decide di votarsi al suicidio, una certa razionalità vorrebbe che chi ha già deciso di farla finita si avventi contro una guardia per farle almeno un danno, mal che vada lo ammazzavano, perso per perso… magari non riusciva a finirlo, ma almeno lo graffiava…”.
“Prima delle guardie c’erano i Kapò, le guardie erano sempre più lontane…”.
“Allora colpire almeno un kapò”!
“Eravamo terrorizzati…”.
“Allora era il terrore che vi rendeva inermi in quel posto…?”.
“Sparavan al momento! Ci spaccavan la testa… (lunghissima pausa che io non interrompo, già ho articolato la domanda e non posso invadere più di tanto la giungla dei suoi ricordi, da cui lui cerca di individuare una pista che sia logica e narrabile).
Ci fu un particolare, quando siamo scesi dal vagone c’era una coppia di giovani sposi, non so, a me parevano grandi, ma forse avevano trent’anni, magari venticinque… avevano un bambino (o una bambina) piccolo, ma piccolo… han separato uno di qua e uno di la “Rechts / Links” ed il bambino cade per terra… e venivano allontanati.
La mamma lo reclamava, anche il papà lo reclamava.
Ero lì! (afferma con voce risoluta come a dire “sono testimone”)!
Anche mia madre era li, … e fermi.C’erano quelli con i bastoni… Un soldato arrivò, lo prese per le piccole gambe (mentre parlava l’ingegnere fece il gesto con le mani di afferrare con i pugni chiusi le piccole gambe, per poi divaricare le braccia, ricordando il gesto che doveva aver visto. Le frasi seguenti sono sussurrate) … e lo lanciò un pezzo a destra e un pezzo a sinistra.
Riprendendo forza nel timbro di voce: questo particolare non mi è mai più uscito dalla mente.
E ogni tanto la notte me lo sogno, e mi fa sudare… Esco fuori dal letto e inizio a passeggiare… perché fare qualcosa, fare qualcosa… (Pausa) Come può…”.
Qui Erminia fa la sua domanda.
Prima di proporla aiuto il lettore a comprendere il senso dell’atroce racconto.
La domanda che avevo posto era inerente alla ribellione: “Perché non vi siete ribellati”? Ed il racconto completa, facendomi comprendere, che cosa significa la sua prima risposta: “Eravamo terrorizzati”.
Erano stati talmente shockati dalla brutalità che era stato inibito ogni barlume di reazione.
Alla luce di questa testimonianza si comprende perché fuori dal lager è facile criticare, ma chi era dentro, tramortito dal viaggio, affamato, sempre in guardia verso amici e nemici, di fatto non viveva le condizioni ottimali per organizzare una ribellione efficace…
Erminia: “Ho sentito parlare tanto di questa crudeltà dell’uomo tedesco…”
E subito Samuel la interrompe: “Ma anche le donne!”
Erminia: “Ma non c’è stato qualcuno che si è dissociato da questa violenza? Tra tutto questo popolo c’era qualcuno che non riusciva ad eseguire dei comandi contro il proprio simile…? Io non riesco ad accettare l’idea che erano tutti solidali”.
“Io non lo so, raccontano di qualche caso di umanità… ma la maggior parte degli uomini erano soldati… in guerra. La guerra era li, … c’era. Qualcuno rientrava, poi ripartiva… le famiglie avevano dei grandi benefici, la confisca dei nostri beni veniva spartita… C’eran dei grandi privilegi. Per cui, forse, era utile ubbidire… Ma forse c’erano, però io personalmente non ho di questi ricordi! Né prima né dopo, ero talmente terrorizzato … anzi quando entrai per la prima volta nella baracca ci fu un adulto che mi disse – Ebreo, come ti chiami? Io risposi Samuel (e ribadisce con timbro di voce forte, come deve aver detto allora: Smel). Qui non si può più dire il tuo nome – gli rispose l’adulto - hai il tuo numero e dovrai dire quello” e poi mi disse che dovevo ripetere nella mia mente il mio nome, dovevo ripeterlo costantemente, perché avrei potuto dimenticarlo.
Ed allora io ripetevo mentalmente “io sono Samuel” lo ripetevo costantemente… E difatti, quando venimmo liberati un soldato che ci fece passare e si mise a registrare mi chiese il mio nome. Ed io risposi”Samuel!”. Poi mi chiese il mio cognome… e io l’avevo dimenticato.
Lì entrai in terrore…
Pensavo che mi uccidesse, che mi bastonasse… ma quello era russo… e mi sorrise, mi fece una carezza e mi disse di non preoccuparmi, che mi sarebbe venuto in mente… mi chiese un pezzettino di carta”.
“Quindi voi veniste liberati dai russi?
“Dall’armata Rossa”!
“E come fu questo impatto”?
“Già il campo di Auschwitz era stato evacuato e noi del Sonderkommando già eravamo stati avvisati di nasconderci perché ci cercavano, non volevano che potessimo testimoniare e io ho seguito un adulto e ci siamo nascosti sotto le baracche avvolte di neve… io avevo un frutto, non so non ricordo, una mela… e intanto c’era questo grande movimento di camion di soldati che evacuavano… bruciavano documenti, ci cercavano, ma non c’erano più i cani… noi eravamo lì nascosti, fermi… bloccati. Bevevamo la neve che era li, nella nostra faccia… Poi vedemmo arrivare dei cavalli, dei soldati a cavallo… non so quanti… che si fermarono davanti al cancello.
Noi eravamo li, non so quanto distante…100 metri, 200… 50 metri… la giornata non era limpida era umida, quasi piovigginosa, poi arrivarono altri uomini a piedi, avevano cappotti diversi berretti diversi… tirarono giù questi cancelli, con i cavalli lì tiraron giù… passarono e si avvicinavano e noi cominciammo ad uscire.
Avevano le armi, ma erano appoggiate al petto, non erano puntate. Capimmo che non erano per noi…
Qualcuno ci toccò, per capire se eravamo esseri umani o …degli scheletri che si muovevano…
Qualcuno prese del cibo e lo diede, il cibo fu afferrato veloce dagli altri, dagli adulti… io ero piccolo”.
“Non gliel’ho chiesto: quanti anni aveva?”
“Otto anni…. Ero piccolo ed ero sempre in guardia per non commettere errori per non essere ucciso…. Dovevo sopravvivere. Poi ci fu un soldato che mi diede una coperta…e sentii qualcosa di bello”.
Nel pronunciare la parola “bello” l’ingegnere cambia timbro di voce. Percepisco che quella coperta, attraverso il cambio del timbro di voce, rappresenta la svolta: la parola “bello” segna un confine tra ciò che è stato e ciò che dovrà essere…
“Poi mise la mano in tasca e fece fuoriuscire un piccolo fagottino, lo aprì e c’era del cibo, ne staccò un pezzo, lo leccò e mi disse di fare altrettanto. Io la presi e questo mi ha salvato. Le mie budella, se avessi mangiato, non erano più capaci di reggere il cibo.
Era un pezzo di aringa.
E così io anche adesso compro un pezzo di aringa, però non riesco a mangiarla perché… Ma allora mi ha slavato. Io la succhiavo, la succhiavo e la tenevo stretta, stretta… non la lasciavo mai dalla mano. Mi dava grande sollievo.
Poi mi diedero dell’altro cibo, mi lavarono, ma io quella li seguitavo a tenerla stretta nella mano. Guai a toccarmela, io la tenevo stretta chiusa dentro la mia mano… Nessuno assolutamente”.
(Il timbro di voce rende l’idea dell’importanza che quell’aringa ebbe per Samuel. Al pari della coperta quell’aringa non era solo del cibo, ma era stato un gesto d’amore, e lui teneva stretto non tanto e non solo il cibo, ma anche il significato che quel gesto aveva per lui. Questi atteggiamenti che i russi gli stavano palesando tornarono a farlo sentir un “essere umano”, ovvero un organismo che non ha solo necessità fisiologiche, il cibo, la coperta, ma ha anche bisogno di essere ben voluto. L’arringa, la coperta ricevuta senza che nessuno avesse ordinato al militare questo gesto, chissa forse il modo con cui le è stata data, con rispetto, con compassione, gli ricordo che tra umani ci sono anche relazioni che non si basano solo sull’utilitarismo. Ricevere del cibo da una mano che ti sorride, da una persona che ti porta rispetto rende quel cibo diverso rispetto a tanto altro mangiato nei mesi precedenti.
Questa, a mio avviso, è la chiave interpretativa di questo pezzo del racconto).
“Poi non so andò via ma noi eravamo già nutriti da assistenti, non so dalle organizzazioni internazionali, forse la Croce Rossa polacca, forse altre organizzazioni… E questi sono i ricordi. La coperta è con me! Sono settant’anni che ce l’ho. La tengo a casa. Non ho l’indumento che avevo addosso purtroppo, volevo averlo come ricordo”.
“Lei è un’eccezione perché molti han fatto di tutto per dimenticare mentre lei è riuscito a ricordare, però l’oggetto fisico che la riporta a quel luogo… ce l’ha ancora…”.
“Quell’uomo che mi aveva detto di ripetere il mio nome mi disse anche un'altra cosa: “Devi sopravvivere a qualsiasi costo!” E questo … io ero stato abituato alla disciplina in famiglia e questo per me fu quasi un ordine. Mentalmente scattò qualcosa, che io dovevo sopravvivere per cui evitavo di commettere il più minimo errore, per sopravvivere…
Una volta stavamo rientrando, una sera prima dell’appello. Il lungo e terribile appello. Ed io ricevetti una frustata. Ma la frustata non fece un rumore… un tonfo, io avevo della carta. Quel soldato mi tirò fuori, mi spogliò e vide che avevo messo della carta per proteggermi dal freddo. O carta o cartone… qualcosa…”
“So che mi spiegarono che era fondamentale per proteggersi l’uso della carta” – Chiesi io - ma la mia osservazione non è stata raccolta, come leggerete di seguito.
“Allora venni ulteriormente frustato, ma frustato in maniera continua ed io caddi per terra. Il sangue usciva e si congelava subito. Poi mi lasciarono li. Io lì pensai che fosse finito… E invece mi lasciarono lì… Tuttora ho i segni delle frustate sulla mia schiena. E quando sono in spiaggia qualcuno mi chiede che cos’è… qualche ragazzo, io gli rispondo che sono scivolato, c’era molta legna e mi sono fatto queste ferite…”.
“Il trucco della carta era conosciuto da tutti o era un segreto che ti è stato confidato…!”
“Non ricordo! I nazisti per punirti, per colpirti, si servivano di qualsiasi pretesto, perché camminavi forte, o perché alzavi la testa o perché l’abbassavi… o perché non salutavi o non ti fermavi… Era sempre un modo per ricevere bastonate e bisognava stare attenti su questo. Ed io stavo sempre molto attento. E’ stato quell’uomo che mi ha messo nella testa di stare attento… Mi diede questo messaggio che afferrai velocemente (e si tradisce qui Samuel, dal suo timbro di voce traspare un più che giustificato orgoglio) Ero abituato ad afferrare velocemente perché… quando la scuola è venuta da noi io dovevo imparare tutto e veloce e così captavo tutto e veloce … e così…”.
“Con il senno del poi, una volta, anni dopo, che è uscito dal campo di concentramento…”
“Campo di sterminio!” – Mi corregge il testimone. “…dal campo di sterminio, il dover rapportarsi con persone tedesche le ha dato fastidio o… Che tipo di reazione ha avuto?”
“Inizialmente sì, non volevo neanche sentir parlare… c’è una mia cognata, la moglie del fratello di mia moglie, lei è di origine della svizzera tedesca (si badi bene che non è tedesca la donna, è svizzera!) certe volte ero sereno…ma certe volte mi bloccavo a parlare (ricordo che Samuel è un ingegnere, non è la cultura o le argomentazioni che gli mancano: è proprio un blocco psicologico, radicato nei ricordi di cui qualche frammento è arrivato a noi) … ancora non sono libero. E anche quando per strada mi ferma la macchina la polizia, i carabinieri, mi viene quell’impeto… ma poi quando parlano… Scatta qualcosa di terribile, quasi di fastidio! Anche se sono in una stanza e vedo queste persone, questa gente… bravissime, c’è un'atmosfera pesante… Sono io che la creo, poi niente, niente più…
Oggi non sopporterei più l’abuso.
Reagirei…”
(Afferma con un timbro di voce quasi a vergognarsi). “Anche da loro reagirei”!
E qui, da come lo dice, si comprende che Samuel è una persona mite. Si vergogna quasi di fare una simile affermazione, l’affermare di voler ribellarsi. Lui è figlio di una famiglia di cultura elevata, di notevole integrità morale e pertanto le regole si rispettano.
Esiste una gerarchia: il bambino, le donne, la madre, il padre, il nonno che prima di ogni pranzo ringrazia Dio che sta sopra tutto.
Questa era la sua cultura, e questi erano i suoi valori. Ma tutti questi granitici valori che erano in lui, Auschwitz li frantumò. Così oggi che è anziano, ripensando al passato, dall’alto della sua cultura, grazie alla grande conoscenza acquisita, riflettendo sulle molte cose che lui ha visto, ha maturato nel tempo questa certezza che lo porta ad andare contro quegli antichi insegnamenti ricevuti da bambino.
Quella gerarchia e quelle regole dovevano essere infrante.
Avrebbe dovuto ribellarsi!
Mirco Venzo, Treviso 18/01/2017 #qzone
Foto Paolo Fenato - Nell'immagine i forni creamatori di Majdanek
rif 1 http://ww4.photocity.it/Vetrina/Dettaglio...
Per chi volesse leggere la prima parte del racconto CLICCHI QUI
